Sfruttati e servi in ostaggio. I lavoratori ad un anno dal Jobs Act

Sfruttati e servi in ostaggio. I lavoratori ad un anno dal Jobs Act @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 18-02-2016

Grattiamo sotto gli slogan nauseanti e capiamo insieme come il governo Renzi ha eseguito il “lavoro sporco” nell’esclusivo interesse del neoliberismo dominante e dei padroni di confindustria e che macerie ha prodotto con gli effettivi diritti dei lavoratori.
Ne parliamo giovedì 18 febbraio alle 21 al circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa con l’avvocato del lavoro Domenico Tambasco e Roberto Giudici.

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Jobs Act e leggi sul lavoro: il fascismo che non ti aspetti

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Diciamolo subito chiaramente: il jobs act è una rapina.

Rapina di diritti, di futuro, di vita.

Un crimine che, come nella migliore tradizione dello sfruttamento, è legalizzato.
Lasciamo agli altri i dubbi, le previsioni, le attese di nuovi posti di lavoro… con il jobs act tutti i lavoratori diventano precari.
Le “tutele crescenti” saranno per i padroni che potranno licenziare sempre di più pagando solo una multa. Una elemosina.
Per i lavoratori è una perdita storica in termini di dignità e di qualità della vita.
Ma mettiamo per il momento da parte la rabbia e riflettiamo: come ci siamo arrivati?
Il jobs act è, attualmente, l’ultimo stadio di un processo di espropriazione e di attacco ai lavoratori che dura da anni, all’insegna di un fascismo dissimulato, ma presente ed aggressivo.
Una delle tappe fondamentali è la legge sulla limitazione del diritto di sciopero, che anche se valida per i servizi pubblici essenziali ha contribuito a diffondere l’idea che al di sopra degli inevitabili ed insanabili contrasti tra lavoratori ed padroni ci sia un interesse superiore che deve sempre prevalere, a danno dei lavoratori.
E’ anche grazie a questo mito dell’interesse “generale” che le lotte si sono private della necessaria radicalità, rendendo impossibile una resistenza efficace.
Leggiamo:

“La Nazione Italiana è un organismo avente fine, vita, mezzi di azione superiore a quelli degli individui divisi o raggruppati che lo compongono. E’ una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista.
Il lavoro sotto le sue forme intellettuali, tecniche e manuali è un dovere sociale. A questo titolo e solo a questo titolo è tutelato dallo Stato.”

Queste sono le parole di apertura della Carta del Lavoro, espressione normativa e di principio del corporativismo fascista.
L’interpretazione e la comprensione sono semplici: gli interessi dei gruppi sociali, ad esempio quelli dei lavoratori, trovano una legittimazione ed anche il loro limite in una istanza superiore, l’interesse nazionale che coincide con l’interesse dello stato.
Non esistono diritti, il lavoro è tutelato solo se aumenta la potenza dello stato.
Va però anche precisato che il corporativismo tutelava gli imprenditori definendo la proprietà come il mezzo più efficace e più utile a difendere gli interessi della nazione.
Eccola qui l’istanza superiore a cui tutte le parti sociali devono inchinarsi: il diritto del più forte.
Non è difficile notare una certa certa somiglianza con la mentalità attuale: è importante aumentare la produttività, la flessibilità, essere concorrenziali, il benessere, la qualità della vita non sono diritti, ma premi per chi si comporta bene.

Ma non basta, leggiamo qui:

“Nelle imprese a lavoro continuo, il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore.”
(carta del lavoro 1927, regime fascista )

“Nei casi in cui risulta accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.”
(jobs act 2015, tutele crescenti, regime ……. ?)

Qui l’analogia col regime fascista è palese, addirittura imbarazzante, in entrambi i casi i lavoratori sono completamente subordinati ai loro capi, niente diritti.

 

Abbiamo fornito questi brevi, ma significativi esempi, per invitare alla riflessione e alla comprensione:
Renzi sta solo completando un lavoro coerente e continuo di restaurazione del privilegio cominciato da chi ha governato prima di lui, va combattuto, certo, facendo però attenzione a scegliersi gli alleati.
Ecco cosa diceva l’anarchico e antifascista Camillo Berneri a proposito del corporativismo:

“Che certi socialisti, certi repubblicani, certi comunisti siano radicalmente avversi alla riforma corporativa, quasi quanto noi lo siamo, è credibile, anzi certo. Ma questo assoluto prevalere della critica antifascista sull’equivocità e sull’insufficienza del corporativismo fascista dimostra come pochissimi sono coloro, fuori dal campo nostro, che di quella riforma rigettano non solo il carattere contingente, ma anche le premesse teoriche e le storiche conseguenze. Quando è Salvemini, liberale-autonomista, che critica il corporativismo fascista la sincerità è indubbia; ma quando sono dei feticisti dello Stato e del socialismo di Stato è legittimo pensare che alla demagogia esaltatrice dei fascisti faccia riscontro una demagogia denigratrice di antifascisti aspiranti alla realizzazione di un corporativismo, certamente diverso da quello fascista nelle funzioni sociali, ma a quello affine nelle forme totalitarie, accentratrici e burocratiche.”

Chiaro, no?

Resoconto video “Jobs act=job’s end”

Vi presentiamo un resoconto video della serata del 5 marzo 2015, al circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, che ha visto l’avvocato Domenico Tambasco esperto di diritto del lavoro, illustrare il Jobs act.

resoconto video "Jobs cct = job's end"

Jobs act = Job’s END


Da mesi media, governo e Renzi ci bombardano con i “Jobs act”, addirittura la treccani ne fa un neologismo.
Vittime di un enorme rituale ipnotico, ci addormentiamo fra le braccia del nostro carnefice libero di svuotare di significato i “Jobs act” e farne l’ennesimo tweet che tutti si affretteranno a riprendere nel grande teatrino della società dello spettacolo.

Quanti possono dire di aver davvero capito cosa sia?

Giovedì 5 marzo al Ponte sveliamo la misteriosa identità delle “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese.“, come titola il decreto.

Con il giuslavoritsta avv. Domenico Tambasco, in un incontro dibattito pubblico, parleremo di:

  • illusione di creare lavoro tramite riforme del lavoro
  • cancellazione dei diritti
  • mercificazione dei lavoratori
  • truffa delle parole

e tutto quello che emergerà dal confronto.

Giovedì 5 marzo 2015 ore 21 @ circolo Anarchico Ponte Della Ghisolfa Milano

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Decortes sul 15 dicembre

Assassinio Pinelli - 15/12/2014

45 Anni fa moriva Pinelli assassinato. Perché quelle bombe il 12 dicembre?
In quegli anni era consapevolezza comune una prospettiva di vita grigia e senza senso. Una società fortemente ipocrita e perbenista veniva attraversata da flussi migratori da sud a nord, dalle campagne alle fabbriche. Il lavoro alla catena di montaggio e in ufficio era totalmente alienante, la condizione femminile subiva la pensante influenza vaticana di forma (impossibile ossigenarsi i capelli piuttosto che vestire calze trasparenti) e le spinte di trasformazione di costume e mentalità giovanile subivano il giudizio snob e inquisitore del pensiero dominante.
C’era una cappa culturale opprimente che ti impediva di vivere una vita consapevole. L’idea di mettersi il gessato grigio e la cravatta diventava asfissiante per una generazione che veniva dai campi e dalle rovine della guerra.
Noi volevamo vivere e reclamavamo l’amore libero, la liberalizzazione delle droghe, l’antipsichiatria…
In questo humus, la contestazione assumeva diverse sfaccettature. Gli anarchici contestavano lo stato come primo responsabile della condizione sociale, ma generalmente la gente reclamava quelli che vennero chiamati i bisogni reali: dalla casa, alle tutele sul lavoro, alla maggiorazione del salario.
Nel ‘69 in Italia scoppia il fermento sindacale. Tutti chiedono di vivere una vita piena e migliore. E’ probabilmente in quel periodo che si fa strada la paura nella borghesia dominante. Contestualmente scoppiano ordigni in tutta Italia, la cui paternità risulta essere ambigua e mai chiara: sebbene fosse, ai più, evidente la matrice nera, non c’era ancora consapevolezza delle possibili collusioni coi servizi.
Quella di piazza Fontana è solo una delle tante bombe in quel periodo, sicuramente però fu la più devastante. Nell’aria si sentiva la puzza di colpo di stato di stampo dittatoriale, visto anche lo scenario internazionale con i colonelli greci e la Spagna di Franco, probabilmente tutti questi ordigni disseminati sul territorio nazionale erano parte di una precisa strategia golpista.
Il 12 dicembre la strage. I servizi segreti di Roma indicavano la pista anarchica alla questura di Milano e poche ore dopo l’esplosione, Pinelli veniva portato in questura. Per 2 giorni e 2 notti venne torchiato fino ad essere assassinato volando dalla finestra. Calabresi era in quella stanza come testimoniato da Lello Valitutti ed è sicuramente il responsabile morale di quello che è accaduto negli uffici.

Le 17 vittime di piazza fontana, l’omicidio di Pinelli e l’ingiusta ed infame incriminazione di Valpreda, Gargamelli, Mander, Borghese e Di Cola rappresentano per la generazione del 68 il gesto più eclatante e spavaldo del potere criminale. Nasce quindi un movimento della società civile che partecipa alla campagna di controinformazione che scava sui retroscena della strage di piazza fontana. Analizza e verifica ogni documento, ogni velina mettendo in evidenza luci, ombre e contraddizioni.
Molto del materiale cartaceo e video è basato su quel lavoro di ricostruzione.

Di seguito alcuni titoli che potrebbero servire ad approfondire:
Petri e Risi “Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli”
AAVV “Strage di stato” Odradek
Sassano “Pinelli una finestra chiusa” Marsilio
Staiano “La forza della democrazia” Einaudi
Consani “Foto di gruppo di piazza Fontana” Melampo
Sceresini e AA VV “Piazza Fontana noi sapevamo” Aliberti
Pinelli e Scaramucci “Una storia soltanto mia” Feltrinelli
Cederna “Pinelli una finestra sulla strage”
Lucarelli “Piazza Fontana” (DVD e libretto) Einaudi
Calvi e Laurent “Piazza Fontana” Mondadori
Pasolini “12 dicembre” (DVD e libretto) Nda
Orlandi Posti “Il sangue politico” Editori Internazionali Riuniti
AAVV “Bombe di Milano” Rizzoli
Ferrari “Stragi di stato”
Lanza “Bombe e segreti” elèuthera
Barilli e Fenoglio “Piazza Fontana” BeccoGiallo
Maltini e Fuga “e ‘a finestra c’è la morti” Zero in condotta
Cuzzola “5 anarchici del sud” Città del sole
Barilli e Sinigallia “La piuma e la montagna” Manifesto
il blog di controinformazione degli “ex” aderenti ai Circoli 22 Marzo e Bakunin
43 anni Piazza Fontana, un libro, un film – Adriano Sofri
e il nostro materiale in parte raccolto nel vecchio sito

PERCHE’ IL 15 DICEMBRE , DAL 1970 A OGGI
Il 12 dicembre 1970, nel primo anniversario della strage, la questura vietò la manifestazione indetta dagli anarchici. Circa 3000 persone sfidarono il divieto e in quella occasione lo studente Saverio Saltarelli trovava la morte in seguito ad un candelotto di lacrimogeni sparato ad altezzo uomo dai carabinieri.
Per tutti gli anni 70 il 12 dicembre diventa un appuntamento fisso ed incarna il senso dell’alternativa e la dimostrazione che le istituzioni non funzionano in quanto incapaci di dare delle risposte. Il processo Valpreda si trascina fino agli anni 80 senza nessun colpevole e la sentenza Pinelli risulta sin da subito ignobile, con la teoria del malore attivo.

Dopo il 77 la tensione sociale viene meno, i movimenti hanno uno stop. A quel punto viene rilanciata la data del 15 dicembre a ribadire l’ingiustizia della società e a presentare una diversa prospettiva di valori. Era importante partire dall’assassinio di Pinelli di per se incontrovertibile, una storia che prendeva passione, sangue e cuore.

Negli anni 80 e 90 le iniziative sono un crescendo: manifestazioni notturne molto partecipate nonostante il freddo particolarmente pungente, rappresentazioni di Paolo Rossi, Paolini piuttosto che Lucarelli e Moni Ovadia. Iniziative potenti che non sono servite a cambiare le sorti formali dei processi, ma a tenere alto il concetto di coscienza collettiva. Si dice che la memoria esiste se qualcuno la narra, noi volevamo a tutti i costi narrare.

Oggi è importante ribadire la non condivisione nella memoria, perché quando si tenta di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici non possiamo renderci complici, non possiamo legittimare culturalmente questa opera di normalizzazione di appiattimento che ha come fine quello nascondere le responsabilità di autori e mandanti e di far passare per normale un momento storico che ha visto lo stato straordinariamente feroce e violento.
Ricordare l’assassinio di Pinelli e l’innocenza di Valpreda e di tutti gli altri compagni incarcerati, allora e oggi, significa rappresentare un presente in cui la fanno da padrone diritti negati, sfruttamento e diseguaglianze.

IL 15 DICEMBRE 2014
Lunedì ci sarà Di Stefano che prospetterà lo scenario economico che stiamo vivendo e le implicazioni dei trattati internazionali di deregolamentazione come il TTIP.
Scaramucci che oltre alla memoria storica si chiederà dove va la sinistra, Saverio Ferrari ci parlerà delle nuove alleanze in seno alla destra fascista e populista.
Ci saranno le testimonianze della famiglia con Claudia e Silvia Pinelli, Landini sui pericoli del jobs act e Renato Sarti che reciterà un pezzo tratto dal suo spettacolo “Chicago Boys

 

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