Un ricordo di Amedeo Bertolo

Nico Berti, Amedeo Bertolo, Colin Ward, Murray Bookchin, Rudolf De Jong, Ruben Prieto

Venezia, Università IUAV, 26-29 settembre 1984 – Sezione del convegno “Tendenze autoritarie e tensioni libertarie nelle società contemporanee” con (da sinistra a destra): Nico Berti, Amedeo Bertolo, Colin Ward, Murray Bookchin, Rudolf De Jong, Ruben Prieto (in piedi)

Oggi è venuto a mancare Amedeo Bertolo, amico di Pinelli, fra i primi animatori del circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa.
Nel 1962 partecipò al rapimento del viceconsole spagnolo Isu Elias che fu tenuto per diversi giorni prigioniero, perchè due compagni della CNT erano stati condannati a morte e all’ergastolo. Grazie a quel sequestro, gestito insieme ad altri, la pena di morte fu tramutata in ergastolo, l’ergastolo in 30 anni e diede il via ad un grosso processo politico e ad un atto d’accusa contro il regime franchista.
Ci piace ricordarlo nelle parole di chi di noi lo ha frequentato
“con Amedeo non ci vedevamo più spesso, ci siamo sfiorati forse l’anno scorso” – racconta Decortes – “tuttavia era ed è il riferimento più rilevante della mia adolescenza”.
Marco: “io conoscevo Amedeo e non lo vedevo da molto, i miei rapporti con lui sono stati superficiali, ma lo spessore si avvertiva lo stesso, su molte cose non ero d’accordo con lui, però rimane quello che ha sequestrato un diplomatico spagnolo…”

CHI HA PAURA DI “PANE QUOTIDIANO”?

pane quotidiano viale monza

“….Da tempo i cittadini residenti segnalano le condizioni di degrado che il quartiere ha raggiunto: i giardini limitrofi, dove senzatetto e sbandati bivaccano, vengono ormai utilizzati per le necessità corporali; la fontanella presente sul piazzale antistante l’edificio è usata come doccia pubblica; i resti del cibo distribuito da Pane Quotidiano vengono abbandonati e hanno dato origine a vere e proprie colonie di ratti…..”

Questo è lo scenario apocalittico presantatoci sulle pagine di Republica dai leghisti Lepore e Piscina.
Il caso del giorno è “Pane Quotidiano”, una associazione laica che da molti anni distribuisce cibo a chi, italiani o migranti poco importa, ha difficoltà a comprarne. Inutile spiegare a questi soggetti che con l’aggravarsi della crisi economica la fila davanti a quelle poche realtà solidali ancora rimaste si farà sempre più lunga, e non sarà di certo un idea di “decoro” strettamente legata al bisogno “sicurista” tanto accarezzato sia a destra che a sinistra, a risolvere il problema.
Noi sappiamo bene che una soluzione definitiva al problema della povertà consiste in un profondo e radicale cambiamento della società , non stiamo qui a ripetere che la povertà esiste perchè esiste la proprietà privata, ci limitiamo a riconoscere il merito di chi, qui ed ora, cerca di alleviare le sofferenze dei suoi simili.
Le parole di Lepore e Piscina sono inqualificabili, lontanissime dall’esprimere una pur vaga proposta politica, sono invece espressione di una diffusa infezione che andrebbe estirpata.L’associare le file di bisognosi ad infestazioni di ratti e rivelatrice di come viene visto il problema.
Vorremmo, per quello che può servire, esprimere la nostra vicinanza a Pane Quotidiano ricordando che le iniziative tese ad aiutare gli ultimi non devono essere usate come serbatoi di consenso.
Dietro quelle file di “degrado” ci sono storie e vissuti personali, persone che già probabilmente hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio per chiedere una mano.
Infierire ulteriormente è semplicemente mostruoso.
Non è nascondendole sotto il tappeto che le contraddizioni di questa società spariranno.
L’unico vero degrado che stiamo vivendo è la mancanza di empatia.

IL PONTE NON E’ A NOLO

Sblendido
Leggiamo sul quotidiano IL GIORNO che all’interno del Municipio 2 c’è chi vorrebbe mandarci via dalla sede di Viale Monza 255.
Il presidente del municipio, Samuele Piscina, leghista, vorrebbe farne una biblioteca: sulla sua testa pende una denuncia per danneggiamenti di proprietà privata con l’aggravante di motivi razziali. Lasciamo immaginare quali libri potrebbero trovarsi nella suddetta biblioteca….
E che dire di Vittoria Sblendido simpatica compagna che potevate incrociare alla fermata Precotto a volantinare per Sala residentisima in zona che a distanza di trent’anni si rende conto della nostra presenza e decide che a lei non sta bene?
In queste settimane il Municipio 2 è stato paralizzato da uno stillicidio di intrighi, voltafaccia, e pastette da politicanti di cui a noi di solito non frega mai nulla, ma questa volta una risposta ci vuole.
Col quartiere i nostri rapporti sono sempre stati ottimi e proficui tant’è vero che prima dell’articoletto del giorno sapevamo benissimo che qualcuno si stesse muovendo contro di noi, e sapevamo anche chi fosse, informati da abitanti e negozianti.
anarchists: we are eveywhereRicordiamo che gli anarchici milanesi hanno una sede anche per il contributo dato alla Resistenza al fascismo, facciamo parte della storia di questa città che piaccia o no. Poi se dietro queste provocazioni si nasconde un qualche disegno di speculazione, sappiate che non sarà per niente facile portarlo a termine.
In tanti anni in molti hanno provato ad allungare le mani sulla nostra sede, ma anche mestieranti della politica ben più preparati hanno dovuto abbandonare l’idea.
Il Ponte non è a Nolo, ma rimarrà a Precotto, e vedrà passare pure voi.

Di che marca è il pride?

Brevi riflessioni su diritti e profitti.

pride milano vip

Certo che dai tempi delle marce delle suffragette, quelle che volevano estendere il diritto di voto anche alle donne, ai pride, per estendere i diritti civili anche a chi non è eterosessuale sono stati fatti dei passi da gigante, non c’è che dire: la scienza e il progresso non si possono arrestare. Chissà quali altre frontiere varcheremo in futuro…
Trovate queste parole un po’ retoriche, esageratamente entusiaste e fiduciose verso i regimi democratici e i diritti civili?
Vi sbagliate. Vi sbagliate perchè qui non si parla di diritti, argomento decisamente vintage, ma di soldi. I soldi sono sempre attuali.
Di soldi, di potere e di controllo.
Vediamo.
Torniamo alle suffragette e a come una campagna per la parità tra sessi abbia avuto, negli Stati Uniti, il non trascurabile risultato di estendere il tabagismo tra le donne e di arricchire i produttori di tabacco.
Il tutto grazie a una trovata E. Barnays, nipote di S. Freud, divulgatore delle sue teorie; uno dei maestri della propaganda e delle pubbliche relazioni.
Pare che anche Goebbels, ministro della propaganda del terzo reich, ne apprezzasse le tesi.

“A quel tempo il fumo stava divenendo un vizio crescente negli Stati Uniti, ma per le donne era considerato un tabù, a loro non era consentito fumare in pubblico”
“Ogni anno a Broadway, quartiere di New York, si teneva una tradizionale parata di Pasqua a cui partecipavano migliaia di persone. Nell’edizione del 1929, Bernays decise di organizzare un evento: convinse un gruppo di dieci ricche debuttanti femministe a nascondere delle sigarette Lucky Strike sotto la gonna, poi avrebbero sfilato nella parata e ad un suo segnale, le avrebbero accese con fare teatrale. Bernays nel frattempo aveva informato la stampa del fatto che aveva sentito dire che un gruppo di suffragette avrebbe inscenato una protesta accendendo quelle che loro chiamavano “le torce della libertà”. Egli sapeva che questo evento avrebbe destato scalpore e che tutti i fotografi sarebbero stati pronti a catturare l’evento. Quindi aveva già preparato la frase “le torce della libertà”; aveva trovato un simbolo, le giovani donne debuttanti, che fumavano una sigaretta in pubblico, con una frase che significava che chiunque fosse favorevole all’uguaglianza avrebbe dovuto sostenerle nel dibattito che ne sarebbe scaturito, perché le torce erano “della libertà”. La frase era un chiaro riferimento alla statua della Libertà, simbolo che richiamava l’unità della nazione ed i suoi valori, e che era presente su tutte le monete americane. Il giorno seguente, questo avvenimento non era stato documentato solo sui giornali di New York, ma in quelli di tutti gli Stati Uniti e nel mondo. Il 1º aprile del ’29 il The New York Times scriveva: “Gruppo di ragazze accendono delle sigarette come gesto di libertà”. Da quel giorno in poi, le vendite delle sigarette alle donne aumentarono. Nonostante non fosse riuscito ad eliminare completamente il tabù, Bernays aveva reso questo fatto maggiormente accettato dalla società con un solo atto simbolico. Quello che egli aveva creato era l’idea che se una donna fumava, ciò l’avrebbe resa più potente e indipendente, un’idea che sopravvive ancora oggi”

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Una mossa geniale che diffusa e amplificata dai media ha prodotto il risultato voluto: estendere il mercato del tabacco e i profitti dei suoi produttori.
In questo caso tutto avviene in modo quasi clandestino, si organizza una messa in scena e si cerca di far credere che quanto succede sia spontaneo.

google prideOggi le cose sono cambiate, non ci si accontenta di approfittare di una mobilitazione che ci sarebbe comunque stata, no. La si sponsorizza e la appoggia, è successo col Milano Pride 2016, l'”evento” a cui hanno partecipato migliaia di persone è stato apertamente appoggiato e sponsorizzato da una lista di aziende, il cui scopo pricipale, ovviamente, non può essere promuovere i diritti, ma aumentare i profitti.
Per esempio Amazon ripetutamente attaccata per i livelli di sfruttamento al limite della schiavitù che impone ai lavoratori. Partecipando al pride ricostruisce la sua immagine e ricostruendo la sua immagine riguadagna la simpatia dei consumatori.

microsoft prideLo stesso vale per Microsoft, anch’essa tra gli sponsor del pride, e più volte accusata di sfruttamento del lavoro minorile, attraverso l’impresa cinese KYE.

Un vero salto di qualità per i moderni stregoni della propaganda.
Ma ci pensate?
Aziende che organizzano la difesa dei diritti…
Bernays non potrebbe che approvare.
Vogliamo provare a riflettere?

“La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese.”
( E Bernays )

P.S. #1

Quando qualcuno tenta di riprendersi la parola e la protesta, viene attaccato e cacciato, come è successo alle Collettive Femministe Queer.
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P.S. #2

E’ appena stata presentata la lista degli assessori al comune di Milano: tra di loro c’è una manager di Microsoft.
Sarà un caso?

Neurocapitalismo – c’è una lotta da sostenere nel cyberspazio-tempo

Video della presentazione del libro di Giorgio Griziotti “Neurocapitalismo – mediazioni tecnologiche e vie di fuga” 4 maggio 2016

Video presentazione di "Neurocapitalismo" di Giorgio Griziotti @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 04-05-2016

Evento

Serantini, un omicidio di stato

foto Franco Serantini

Franco Serantini

Il 7 maggio del 1972, alle ore 9:45 moriva nel pronto soccorso del carcere di Pisa, Franco Serantini.
Anarchico, poco più che ventenne, era stato arrestato durante una manifestazione antifascista, brutalmente caricata dalla polizia.

Ma chi era Franco Serantini?

Nato a Cagliari il 16 luglio del 1951, viene abbandonato dai genitori naturali e vive nel brefotrofio della città fino all’età di due anni.
Viene quindi adottato da una famiglia senza figli. La madre adottiva muore e fino ai 9 anni vive con i nonni adottivi. Poi viene nuovamente trasferito all’istituto di Cagliari dove rimane fino al 1968. Successivamente viene prima trasferito all’istituto per l’osservazione dei minori, poi, senza alcuna ragione, al riformatorio di Pisa “Pietro Thouar” in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in istituto). A Pisa consegue la licenza media e frequenta la scuola di contabilità aziendale. Adolescente, incomincia a frequentare gli ambienti della sinistra pisana, in quegli anni particolarmente attiva. Prima i giovani socialisti e comunisti, poi Lotta Continua. All’inizio del 1971 approda al gruppo Anarchico “G. Pinelli”.

Partecipa alle iniziative per la scarcerazione di Valpreda, per la verità su Piazza Fontana, le mobilitazioni antifasciste, il mercato popolare autogestito.

Nel 1972 viene trovato, da parte del partigiano Anarchico Renzo Vanni il bando della Repubblica Sociale Italiana, firmato dall’allora segretario del MSI Giorgio Almirante, editto durante la guerra, in cui si ordinava la fucilazione dei renitenti alla leva e che comprovava la diretta discendenza del MSI dal regime fascista e la compromissione dei suoi dirigenti con questo infame regime.
È in questo clima che nasce la manifestazione del 5 maggio 1972 a Pisa indetta da Lotta Continua per protestare contro un comizio del missino Niccolai. La manifestazione viene duramente caricata dalla polizia. Sul Lungarno Gambacorti viene pestato a sangue Franco Serantini da uomini del 2° e 3° plotone della terza compagnia del 1° raggruppamento celere di Roma.
Viene colpito da calci e colpi col calcio del fucile. Il sopraggiungere di un altro drappello di poliziotti e l’intervento del commissario di P.S. Giuseppe Pironomonte, che lo sottrae con l’arresto al linciaggio, interrompono la mattanza.

Durante gli interrogatori Serantini mostra evidenti segni di confusione mentale e di malessere, dice al magistrato che lo interroga di soffrire di una forte emicrania, ma nessuno si preoccupa e pensa di sottoporlo ad una visita medica. La mattina del 7 le sue condizioni si aggravano e viene portato al pronto soccorso. Troppo tardi. Alle 9:45 Serantini muore.

L’autopsia evidenzia un grave trauma cranico e numerose lesioni interne dovute ai colpi inferti durante il pestaggio sul Lungarno.

Si tenta di insabbiare questo delitto di stato, ma la manovra fallisce. Il 9 maggio 1972 si svolgono i funerali di Franco Serantini, migliaia di anarchici, militanti di Lotta Continua e degli altri gruppi extraparlamentari, sindacalisti e cittadini di Pisa partecipano al corteo funebre.

Le indagini sull’accaduto, come al solito, portarono al nulla di fatto. Tentativi di rimuovere i magistrati scomodi, depistaggi, muri di omertà, caratterizzarono l’inchiesta, come d’altronde tutte quelli sugli altri omicidi di stato degli anni 70, stragi comprese. Alla fine furono condannati due ufficiali di P.S. per falsa testimonianza, a 6 mesi con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, condanna poi cambiata successivamente in assoluzione nel 1977.

Il dottor Mammoli, imputato e poi prosciolto per l’accusa di omissione di soccorso, fu ferito nel marzo dello stesso anno da un commando di Azione Rivoluzionaria, organizzazione armata di area anarchica.

Le parole che seguono sono tratte da “Il sovversivo” -vita e morte dell’anarchico Serantini- di Corrado Stajano.

“In prossimità del processo Valpreda, le nostre posizioni sono chiare: responsabili della strage di stato e dell’omicidio di Pinelli non solo solo i fascisti e qualche funzionario di polizia. Il vero e principale responsabile che si è servito della mano criminale dei fascisti è lo Stato. Non esiste lo stato reazionario che ha fatto la strage e lo stato progressista che cerca la verità. Tutte le forze che gestiscono l’apparato statale, o cercando di conservarlo come adeso è, o cercando di razionalizzarlo, sono più o meno direttamente implicate nella responsabilità della strage” (Da un volantino scritto da Franco Serantini)

 

A domanda risponde: “Dicono che abbia lanciato contro la polizia pietre e altro materiale incendiario, ma per la verità non riesco a ricordare”.
Chiesto all’imputato per quale ragione si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti, risponde: “ci andai perchè ci si crede”.
A.D.R. Chiesto all’imputato in che cosa crede risponde: “Sono anarchico”.
A.D.R. “Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora attualmente”.
A.D.R. “Non credo di avere insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato “porco”, ma non credo di averlo fatto, perchè non è la mia frase abituale”.
A.D.R. Non credo di avere avuto tra le mani ieri sera pietre o bottiglie incendiarie; anche perchè persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarle”.
A.D.R. “Quando mi recai alla manifestazione ieri sera non ero d’accordo con nessuno; ci andai come cane sciolto”.
( Dall’interrogatorio a Franco Serantini )

 

Testimonianza di Moreno Papini, Lungarno Gamabcorti 12: “…Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del comune, mentre la gente scappava per via Mazzini. Le camionette sono arrivate e si sono fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno. Nello stesso momento stavano arrivando alcuni celerini a piedi. Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano agguantandone uno.

Proprio vicino al marciapiede, esattamente sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili.

Ad un tratto alcuni celerini sono scesi dalle camionette davanti, e sono intrevenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: “Basta, lo ammazzate!” È successo un po’ di tafferuglio fra i due gruppi di PS. Poi uno che sembrava un graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su. Solo in quel momento l’ho potuto vedere in faccia, perchè teneva la testa ciondoloni sulla schiena. Aveva i capelli neri, gonfi e ricciuti e aveva la carnagione scura. Lo hanno poi trascinato verso le camionette mentre il graduato gli dava qualche schiaffetto per rianimarlo”.

 

Alle dieci, in città non c’è più un solo bar aperto. Circola la voce che ci sarebbe un morto. In una caserma della polizia si sente cantare fino a tardi.

foto corteo a Pisa per protestare contro l'assassinio di Franco Serantini

corteo a Pisa per protestare contro l’assassinio di Franco Serantini

Brigata Ebraica, un po’ di chiarezza.

foto spezzone "brigata ebraica" al corteo del 25 aprile a Milano

spezzone “brigata ebraica” al corteo del 25 aprile a Milano

E’ da molti anni ormai che il corteo del 25 aprile si trova al centro di una polemica che ha per oggetto la partecipazione della Brigata Ebraica alla commemorazione della liberazione.
Le reciproche accuse tra i contestatori e i sostenitori della Brigata Ebraica di intolleranza, fascismo, violenza, sionismo, antisemitismo, razzismo ecc. non hanno contribuito certo a chiarire quale sia il vero nodo della questione. I media hanno dato come sempre un’immagine spettacolare e distorta degli avvenimenti: contestatori intolleranti contro i difensori della libertà di parola.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
E per fare chiarezza bisogna mettere da parte la questione palestinese ed è anche necessaria una premessa che apparentemente non ha alcuna connessione col tema che stiamo trattando, ma che in realtà fornisce una corretta chiave di lettura dei fatti e aiuta a costruirsi una opinione libera da preconcetti.
Bisogna tornare indietro nel tempo, fino all’inverno del 1944, quando il generale inglese Alexander,

foto Generale Harold Alexander

Generale Harold Alexander

comandante delle truppe angloamericane operanti sul fronte italiano contro i nazifascisti lancia ai partigiani un appello via radio attraverso l’emittente “Italia combatte”. Un appello che passerà alla storia. Eccone il testo.

«Patrioti! La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
3. attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia Combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
8. il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.»

Da notare che Alexander non sta dando consigli ai partigiani, sta dando loro degli ordini, li considera al suo servizio.
Anche se con toni “britannici” dice di sospendere le operazioni. I partigiani trovarono il modo di disattendere quegli ordini, ma l’inverno del 1944 fu comunque durissimo: i nazifascisti avevano anch’essi ascoltato l’appello alla radio e, sicuri che gli angloamericani avrebbero sospeso l’offensiva, rastrellarono a fondo le zone controllate dai partigiani che pur subendo gravi danni non crollarono. L’inverno passò e arrivò anche la primavera del 1945, l’insurrezione del 25 aprile e la liberazione.
Ma le cose sarebbero andate molto diversamente se i partigiani si fossero attenuti alle disposizioni di Alexander: i nazifascisti avrebbero lo stesso perso la guerra, ma il contributo dei partigiani alla vittoria sarebbe stato marginale e quindi le aspirazioni che la resistenza aveva espresso (rinnovamento sociale, maggiore giustizia ed equità, per qualcuno anche una rivoluzione) sarebbero state accantonate per tornare allo status quo prefascista.

Ma cosa c’entra questo contrasto partigiani-angloamericani con la Brigata Ebraica?
C’entra, perchè la Brigata Ebraica non era, come qualcuno lascia credere, una formazione partigiana composta da combattenti di religione ebraica, ma una formazione militare appartenente all’esercito britannico, agli ordini, quindi, di quel Generale Alexander che voleva imbrigliare i partigiani. Nulla a che fare con la Resistenza, quindi.
La Brigata Ebraica nacque nel 1944 e fu composta principalmente da ebrei che abitavano i territori che sarebbero diventati Israele. Al comando della Brigata fu posto il Generale canadese Benjamin.
Fu successivamente inviata in Italia (Emilia-Romagna) dove iniziò a combattere il 3 marzo 1945 per cessare i combattimenti il 25 aprile dello stesso anno. Le perdite furono di 30 morti su circa 5000 effettivi.

Proprio per il contrasto di cui abbiamo appena parlato, accomunare i partigiani e le truppe anglo-americane nelle ricorrenze del 25 aprile è una forzatura storica e politica, anzi qualcosa che si avvicina moltissimo alla riscrittura della storia funzionale a cancellare ogni memoria di ribellione popolare.
Sarebbe quindi auspicabile, che queste speculazioni cessassero e la verità ristabilita, ma molto probabilmente il 25 aprile 2017 ricominceranno le polemiche ad uso dei pennivendoli.

Sta a noi ricordare.

foto partigiani a Montefiorito

partigiani a Montefiorito

Just singing in the rain….

Just singing in the rain….
Cosa dire di oggi.
Oggi i depositari del diritto al lavoro han capitolato.
Spaventati da questa massa di giovani festaioli potenzialmente sovversivi, han deciso di occupare altri lidi, non sia mai che lo scontro arrivi a studio aperto.
Di nuovo la fanno franca quei birboni che della Mayday non avevano capito un cazzo, quei poveretti che l’unica risposta che hanno e vogliono rispetto a questo stato di cose rimane la loro arte e la loro capacità di rendere una festa veramente una festa.
Quanti fra questi sono reali lavoratori o semplici perdigiorno non ci è dato saperlo.

Il nostro NO al TTIP

NO TTIPIl TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), conosciuto anche come TAFTA (Transatlantic Free Trade Area) è un trattato in fase di negoziazione dal luglio 2013 fra USA e UE per istituire un’area di libero scambio in cui non solo vengono eliminati i dazi doganali (già minimi), ma viene istituita una “zona deregolamentata”, ossia le attuali norme in vigore nei vari stati vengono livellate verso il basso in nome del libero transito e commercio delle merci e di fornitura di servizi.
In pratica il sogno bagnato di ogni liberista, un potente strumento nelle mani di chi ha già dimostrato varie volte di non farsi troppi problemi ad usare ogni forma di basilare diritto come guinzaglio.
Mentre a scopo propagandistico si vuole far passare la nascita di questo trattato come una sorta di parto collettivo, in realtà l’oggetto dei negoziati fra USA e UE non è pubblico e non lo sono neanche i documenti prodotti.
Tuttavia, guardando trattati simili già in essere (vedi il NAFTA) e ad alcuni leaks di altre negoziazioni simili, come il TPP (Trans-Pacific Partnership Agreement), possiamo già farci un’idea di quali sono i reali bersagli dei negoziati in corso. Presumibilmente si andrà ad incidere sui settori più disparati della società: dalla sanità, all’acqua pubblica, alla produzione, commercializzazione e distribuzione degli alimenti, alla estrazione delle materie prime fino al mercato del lavoro, ai diritti di autore e privacy.
Mentre in europa si potrebbero scardinare le ultime resistenze in fatto di Ogm, etichettatura (rintracciabilità degli alimenti e/o ingredienti) e Fracking, in USA potrebbero liberarsi di alcune leggi bancarie e penali a tutela del consumatore considerate un po’ troppo “limitanti”.
Con il trattato quasi sicuramente verrà introdotto l’arbitrato internazionale (denominato ISDS o Investor-state dispute settlement) che permetterà alle imprese di intentare cause per “perdita di profitto” contro i governi, qualora questi portassero avanti legislazioni che potenzialmente mettono in pericolo le aspettative di profitto delle stesse imprese.
Già, ma intentare causa dove?
Ovviamente davanti a società private (quasi sicuramente potenti studi legali internazionali) che già scalpitano davanti agli immensi guadagni che questo nuovo settore potrebbe portargli.
Purtroppo è già capitato in Egitto, quando il governo nato dalle primavere islamiche ha timidamente tentato un aumento dei salari minimi, per finire poi portato davanti ad un arbitrato internazionale dalla multinazionale dello smaltimento rifiuti Veolia contraria alla cosa; oppure in Canada che, grazie al Nafta, s’è visto citare per danni da una multinazionale americana che aveva interessi sul suo territorio, perché tramite referendum aveva deciso di vietare quel mostro ecologico chiamato fracking.
Prepariamoci anche all’invasione di prodotti scadenti e al crollo dei nostri grandi marchi agroalimentari, perché diciture come “Doc” o “Igt”, “anti-commerciali” per chi specula sulla nostra salute,  se non verranno abbandonate avranno un costo troppo alto per lo stato italiano.

La documentazione on line sul TTIP, sebbene basata su ipotesi e fughe di notizia, è abbastanza corposa ed è sufficiente per informarsi.
Rimandiamo ai seguenti video per una più semplice e veloce panoramica:
Cos’è il TTIP Transatlantic Trade Investment Partnership
TTIP Day One
Cos’è l’ISDS Investor-State Dispute Settlement

e alle seguente ridottissima selezione di fonti per un approfondimento :
Che cos’è il TTIP
Il trattato che minaccia la democrazia
Che cos’è il TTIP, spiegato bene
Tribunali pensati per rapinare gli Stati. Multinazionali che trascinano in giudizio gli Stati per imporre la propria legge

La campagna contro il TTIP è già in atto e fortunatamente comincia a dare piccoli risultati. A questo link (Campagna Stop TTIP Italia) è possibile tenersi informati e conoscere le iniziative.

Vorremmo però aggiungere alle fonti e a quanto detto, le nostre riflessioni e il nostro punto di vista libertario che ci spinge a mobilitarci nella campagna contro l’adozione di questo trattato.
Con il TTIP il potere dello stato e sopratutto degli enti locali viene fortemente limitato.
E’ in atto una vera e propria cessione di potere in cambio di non ben specificati guadagni in termini economici e occupazionali. Allo stato rimarrà l’onere di mantenere l’ordine interno per garantire la continuità dell’economia e del commercio con fine ultimo della massimizzazione dei guadagni per le multinazionali.
Ma del potere dello stato poco ce ne frega, quello che ci preme evidenziare è l’evidente invasività nel quotidiano del trattato. Potrebbe essere la fine di molto di ciò che adesso diamo per scontato ed ancora rimasto accessibile a quasi tutti: dall’acqua, a quei minimi diritti nel lavoro salariato, alla sanità (parzialmente) gratuita, alle già minime garanzie di privacy online e offline.
In gioco c’è quel poco che rimane di quei diritti acquisiti in anni di lotte sociali e operaie, che una volta persi del tutto, non sarà per niente facile riottenere.
C’è in ballo la qualità di vita come l’abbiamo vissuta fin’ora.
Viene praticamente azzerata la volontà popolare, già ridotta al lumicino fra referendum disattesi e elezioni in cui scegliere “il meno peggio”, alla quale si sostituisce il negoziato “fra tecnici”, e sancita definitivamente la farsa del principio che la legge è uguale per tutti.
Vediamo il TTIP, come il NAFTA, il TPP, precedentemente il WTO o il futuro TISA (ennesima proposta di trattato internazionale liberticida, secondo i documenti pubblicati su wikileaks), come un altro tassello della strategia mondiale che punta a rendere le multinazionali, enti al di sopra delle parti, che in nome del commercio e del profitto impongono il superamento di ogni limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali. Quello che si prospetta nel prossimo futuro è il predominio politico delle grosse multinazionali, lo stato ridotto a sfogatoio elettorale e braccio armato addetto alla repressione del dissenso e l’azzeramento di ogni diritto.
Pensiamo che queste forme di dittatura economica vadano combattute, in un’ottica gradualistica e al contempo rivoluzionaria. Pensiamo che oggi più che mai sia prioritario e necessario rispolverare quelle forme di mutuo soccorso e autogestione che appartengono alla tradizione della sinistra italiana (cooperative di produzione e consumo, casse di resistenza per gli scioperanti, organizzazione di servizi sociali come l’istruzione o la salute, non a scopo di lucro, non gestiti da apparati statali e organizzati orizzontalmente) che consentano la tutela della vita dell’individuo dalla violenza di questi mostri economici e al contempo lottare nelle piazze per il mantenimento dei diritti e in un, sperando prossimo, futuro per la richiesta o meglio l’appropriazione di nuovi diritti e sempre maggiori tutele.
Non si trattarebbe di ripetere pari pari le esperienze del passato, ma di ripensarle in modo creativo, originale ed efficace.

Chiudere gli occhi davanti a questo orrendo trattato secondo la visione disillusa del “tanto oramai” o del “ma tanto è già così” potrebbe costare a tutti noi veramente caro, mentre l’occuparcene alla peggio ci farebbe tornare a guardare negli occhi con quelli che, stufi come noi dell’arroganza del potere, sono desiderosi di fare qualcosa.

 

STOP TTIP!

 
STOP TTIP: Incontro con Marco Bersani del 16/06/2015
STOP TTIP: conferenza della professoressa Algostino 20/01/2015 al Ponte