L’Aginter Presse e la strategia della tensione

Cinquantenario di Piazza Fontana, continua la pubblicazione dei documenti per non farci rubare la memoria, capire il contesto storico e politico nel quale si è sviluppata la strategia della tensione. La memoria non deve essere sterile commemorazione, ma difesa della verità storica per aprire prospettive di cambiamento.


QUELLI CHE SEGUONO SONO GLI ARTICOLI PUBBLICATI DA INCERTI, OTTOLENGHI E RAFFAELLI SUL SETTIMANALE “L’EUROPEO” NEL NOVEMBRE DEL 1974.
GLI ARTICOLI SONO IL RISULTATO DELL’ESAME DEI DOCUMENTI APPARTENENTI ALLA CENTRALE “AGINTER PRESSE”, UNA STRUTTURA COPERTA DOVE SERVIZI SEGRETI OCCIDENTALI E I GRUPPI FASCISTI COLLABORAVANO PER COLPIRE CON OGNI MEZZO I MOVIMENTI DI EMANCIPAZIONE IN QUALSIASI PARTE DEL MONDO.LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA E’ UNO DEI FRUTTI DI QUESTA STRATEGIA.

SIAMO ENTRATI NEL CARCERE DI LISBONA

E abbiamo fotografato i documenti proibiti

Lisbona, novembre
Siamo entrati nel carcere di Lisbona e abbiamo fotografato gli archivi segreti dell’ “Aginter-Presse”, la famosa agenzia con la quale era collegato anche Giannettini. Primi giornalisti al mondo, abbiamo fotografato centinaia e centinaia di documenti, schede, dossier, lettere.
L’Europeo ha ora le prove che dal 1962 sino alla rivoluzione portoghese del 25 aprile scorso l’ “Aginter-Presse” di Guérin-Serac era:
1) un’agenzia di stampa e di propaganda per la diffusione di idee e di programmi nazisti in tutto il mondo, in particolare in Europa e in Africa. Lo provano migliaia di opuscoli e di lettere riservate custodite nelle segrete del forte-carcere di Caxias;
2) un’agenzia di reclutamento e di addestramento professionale di mercenari, terroristi, e sabotatori per portare il disordine e il caos ovunque, allo scopo dichiarato di minare le fondamenta dei governi democratici. A questo proposito abbiamo trovato schede di reclutamento, testi e programmi di vere e proprie lezioni di sabotaggio, terrorismo, controguerriglia, direttive ideologiche e pratiche per l’esecuzione di missioni clandestine, relazioni particolareggiate, spesso in codice, di operazioni avvenute;
3) una centrale di spionaggio ufficialmente legata ai servizi segreti portoghesi e, tramite questi, a quelli degli altri paesi occidentali. Negli archivi si trovano ricevute di denaro proveniente dalla PIDE, la polizia segreta di Salazar, e fitti scambi di corrispondenza e di segnalazioni a numerosi servizi segreti, incluso il nostro SID. Lo spionaggio era effettuato da agenti dell’ “Aginter-Presse” che si spostavano continuamente pe ri diversi paesi europei e africani stabilendo contatti e punti di riferimento locali;
4) il cervello e il luogo di incontro di quell’organizzazione internazionale che ha tirato le fila dell’eversione in questi ultimi anni. dai documenti “Aginter-Presse” è provato che l’Internazionale nera esisteva, che riceveva finanziamenti regolari, che stipulava accordi per “interventi” in questo o quel paese, che i suoi legami giungevano sino ad alti livelli politici ( specialmente in Francia e in Germania ). In pratica, questa Internazionale usava l’ “Aginter Presse” quale suo principale braccio d’azione, ben protetto e aiutato dal governo portoghese;
5) il centro strategico per operazioni di “intossicazione politica” e provocazione, e per l’attuazione di una vera e propria “guerra rivoluzionaria”. Per comprendere queste operazioni basterà, per ora, citare l’indice delle cinque fasi del corso di “Tattica” per gli agenti dell’ “Aginter-Presse”: la prima fase è di “preparazione”, la seconda di “pulizia e propaganda”, la terza di “guerriglia e terrorismo”, la quarta di “liberazione parziale”, la quinta di “insurrezione generale”. basterà inoltre dire che negli archivi abbiamo trovato i nomi di numerosi agenti italiani. Fra questi quello di Guido Giannettini ( cui è riservata una scheda ) , Pino Rauti e di molti dei partecipanti a quel convegno svoltosi a Roma nel 1965 all’hotel Parco dei Principi il cui tema era ( una ben strana combinazione! ) ” La guerra rivoluzionaria”. Questo per quel che concerne l’Italia: per gli altri paesi i dirigenti dei vari “Ordre Nouveau”, “Europe Action” e così via erano tutti collegati con l’ “Aginter-Presse”.
Dalla fine del 1968 in poi l’Italia risulta essere stata un ambito terreno di caccia per l’agenzia portoghese. Nel nostro paese l’ “Aginter-Presse” ha:
1) creato una rete di agenti (abbiamo scoperto almeno trenta nomi e uno schema degli aderenti nelle diverse città italiane ) i cui compiti andavano dalla semplice informazione politica alla scientifica organizzazione della sovversione. Appare dai documenti che, proprio agli inizi del 1969, il primo anno tragico italiano, uno dei capi dell’ “Aginter-Presse”, braccio destro di Guérin-Serac, ha compiuto numerosi viaggi in Italia;
2) preso accordi di “collaborazione” con giornalisti, agenzie di stampa, organizzazioni, uomini politici, agenti del nostro servizio segreto, esponenti del mondo finanziario, religiosi, diplomatici. Tutti i contatti sono stati scrupolosamente annotati, tutti i personaggi sono stati suddivisi secondo nomi e cifre in codice di cui abbiamo rinvenuto le chiavi;
3) raccolto informazioni segrete su personaggi e fatti politici, economici, e finanziari italiani e compilato apposite schede inserite in dossier. Tali informazioni venivano poi diffusi agli agenti, ai collaboratori, agli “amici”: informazioni diverse secondo il grado di “vicinanza” dei personaggi cui fornire le notizie;
4) accolto a Lisbona agenti italiani ed esponenti del mondo politico di destra per concordare programmi comuni di azione. Vi sono lettere con preannunci di viaggi e relazioni di incontri avvenuti;
5) arruolato giovani italiani per operazioni terroristiche, abbiamo trovato lettere di richieste di arruolamento e schede segnaletiche dei candidati;
6) infiltrato i suoi uomini in organizzazioni di estrema sinistra e in movimenti universitari. L’infiltrazione, teorizzata a ungo nelle istruzioni dell’ “Aginter-Presse”, è uno dei cavalli di battaglia dell’agenzia. In Africa essa operava infiltrazioni nei Movimenti di liberazione nazionale. Esiste anche un lungo documento che spiega il tentativo di liberazione dal carcere di Kinshasa di un agente dell’ “Aginter-Presse” fatto prigioniero “per propaganda maoista”.
Negli archivi custoditi nel carcere di Caxias è dunque documentata una storia che ci riguarda da vicino. Sono archivi eccezionali, disponibili per opera di un avvenimento eccezionale quale è la rivoluzione portoghese dell’aprile scorso: accanto a quelli del’ “Aginter-Presse” sono custoditi nel carcere di Caxias quelli di cinquant’anni di attività della PIDE. A queste carte ( intere stanze piene di documenti ) stanno febbrilmente lavorando i militari del Movimento delle forze armate portoghesi. Uno di questi, il comandante Costa Correia, è stato delegato dal governo ad esaminare proprio gli archivi dell’ “Aginter-Presse”: è l’unico uomo che conosce a fondo la storia di questa famigerata agenzia. E, per la prima volta ce ne parla.

Comandante Costa Correia, le chiediamo una “scheda di identificazione” della “Aginter-Presse”. Una scheda come quelle che, a migliaia, abbiamo visto negli archivi del forte di Caxias.

Non è stato semplice ricostruire la storia di questa “agenzia di stampa” che per tanto tempo ha operato, da Lisbona, in tutto il mondo. E non è stato semplice perché quelli della “Aginter”, da veri professionisti, hanno sempre coperto la loro attività con mascherature di ogni tipo, codici spesso molto difficili da decifrare, precauzioni più che efficienti. Ma la gran massa di documenti sui quali ho dovuto operare mi ha consentito di tracciare un profilo storico e organizzativo della agenzia che ritengo esatto e incompleto.

Cominciamo dalla storia, allora.

Facciamo la storia e vediamo come Guérin-Serac e i suoi amici hanno operato in questi anni. Il francese, ex ufficiale dell’OAS, espulso da De Gaulle, fanatico del nazi-fascismo, approda a Lisbona nel 1962, con lo scopo di fare pubblicare un suo libro, intitolato Principi, che è un po’ il codice di quella che sarà la futura attività, non solo della “Aginter Presse”, ma anche del movimento “Ordre et Tradition” di cui Guérin-Serac sarà il presidente e fondatore. L’agenzia di stampa nasce quindi in quell’anno, allorché il francese cerca un appoggio concreto presso il governo di Lisbona. Non lo trova a livello ufficiale, ma ottiene invece aiuti e “spinte” dalla Legione Portoghese, organizzazione para militare (tipo Falange e SS) del regime. Guérin-Serac viene incaricato di sfruttare la sua passata esperienza di ufficiale dell’OAS e organizza corsi pratici di sabotaggio e contro sabotaggio, spionaggio, terrorismo. Intanto pubblica il suo libro con l’idea-base del suo credo: “lasciate aperte le frontiere, noi arriveremo dovunque e schiacceremo lo sciacallo comunista”.

Guérin-Serac ha quindi fin dall’inizio un rapporto diretto con il governo portoghese.

Naturalmente. Offre i suoi servizi al ministero degli Affari Esteri e poi alla PIDE, la famigerata polizia politica. E’ la PIDE a ingaggiarlo, con un regolare contratto firmato e controfirmato che abbiamo ritrovato negli archivi. Guérin-Serac deve organizzare una “agenzia giornalistica” c he serva da copertura ad un’organizzazione incaricata di infiltrarsi, con i suoi agenti, soprattutto in quei paesi africani che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Lisbona. La PIDE paga, e profumatamente, e il francese inizia il suo lavoro. Manda i suoi agenti, tra i quali il famoso Roberto Leroy, (già intervistato dall’Europeo, n.d.r.), in Africa e intanto fa opera di propaganda, diffondendo i bollettini e le pubblicazioni di estrema destra della “Aginter Presse” in tutta Europa. In questi anni, tr il 1962 e il 1965, gli agenti di Guérin-Serac viaggiano molto e dappertutto, creando quella rete di informatori, di collaboratori, di delegati che, più tardi, si rivelerà assai utile.

MOLTO INTERESSE PER L’ITALIA

E soprattutto molto efficiente, comandante.

Non c’è dubbio che uno studio molto approfondito degli archivi dell’agenzia potrà portare a risultati assai interessanti sull’attività di questi “delegati”, sparsi un po’ in tutto il mondo. Per esempio, fin dai primi anni, uno degli scopi della “Aginter Presse” è quello di infiltrare i suoi uomini nei movimenti di sinistra e di estrema sinistra d’Europa, o nei movimenti di liberazione in Africa. Gli “anni d’oro” dell’Africa, comunque, sono per la “Aginter Presse” quelli che iniziano con il 1965, quando l’agenzia riceve un grosso contributo dalla PIDE, non meno di trenta milioni di lire l’anno. Ne abbiamo le prove concrete, e questo può fare pensare ai rapporti della “Aginter Presse con altre polizie e con altri servizi, tramite la PIDE. Una delle operazioni più tipiche di quegli anni è quella denominata “Zona l’Este” che si è svolta in Angola, oppure l’operazione “Robinson” per liberare un agente detenuto in un carcere africano, ad opera dei cosiddetti “agenti operativi” di Guérin-Serac. Essi hanno agito anche nel Senegal, nel Gabon, nel Congo, in Guinea, Inviando a Lisbona rapporti e informazioni che abbiamo ritrovato intatti e che, oggi, ci servono per ricostruire la vera attività della PIDE, oltre che della “Aginter Presse”, anche in Europa.

Ma qual è stata, nei particolari, l’attività della “Aginter Presse in Europa?

Direi che gli uomini di Guérin-Serac hanno agito molto più concretamente in Italia o in Francia, in Germania o in Svizzera, che nei paesi africani. E’ un lavoro che inizia, in pratica alla fine del 1968, quando la PIDE ha ottenuto, per l’Africa, una serie di informazioni e di “azioni” che riteneva sufficienti. Allora, per così dire, ha tagliato i fondi a Guérin-Serac, il quale decide di rivolgersi a tutti gli uomini ed ai movimenti di destra che già aveva contattato all’inizio della sua attività. Il lavoro è facile, l’idea viene accettata da molti, soprattutto in certi paesi, come l’Italia. Guerin-Serac ha una particolare attenzione per il vostro paese: Gli dedica bollettini e rapporti. L’aGintErpResse” comincia a parlare, in italiano, alla “Voix de l’Occident”, una trasmissione per l’estero di Radio Portogallo. Sono informazioni, o forse sono anche direttive, date in codice, agli agenti italiani. Sta di fatto che gli uomini dell’ “Aginter-Presse” compiono, tra il ’68 e il ’69, molti viaggi in Italia. Si distingue per il suo attivismo il solito Leroy, che riesce ad avvicinare molti personaggi illustri della vostra vita politica, del giornalismo, della finanza. E’ questo probabilmente il periodo più difficile da decifrare, nella attività dell’agenzia. Tutti i rapporti e tutte le informazioni sono scritti in codice, coinvolgono nomi molto noti, forniscono notizie che abbiamo controllato e stiamo ancora controllando. E sono notizie anche clamorose.

ARRIVEREMO ANCHE ALLE BOMBE

Sarà una coincidenza, comandante, ma il 1969 è l’anno delle bombe, in Italia. E c’è quel famoso rapporto segreto del SID in cui si accenna a Guérin-Serac come all’ispiratore dell’azione sovversiva.

Lo so. E per questo indaghiamo con molta attenzione su questo periodo. Anche perché l’esame dei documenti dimostra, per questi anni, una crisi finanziaria della “Aginter Presse”, come ho già detto, ma anche, contemporaneamente, un forte sviluppo dell’attività di contatto con personaggi stranieri, confidenti, informatori, agenti. Tanto è vero che, per poter seguire meglio i vari settori operativi decide di fondare una seconda “Aginter Presse”, sempre a Lisbona ma in un luogo diverso dalla precedente. Ed è questa un’agenzia che si dedica ad attività industriali o commerciali, forse di spionaggio industriale. Anzi, più probabilmente, questa nuova attività serve di copertura alle già note azioni: abbiamo ritrovato centinaio di assegni, di mandati di pagamento, di operazioni finanziarie. Naturalmente si parla anche di traffico di armi.

Con l’Italia, comandante Costa Correia?

Anche con l’Italia. Con il vostro paese Guérin-Serac ha avuto rapporti molto stretti, credo di capire dai documenti.
Ha avuto rapporti con il MSI, con la CISNAL, ma forse più a livello locale, personale, che a livello di direzione centrale. Direi, anche, che molto probabilmente, le persone contattate dalla “Aginter Presse” erano, allo stesso tempo, funzionari di partito e informatori dell’agenzia di Lisbona. Nel complesso abbiamo condotto l’inchiesta su una trentina di personaggi italiani (anche molto noti), e su alcuni italiani ai quali sono state impartite lezioni di sabotaggio e di terrorismo. Ci è stata utile, a questo proposito, la confessione di un importante agente del PIDE, MArio Franco, che lavorava anche per la “Aginter Presse” e che ha compiuto frequenti viaggi in Italia. Franco è detenuto qui, nel carcere di Caxias.

E per le bombe, comandante?

Arriveremo anche alle bombe. Esaminandi i ruolini di marcia della agenzia, controllando versamenti di denaro e spostamenti di agenti, forse troveremo delle sorprese importanti. Sì, credo proprio che ci arriveremo.

Pietro Valpreda. Anarchico a Milano

Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Questa volta, dopo una breve citazione di Camilla Cederna, si tratta dell’esperienza di Pietro Valpreda, anarchico a Milano.

“Per questo il caso Pinelli è importantissimo. Importantissimo perché, se è necessario che gli scandali avvengano, è colpevole lasciarli smorzare in un clima di rassegnato torpore. Pinelli è stato la vittima innocente di un gioco più vasto e più crudele, anche sul quale va fatta luce al più presto, cioè il caso Valpreda. Ristabilire la verità sulla sua morte è un dovere politico e morale; è indispensabile per aiutare a far sì che la giustizia in Italia non sia soltanto quella statua melensa ritta nel cortile di un tribunale che ai è rivelato incapace di assolvere i suoi compiti. Ed è la premessa per evitare che vi sia una seconda vittima innocente: Pietro Valpreda.”
( Camilla Cederna “Pinelli Una finestra sulla strage” ).

Il caso Pinelli e il caso Valpreda sono indissolubilmente intrecciati e se subito dopo la strage di Piazza Fontana era un dovere morale ristabilire la verità, ai giorni nostri è un dovere morale difenderla, non si può ricordare Pinelli senza ricordare Valpreda.
Siamo nel 2019, cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, dell’assassinio di Pinelli e dell’incarcerazione dell’innocente
Pietro Valpreda insieme ad altri compagni anarchici.
In questo anno è nostra intenzione e nostro desiderio proporre una serie di iniziative politiche e culturali a difesa della memoria storica, ma anche per un rilancio delle lotte sociali. Non dimentichiamo che proprio per fermare le lotte per una società più giusta sono scoppiate le bombe.
Rimaniamo in contatto.

Quello che segue è un brano tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.

Fonte:

https://stragedistato.wordpress.com

La parata e la risposta

Alle origini della strategia della tensione

Cinquantenario di Piazza Fontana

Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Vi proponiamo “La parata e la risposta”

“La parata e la risposta” è il titolo di un opuscolo del SIFAR ( il servizio di informazioni delle forze armate ) che la dice molto lunga su cosa intendessero i nostri servizi segreti per difesa della libertà e della democrazia. E che aiuta a capire in che contesto è avvenuta la strage di Piazza Fontana, l’assassinio di Pinelli, l’incarcerazione dell’innocente Valpreda e molti altri compagni. Non solo: aiuta a capire i presente.
Fu la rivista “Controinformazione” a pubblicarne, per la prima volta, nel 1973 degli stralci.

LA PARATA E LA RISPOSTA

L’esperienza di questi anni ha dimostrato esaurientemente che, al primo manifestarsi dell’azione rivoluzionaria, si produce, nelle menti dei dirigenti democratici, una deplorevole confusione: gli interessati ritengono, in buona fede, che quelli che nella dottrina della guerra non ortodossa vengono definiti “fattori favorevoli” all’insorgere e all’espandersi della rivoluzione, siano le “cause determinanti” dell’insurrezione.
Ora non bisogna dimenticare che i “fattori favorevoli”, denominati nella dottrina marxista anche “contraddizioni interne”, sono in effetti gli elementi fondamentali sui quali fa leva la propaganda rivoluzionaria, ma non sono la causa determinante dell’insurrezione. Questa va individuata esclusivamente nell’esistenza e nell’azione, pianificata e coordinata, di un’organizzazione rivoluzionaria.
L’errore di ritenere che causa determinante dell’insurrezione siano le contraddizioni interne del regime democratico induce i dirigenti alla ricerca delle ragioni politiche, sociali, economiche, della rivolta; ricerca che, per l’affanno con cui generalmente è condotta e per l’errore iniziale che l’influenza, determina due ordini di conseguenze negative per lo stesso regime democratico e positive per lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria:
a) le coscienze dei dirigenti democratici si gravano di un ingiustificato “senso di colpa”;
b) le riforme non rispondono a esigenze immediate, scardinano l’economia, aumentano il disordine sociale, esaltano le contraddizioni interne….

Il brano è tratto da un opuscolo riservato del SIFAR, “requisito” da militanti della sinistra rivoluzionaria dentro una sezione missina (specializzata in aggressioni alle scuole) prima di distruggerla. Sul frontespizio si legge: “Servizio Informazioni Forze Armate – Sezione SM – Nucleo guerra non ortodossa”; il titolo è “La parata e la risposta”; l’anno di edizione il 1964.
La conoscenza di questo opuscolo è importante per due motivi. Primo perché esso dimostra fino a che punto e indipendentemente dalle condizioni oggettive – va ricordato che in Italia gli anni tra il ’61 e il ‘ 64 furono, dal punto di vista delle lotte operaie, tutt’altro che caldi – le nostre forze armate fossero imbevute dell’ideologia militare dell’imperialismo USA ed, in particolare, delle teorie CIA sulla contro-guerriglia. Secondo perché – a parte le premesse sull’esigenza di “difendere gli ordinamenti democratici”, tanto più improbabili in quanto formulate proprio nel periodo in cui si apprestava il colpo di stato – in esso emergono le linee fondamentali di quell’uso strategico dei fascisti in funzione anti-popolare che, impostato nel ’64, troverà piena applicazione dopo il ’68.
Dopo il catastrofico giudizio sull’efficacia repressiva delle riforme e sull’insipienza di “quei dirigenti democratici che scambiano i sintomi rivoluzionari per normali agitazioni di carattere economico sindacale” si lamenta che “nel periodo iniziale della lotta, l’avversario ha buon gioco nel gridare alla “provocazione” non appena si accenna a far entrare in azione le forze regolari, e l’autorità costituita, vincolata com’è alla “legge morale” (sic), è messa nelle condizioni di non poter utilizzare a fondo i mezzi di cui dispone”.
Si passa quindi ad una sintetica definizione di quelle che vengono considerate le due tappe fondamentali del processo rivoluzionario: il “periodo pre-insurrezionale, generalmente clandestino” e il periodo insurrezionale o della lotta aperta”. Così si esprime il relatore: “durante il primo periodo i rivoluzionari cercano, soprattutto, di staccare la popolazione dall’autorità costituita ed assumerne progressivamente il controllo. E’ escluso ancora l’impiego della violenza.
Manifestazioni principali di questo periodo:
– agitazioni sindacali che non escono generalmente dalla legalità;
– entrata in funzione delle “gerarchie parallele”;
– azione psicologica a mezzo di una propaganda appositamente studiata e pianificata.
Essa suscita entusiasmi e depressioni, comprime e deprime senza sosta lo spirito della popolazione servendosi di ogni mezzo di informazione e divulgazioni”.
Si aggiunga a questo che “la presenza di simpatizzanti coscienti e incoscienti per i movimenti rivoluzionari, negli organi dello stato e nelle masse popolari crea confusione nell’opinione pubblica e la mantiene in un equilibrio instabile” ed ecco scaturire un quadro della situazione italiana pressoché identico a quello prospettato in anni recenti dalla stampa padronale e dai dirigenti socialdemocratici. (Ad ulteriore verifica dell’entroterra culturale, sostanzialmente poliziesco, della nostra borghesia).
E’ poi la volta del periodo insurrezionale: “In questa fase si manifesta la violenza. La popolazione è ormai tenuta saldamente in pugno dai rivoluzionari e gioca un ruolo sempre più importante nella lotta. L’esperienza ha dimostrato che alle attività sporadiche e clandestine del periodo pre-insurrezionale si può anche opporre una “parata” che tenga conto degli “imperativi morali” tradizionali e sfrutti i mezzi legali a disposizione, mentre ai progressi rivoluzionari del periodo insurrezionale non ci si può opporre, con un minimo di speranza di successo, se non con una “risposta” che venga condotta con metodi analoghi a quelli con i quali l’avversario combatte”.
I concetti di “parata” e di “risposta”, tanto cari agli esperti CIA operanti in America Latina e nel Sud Est asiatico, debuttano ufficialmente nelle scuole di guerra di un paese industrialmente avanzato.
Continua l’opuscolo:

Allo sviluppo della “parata” sono direttamente interessati tutti i poteri dello stato: l’esecutivo, il legislativo, il giudiziario. Il potere esecutivo dovrebbe:
– provvedere all’impostazione della dottrina nazionale e del relativo programma d’azione allo scopo di formare i “cittadini”, i giovano soprattutto, al fine di fortificare il loro senso civico, il loro amor patrio e di coalizzare il favore dell’opinione pubblica attorno al potere costituito;
– Impegnare i grandi raggruppamenti nazionali (partiti nazionali, associazioni, movimenti della gioventù, ecc.) ed i maggiori organismi dello Stato ( Scuole, FF.AA., Forze di Polizia, ecc.) per la divulgazione dei predetti temi negli ambienti di loro competenza;
– impiegare i mezzi d’informazione e di formazione dell’opinione pubblica disponibili, per rintuzzare tempestivamente le azioni di offesa psicologica dell’avversario e sviluppare proprie azioni d’offesa tendenti a prendere in contropiede i rivoluzionari ed a neutralizzare la loro azione sulle stesse basi di partenza.
Ovviamente l’attività del potere esecutivo deve essere fiancheggiata e sostenuta da quella dei poteri legislativo e giudiziario; per quanto riguarda quest’ultimo è necessario un cenno alle limitazioni cui esso è costretto a soggiacere nel periodo pre insurrezionale.
In tale periodo possono anche episodo di violenza e, mentre il potere esecutivo dispone dei mezzi necessari per opporvisi, il potere giudiziario, perdurando almeno apparentemente lo stato di pace, non è in grado di reagire efficacemente. Si tratta in effetti di una vera e propria “debolezza giuridica” della quale sanno bene come approfittare i rivoluzionari; essi infatti agendo ai limiti del “consentito” e fornendo agli eventuali incriminati dei difensori abilissimi, capaci di sfruttare tutte le scappatoie del codice, oltre ad operare sempre in condizioni di minimo rischio, si procurano a buon mercato numerosi “martiri” e svolgono, a spese dello Stato, gran parte della campagna di azione psicologica. In tale situazione, ovviamente, è richiesta al potere giudiziario una duttilità che spesso contrasta con la sua stessa natura, per cui in suo soccorso dovrà muoversi tempestivamente il potere legislativo”.

Come è presto detto:

“Con la promulgazione e l’applicazione di leggi eccezionali ” e all’occorrenza ” con operazioni di polizia condotte a ragion veduta e con estrema decisione per liquidare una situazione che col tempo potrebbe consolidarsi pericolosamente fino a diventare esplosiva”. Non prima, naturalmente, d’aver impiegato di instaurare con la polluzione ” una politica di maggiori contatti umani” allo scopo di ” facilitare lo studio e l’adozione di provvedimenti che attenuino le contraddizioni interne e tolgano spazio ai rivoluzionari” e – perché no?- di “facilitare grandemente l’individuazione dell’apparato clandestino dei rivoluzionari”.
Ma il presupposto fondamentale affinché la “parata” sia realmente efficace è la tempestività con la quale viene predisposta “fin dal tempo di pace” giacche: “La storia passata dimostra che in alcuni paesi – come la Spagna del 1936 – i partiti rivoluzionari, anche se in minoranza, sono riusciti a conquistare il potere senza aver bisogno di ricorrere alla fase della violenza. Il predetto paese – alla fine della fase pre-insurrezionale – era piombato in un stato di disgregazione che il potere passò nelle mani dei rivoluzionari con “mezzi del tutto legali”.
E – sembra sottintendere con disappunto il relatore – un generalissimo Franco che ristabilisca l’ “ordine”, magari alleandosi con due compari come Hitler e Mussolini, non si trova tutti i giorni!
“Ma può accadere che, nonostante tutta la buona volontà dei governanti, nonostante l’attuazione di tutte le predisposizioni necessarie, a causa dell’imponderabile che alberga sempre nei fatti umani (sic), la rivoluzione riesca egualmente a progredire”.
In questo caso non resta che passare alla “risposta”; il cui dispositivo dovrà anch’esso, ovviamente, “essere messo a punto sin dal tempo di pace”. “Tale dispositivo ha il compito di fornire i mezzi per pianificare e sviluppare, sin dal primo manifestarsi dell’insurrezione, una “risposta” che accetti senz’altro il combattimento sul terreno imposto dall’avversario, ossia “la popolazione”, avvalendosi di:
a) un servizio dì informazioni veramente efficiente che sia centralizzato al massimo per la “valutazione” e ramificato quanto più possibile per l’attività di ricerca, il quale tenga conto che ogni insurrezione, nel quadro della guerra non ortodossa, è preparata da un organismo clandestino che apparentemente non ha legami con le personalità ufficiali al punto che i suoi componenti sono spesso sconosciuti a queste ultime;
b) una organizzazione di difesa interna del territorio”. Che cosa significhi esattamente il punto a) è chiarito dal seguente passo “Ad ogni nuova esperienza rivoluzionaria i dirigenti dei governi legali sono tratti sempre in inganno dall’apparente dualità della direzione in campo avversario e, dal comportamento dei rivoluzionari, deducono che l’apparto militare sovversivo tenda a sottrarsi alla direzione politica che l’ha generato. Tale errore di valutazione è causato dal fatto ch’essi ignorano i principi informatori della guerra non ortodossa e dalla scarsa funzionalità del Servizio Informazioni”.
Il secondo punto del dispositivo, l’ “organizzazione di difesa interna del territorio”, si fonda invece sui seguenti presupposti:

– la costituzione immediata di un comando politico-militare nazionale e di comandi politico-militari periferici;
– il decentramento automatico dei poteri civili e militari, affinché la lotta possa essere continuata, senza interruzioni, anche nel caso d’isolamento di un’intera regione.
Parallelamente si dovrà prevedere la costituzione di speciali unità di protezione che dovranno essere mobilitabili in brevissimo tempo; dislocate in maniera tale ad coprire tutto il territorio; formate da elementi particolarmente addestrati alle lotte che dovranno condurre.
Ciò presuppone che ordinamento, piani di mobilitazione, addestramento dei componenti delle predette unità dovranno essere disposti in precedenza, sin dal tempo di pace, prevedendo:
– unità per impiego prevalentemente statico;
– unità per impiego prevalentemente mobile;
– unità per impiego clandestino.
Queste ultime costituite a somiglianza dei gruppi d’azione rivoluzionari, con compiti di ricerca e di offesa nelle infrastrutture dell’avversario. In effetti non si può colpire efficacemente l’apparato clandestino dei rivoluzionari, né si può neutralizzare i loro gruppi d’azione, se non si usano mezzi e procedimenti simili ai loro”.