[suoniamogliele] punx live: I Tipi della casa occupata (tributo a i Fichissimi) + Akerra + SottoPelle

punx live: I Tipi della casa occupata (tributo a I Fichissimi) + Akerra + SottoPelle @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 21-05-2016

Serata Punk Rock con:

ore 22:30(circa) – sabato 21 maggio circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa.

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Neurocapitalismo – c’è una lotta da sostenere nel cyberspazio-tempo

Video della presentazione del libro di Giorgio Griziotti “Neurocapitalismo – mediazioni tecnologiche e vie di fuga” 4 maggio 2016

Video presentazione di "Neurocapitalismo" di Giorgio Griziotti @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 04-05-2016

Evento

Serantini, un omicidio di stato

foto Franco Serantini

Franco Serantini

Il 7 maggio del 1972, alle ore 9:45 moriva nel pronto soccorso del carcere di Pisa, Franco Serantini.
Anarchico, poco più che ventenne, era stato arrestato durante una manifestazione antifascista, brutalmente caricata dalla polizia.

Ma chi era Franco Serantini?

Nato a Cagliari il 16 luglio del 1951, viene abbandonato dai genitori naturali e vive nel brefotrofio della città fino all’età di due anni.
Viene quindi adottato da una famiglia senza figli. La madre adottiva muore e fino ai 9 anni vive con i nonni adottivi. Poi viene nuovamente trasferito all’istituto di Cagliari dove rimane fino al 1968. Successivamente viene prima trasferito all’istituto per l’osservazione dei minori, poi, senza alcuna ragione, al riformatorio di Pisa “Pietro Thouar” in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in istituto). A Pisa consegue la licenza media e frequenta la scuola di contabilità aziendale. Adolescente, incomincia a frequentare gli ambienti della sinistra pisana, in quegli anni particolarmente attiva. Prima i giovani socialisti e comunisti, poi Lotta Continua. All’inizio del 1971 approda al gruppo Anarchico “G. Pinelli”.

Partecipa alle iniziative per la scarcerazione di Valpreda, per la verità su Piazza Fontana, le mobilitazioni antifasciste, il mercato popolare autogestito.

Nel 1972 viene trovato, da parte del partigiano Anarchico Renzo Vanni il bando della Repubblica Sociale Italiana, firmato dall’allora segretario del MSI Giorgio Almirante, editto durante la guerra, in cui si ordinava la fucilazione dei renitenti alla leva e che comprovava la diretta discendenza del MSI dal regime fascista e la compromissione dei suoi dirigenti con questo infame regime.
È in questo clima che nasce la manifestazione del 5 maggio 1972 a Pisa indetta da Lotta Continua per protestare contro un comizio del missino Niccolai. La manifestazione viene duramente caricata dalla polizia. Sul Lungarno Gambacorti viene pestato a sangue Franco Serantini da uomini del 2° e 3° plotone della terza compagnia del 1° raggruppamento celere di Roma.
Viene colpito da calci e colpi col calcio del fucile. Il sopraggiungere di un altro drappello di poliziotti e l’intervento del commissario di P.S. Giuseppe Pironomonte, che lo sottrae con l’arresto al linciaggio, interrompono la mattanza.

Durante gli interrogatori Serantini mostra evidenti segni di confusione mentale e di malessere, dice al magistrato che lo interroga di soffrire di una forte emicrania, ma nessuno si preoccupa e pensa di sottoporlo ad una visita medica. La mattina del 7 le sue condizioni si aggravano e viene portato al pronto soccorso. Troppo tardi. Alle 9:45 Serantini muore.

L’autopsia evidenzia un grave trauma cranico e numerose lesioni interne dovute ai colpi inferti durante il pestaggio sul Lungarno.

Si tenta di insabbiare questo delitto di stato, ma la manovra fallisce. Il 9 maggio 1972 si svolgono i funerali di Franco Serantini, migliaia di anarchici, militanti di Lotta Continua e degli altri gruppi extraparlamentari, sindacalisti e cittadini di Pisa partecipano al corteo funebre.

Le indagini sull’accaduto, come al solito, portarono al nulla di fatto. Tentativi di rimuovere i magistrati scomodi, depistaggi, muri di omertà, caratterizzarono l’inchiesta, come d’altronde tutte quelli sugli altri omicidi di stato degli anni 70, stragi comprese. Alla fine furono condannati due ufficiali di P.S. per falsa testimonianza, a 6 mesi con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, condanna poi cambiata successivamente in assoluzione nel 1977.

Il dottor Mammoli, imputato e poi prosciolto per l’accusa di omissione di soccorso, fu ferito nel marzo dello stesso anno da un commando di Azione Rivoluzionaria, organizzazione armata di area anarchica.

Le parole che seguono sono tratte da “Il sovversivo” -vita e morte dell’anarchico Serantini- di Corrado Stajano.

“In prossimità del processo Valpreda, le nostre posizioni sono chiare: responsabili della strage di stato e dell’omicidio di Pinelli non solo solo i fascisti e qualche funzionario di polizia. Il vero e principale responsabile che si è servito della mano criminale dei fascisti è lo Stato. Non esiste lo stato reazionario che ha fatto la strage e lo stato progressista che cerca la verità. Tutte le forze che gestiscono l’apparato statale, o cercando di conservarlo come adeso è, o cercando di razionalizzarlo, sono più o meno direttamente implicate nella responsabilità della strage” (Da un volantino scritto da Franco Serantini)

 

A domanda risponde: “Dicono che abbia lanciato contro la polizia pietre e altro materiale incendiario, ma per la verità non riesco a ricordare”.
Chiesto all’imputato per quale ragione si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti, risponde: “ci andai perchè ci si crede”.
A.D.R. Chiesto all’imputato in che cosa crede risponde: “Sono anarchico”.
A.D.R. “Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora attualmente”.
A.D.R. “Non credo di avere insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato “porco”, ma non credo di averlo fatto, perchè non è la mia frase abituale”.
A.D.R. Non credo di avere avuto tra le mani ieri sera pietre o bottiglie incendiarie; anche perchè persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarle”.
A.D.R. “Quando mi recai alla manifestazione ieri sera non ero d’accordo con nessuno; ci andai come cane sciolto”.
( Dall’interrogatorio a Franco Serantini )

 

Testimonianza di Moreno Papini, Lungarno Gamabcorti 12: “…Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del comune, mentre la gente scappava per via Mazzini. Le camionette sono arrivate e si sono fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno. Nello stesso momento stavano arrivando alcuni celerini a piedi. Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano agguantandone uno.

Proprio vicino al marciapiede, esattamente sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili.

Ad un tratto alcuni celerini sono scesi dalle camionette davanti, e sono intrevenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: “Basta, lo ammazzate!” È successo un po’ di tafferuglio fra i due gruppi di PS. Poi uno che sembrava un graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su. Solo in quel momento l’ho potuto vedere in faccia, perchè teneva la testa ciondoloni sulla schiena. Aveva i capelli neri, gonfi e ricciuti e aveva la carnagione scura. Lo hanno poi trascinato verso le camionette mentre il graduato gli dava qualche schiaffetto per rianimarlo”.

 

Alle dieci, in città non c’è più un solo bar aperto. Circola la voce che ci sarebbe un morto. In una caserma della polizia si sente cantare fino a tardi.

foto corteo a Pisa per protestare contro l'assassinio di Franco Serantini

corteo a Pisa per protestare contro l’assassinio di Franco Serantini

Brigata Ebraica, un po’ di chiarezza.

foto spezzone "brigata ebraica" al corteo del 25 aprile a Milano

spezzone “brigata ebraica” al corteo del 25 aprile a Milano

E’ da molti anni ormai che il corteo del 25 aprile si trova al centro di una polemica che ha per oggetto la partecipazione della Brigata Ebraica alla commemorazione della liberazione.
Le reciproche accuse tra i contestatori e i sostenitori della Brigata Ebraica di intolleranza, fascismo, violenza, sionismo, antisemitismo, razzismo ecc. non hanno contribuito certo a chiarire quale sia il vero nodo della questione. I media hanno dato come sempre un’immagine spettacolare e distorta degli avvenimenti: contestatori intolleranti contro i difensori della libertà di parola.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
E per fare chiarezza bisogna mettere da parte la questione palestinese ed è anche necessaria una premessa che apparentemente non ha alcuna connessione col tema che stiamo trattando, ma che in realtà fornisce una corretta chiave di lettura dei fatti e aiuta a costruirsi una opinione libera da preconcetti.
Bisogna tornare indietro nel tempo, fino all’inverno del 1944, quando il generale inglese Alexander,

foto Generale Harold Alexander

Generale Harold Alexander

comandante delle truppe angloamericane operanti sul fronte italiano contro i nazifascisti lancia ai partigiani un appello via radio attraverso l’emittente “Italia combatte”. Un appello che passerà alla storia. Eccone il testo.

«Patrioti! La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
3. attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia Combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
8. il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.»

Da notare che Alexander non sta dando consigli ai partigiani, sta dando loro degli ordini, li considera al suo servizio.
Anche se con toni “britannici” dice di sospendere le operazioni. I partigiani trovarono il modo di disattendere quegli ordini, ma l’inverno del 1944 fu comunque durissimo: i nazifascisti avevano anch’essi ascoltato l’appello alla radio e, sicuri che gli angloamericani avrebbero sospeso l’offensiva, rastrellarono a fondo le zone controllate dai partigiani che pur subendo gravi danni non crollarono. L’inverno passò e arrivò anche la primavera del 1945, l’insurrezione del 25 aprile e la liberazione.
Ma le cose sarebbero andate molto diversamente se i partigiani si fossero attenuti alle disposizioni di Alexander: i nazifascisti avrebbero lo stesso perso la guerra, ma il contributo dei partigiani alla vittoria sarebbe stato marginale e quindi le aspirazioni che la resistenza aveva espresso (rinnovamento sociale, maggiore giustizia ed equità, per qualcuno anche una rivoluzione) sarebbero state accantonate per tornare allo status quo prefascista.

Ma cosa c’entra questo contrasto partigiani-angloamericani con la Brigata Ebraica?
C’entra, perchè la Brigata Ebraica non era, come qualcuno lascia credere, una formazione partigiana composta da combattenti di religione ebraica, ma una formazione militare appartenente all’esercito britannico, agli ordini, quindi, di quel Generale Alexander che voleva imbrigliare i partigiani. Nulla a che fare con la Resistenza, quindi.
La Brigata Ebraica nacque nel 1944 e fu composta principalmente da ebrei che abitavano i territori che sarebbero diventati Israele. Al comando della Brigata fu posto il Generale canadese Benjamin.
Fu successivamente inviata in Italia (Emilia-Romagna) dove iniziò a combattere il 3 marzo 1945 per cessare i combattimenti il 25 aprile dello stesso anno. Le perdite furono di 30 morti su circa 5000 effettivi.

Proprio per il contrasto di cui abbiamo appena parlato, accomunare i partigiani e le truppe anglo-americane nelle ricorrenze del 25 aprile è una forzatura storica e politica, anzi qualcosa che si avvicina moltissimo alla riscrittura della storia funzionale a cancellare ogni memoria di ribellione popolare.
Sarebbe quindi auspicabile, che queste speculazioni cessassero e la verità ristabilita, ma molto probabilmente il 25 aprile 2017 ricominceranno le polemiche ad uso dei pennivendoli.

Sta a noi ricordare.

foto partigiani a Montefiorito

partigiani a Montefiorito

Just singing in the rain….

Just singing in the rain….
Cosa dire di oggi.
Oggi i depositari del diritto al lavoro han capitolato.
Spaventati da questa massa di giovani festaioli potenzialmente sovversivi, han deciso di occupare altri lidi, non sia mai che lo scontro arrivi a studio aperto.
Di nuovo la fanno franca quei birboni che della Mayday non avevano capito un cazzo, quei poveretti che l’unica risposta che hanno e vogliono rispetto a questo stato di cose rimane la loro arte e la loro capacità di rendere una festa veramente una festa.
Quanti fra questi sono reali lavoratori o semplici perdigiorno non ci è dato saperlo.

Sulla questione della collocazione dell’opera di ‪Baj‬ “I funerali dell’anarchico ‪‎Pinelli‬” abbiamo mandato una lettera aperta al sindaco di ‪Milano‬ ‪‎Pisapia‬

"I funerali dell'Anarchico Pinelli" di Enrico BajLettera aperta al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

Cancellare la verità.

Nel 1986 ci aveva provato Pillitteri, sindaco di Milano, dichiarando di voler rimuovere la lapide dedicata dalla cittadinanza a Giuseppe Pinelli in Piazza Fontana.
Ma bastò quella sola dichiarazione a scatenare proteste e manifestazioni di piazza e così il sindaco fece un passo indietro.
Ritentò nel 2006 De Corato. Lui non fece dichiarazioni: la lapide venne trafugata e al suo posto, con la firma del comune, fece la sua comparsa una lapide taroccata nella quale Pinelli non era più “UCCISO INNOCENTE”, ma semplicemente “MORTO”.
Una dettaglio da nulla….
Ma anche stavolta la reazione non si fece attendere, milanesi volenterosi portarono in Piazza Fontana una lapide uguale a quella sottratta. Da quel giorno in Piazza Fontana convivono due lapidi: una, a cui non manca mai un fiore, a testimonianza che la verità storica sulla strage di stato non è dimenticata e un’altra, quella del comune, sempre disadorna, a testimonianza della stupidità e dell’arroganza del Potere.
Nel 2012 ci era sembrato di vedere qualche segno di cambiamento, ma durò poco.
Il comune aveva sì organizzato l’esposizione (temporanea) dell’opera di Enrico Baj “I funerali dell’anarchico Pinelli”, ma la scena era ben diversa da quella prevista dall’autore. La finestra dalla quale Pinelli precipita era furbescamente collocata molto distante dalla sagoma raffigurante il ferroviere anarchico, anche qui un dettaglio da nulla….
Terminata l’esposizione l’opera di Baj è tornata in cantina, ma non è quello il suo posto.
Quell’opera è parte fondamentale della memoria e della storia di questa città e come tale appartiene a tutti.
La galleria che la detiene è disposta a donarla alla città affinchè possa essere esposta permanentemente in uno spazio adeguato.
Benchè sollecitato più volte, anche con raccolte di firme, il comune non ha mai dato una risposta. Solo silenzio dal comune.
La invitiamo a prendere posizione e a sbloccare questa situazione, non per fare un piacere a noi che non le stiamo chiedendo nulla, ma per un atto di giustizia nei confronti della città: ce n’è bisogno soprattutto dopo la vergogna dell’inserimento di Servello tra i cittadini illustri del Famedio.
A risentirci.

Milano, dicembre 2015
CIRCOLO ANARCHICO PONTE DELLA GHISOLFA

Christian Marazzi

Christian Marazzi, autore di “Diario della crisi infinita” al Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

15 ottobre 2015

Christian Marazzi "Diario della crisi infinita" @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 15/10/2015

Evento

Report video presentazione di “La danza delle mozzarelle”

Qui la registrazione video della presentazione al circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa del libro di Wolf Bukowski “La danza delle mozzarelle” (05/06/2015)

Wolf Bukowski spiega come il «sogno» di Gambero Rosso e Slow Food si sia tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori, cibo sano per i ricchi… e i poveri mangino merda.
Il modello neoliberista di Eataly si allarga nelle città e cancella diritti, forte delle partnership con potentati come Lega Coop e il gruppo Benetton e grazie all’appoggio del Pd, agli endorsement di Matteo Renzi e alla copertura ideologica fornita da un’intellighenzia che, nonostante cedimenti e giravolte, conserva l’etichetta «di sinistra». È questo demi-monde di scrittori, elzeviristi e cantanti a far passare per «buoni» i nuovi padroni, che così non pagano dazio per il predicar bene e razzolar male: inneggiano alla «resistenza contadina» e fanno affari con un neolatifondista che occupa 900.000 ettari di terra Mapuche in Patagonia; parlano di «autenticità» e propongono per l’Italia futuri preconfezionati da «Disneyland del cibo» e «Grande Sharm el-Sheikh».
Ma il sogno di ieri non era già, in nuce, l’incubo di oggi? Il «predicar bene» non aveva già in sé tutti gli elementi del «razzolar male»?
Questa è la storia di come ce l’hanno data a bere parlando di mangiare.

Presentazione del libro “La danza delle mozzarelle” di Wolf Bukowski
Dagli anni ’80 a oggi, Wolf Bukowski ripercorre la parabola del capitalismo all’italiana attraverso il rapporto con il cibo. Slow Food, Eataly e Coop, pronti alla gigantesca passerella di Expo 2015, stanno preparando il campo, attraverso la narrazione farinettiana, al nuovo modello di paese fatto di turismo ed export. Quelli che pagano sono e saranno i lavoratori.

Presentazione con l'autore di "La danza delle mozzarelle" al circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 05/06/2015

Evento

Jobs Act e leggi sul lavoro: il fascismo che non ti aspetti

altan-fascismo

Diciamolo subito chiaramente: il jobs act è una rapina.

Rapina di diritti, di futuro, di vita.

Un crimine che, come nella migliore tradizione dello sfruttamento, è legalizzato.
Lasciamo agli altri i dubbi, le previsioni, le attese di nuovi posti di lavoro… con il jobs act tutti i lavoratori diventano precari.
Le “tutele crescenti” saranno per i padroni che potranno licenziare sempre di più pagando solo una multa. Una elemosina.
Per i lavoratori è una perdita storica in termini di dignità e di qualità della vita.
Ma mettiamo per il momento da parte la rabbia e riflettiamo: come ci siamo arrivati?
Il jobs act è, attualmente, l’ultimo stadio di un processo di espropriazione e di attacco ai lavoratori che dura da anni, all’insegna di un fascismo dissimulato, ma presente ed aggressivo.
Una delle tappe fondamentali è la legge sulla limitazione del diritto di sciopero, che anche se valida per i servizi pubblici essenziali ha contribuito a diffondere l’idea che al di sopra degli inevitabili ed insanabili contrasti tra lavoratori ed padroni ci sia un interesse superiore che deve sempre prevalere, a danno dei lavoratori.
E’ anche grazie a questo mito dell’interesse “generale” che le lotte si sono private della necessaria radicalità, rendendo impossibile una resistenza efficace.
Leggiamo:

“La Nazione Italiana è un organismo avente fine, vita, mezzi di azione superiore a quelli degli individui divisi o raggruppati che lo compongono. E’ una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista.
Il lavoro sotto le sue forme intellettuali, tecniche e manuali è un dovere sociale. A questo titolo e solo a questo titolo è tutelato dallo Stato.”

Queste sono le parole di apertura della Carta del Lavoro, espressione normativa e di principio del corporativismo fascista.
L’interpretazione e la comprensione sono semplici: gli interessi dei gruppi sociali, ad esempio quelli dei lavoratori, trovano una legittimazione ed anche il loro limite in una istanza superiore, l’interesse nazionale che coincide con l’interesse dello stato.
Non esistono diritti, il lavoro è tutelato solo se aumenta la potenza dello stato.
Va però anche precisato che il corporativismo tutelava gli imprenditori definendo la proprietà come il mezzo più efficace e più utile a difendere gli interessi della nazione.
Eccola qui l’istanza superiore a cui tutte le parti sociali devono inchinarsi: il diritto del più forte.
Non è difficile notare una certa certa somiglianza con la mentalità attuale: è importante aumentare la produttività, la flessibilità, essere concorrenziali, il benessere, la qualità della vita non sono diritti, ma premi per chi si comporta bene.

Ma non basta, leggiamo qui:

“Nelle imprese a lavoro continuo, il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore.”
(carta del lavoro 1927, regime fascista )

“Nei casi in cui risulta accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.”
(jobs act 2015, tutele crescenti, regime ……. ?)

Qui l’analogia col regime fascista è palese, addirittura imbarazzante, in entrambi i casi i lavoratori sono completamente subordinati ai loro capi, niente diritti.

 

Abbiamo fornito questi brevi, ma significativi esempi, per invitare alla riflessione e alla comprensione:
Renzi sta solo completando un lavoro coerente e continuo di restaurazione del privilegio cominciato da chi ha governato prima di lui, va combattuto, certo, facendo però attenzione a scegliersi gli alleati.
Ecco cosa diceva l’anarchico e antifascista Camillo Berneri a proposito del corporativismo:

“Che certi socialisti, certi repubblicani, certi comunisti siano radicalmente avversi alla riforma corporativa, quasi quanto noi lo siamo, è credibile, anzi certo. Ma questo assoluto prevalere della critica antifascista sull’equivocità e sull’insufficienza del corporativismo fascista dimostra come pochissimi sono coloro, fuori dal campo nostro, che di quella riforma rigettano non solo il carattere contingente, ma anche le premesse teoriche e le storiche conseguenze. Quando è Salvemini, liberale-autonomista, che critica il corporativismo fascista la sincerità è indubbia; ma quando sono dei feticisti dello Stato e del socialismo di Stato è legittimo pensare che alla demagogia esaltatrice dei fascisti faccia riscontro una demagogia denigratrice di antifascisti aspiranti alla realizzazione di un corporativismo, certamente diverso da quello fascista nelle funzioni sociali, ma a quello affine nelle forme totalitarie, accentratrici e burocratiche.”

Chiaro, no?

Resoconto video “Jobs act=job’s end”

Vi presentiamo un resoconto video della serata del 5 marzo 2015, al circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, che ha visto l’avvocato Domenico Tambasco esperto di diritto del lavoro, illustrare il Jobs act.

resoconto video "Jobs cct = job's end"

Il nostro NO al TTIP

NO TTIPIl TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), conosciuto anche come TAFTA (Transatlantic Free Trade Area) è un trattato in fase di negoziazione dal luglio 2013 fra USA e UE per istituire un’area di libero scambio in cui non solo vengono eliminati i dazi doganali (già minimi), ma viene istituita una “zona deregolamentata”, ossia le attuali norme in vigore nei vari stati vengono livellate verso il basso in nome del libero transito e commercio delle merci e di fornitura di servizi.
In pratica il sogno bagnato di ogni liberista, un potente strumento nelle mani di chi ha già dimostrato varie volte di non farsi troppi problemi ad usare ogni forma di basilare diritto come guinzaglio.
Mentre a scopo propagandistico si vuole far passare la nascita di questo trattato come una sorta di parto collettivo, in realtà l’oggetto dei negoziati fra USA e UE non è pubblico e non lo sono neanche i documenti prodotti.
Tuttavia, guardando trattati simili già in essere (vedi il NAFTA) e ad alcuni leaks di altre negoziazioni simili, come il TPP (Trans-Pacific Partnership Agreement), possiamo già farci un’idea di quali sono i reali bersagli dei negoziati in corso. Presumibilmente si andrà ad incidere sui settori più disparati della società: dalla sanità, all’acqua pubblica, alla produzione, commercializzazione e distribuzione degli alimenti, alla estrazione delle materie prime fino al mercato del lavoro, ai diritti di autore e privacy.
Mentre in europa si potrebbero scardinare le ultime resistenze in fatto di Ogm, etichettatura (rintracciabilità degli alimenti e/o ingredienti) e Fracking, in USA potrebbero liberarsi di alcune leggi bancarie e penali a tutela del consumatore considerate un po’ troppo “limitanti”.
Con il trattato quasi sicuramente verrà introdotto l’arbitrato internazionale (denominato ISDS o Investor-state dispute settlement) che permetterà alle imprese di intentare cause per “perdita di profitto” contro i governi, qualora questi portassero avanti legislazioni che potenzialmente mettono in pericolo le aspettative di profitto delle stesse imprese.
Già, ma intentare causa dove?
Ovviamente davanti a società private (quasi sicuramente potenti studi legali internazionali) che già scalpitano davanti agli immensi guadagni che questo nuovo settore potrebbe portargli.
Purtroppo è già capitato in Egitto, quando il governo nato dalle primavere islamiche ha timidamente tentato un aumento dei salari minimi, per finire poi portato davanti ad un arbitrato internazionale dalla multinazionale dello smaltimento rifiuti Veolia contraria alla cosa; oppure in Canada che, grazie al Nafta, s’è visto citare per danni da una multinazionale americana che aveva interessi sul suo territorio, perché tramite referendum aveva deciso di vietare quel mostro ecologico chiamato fracking.
Prepariamoci anche all’invasione di prodotti scadenti e al crollo dei nostri grandi marchi agroalimentari, perché diciture come “Doc” o “Igt”, “anti-commerciali” per chi specula sulla nostra salute,  se non verranno abbandonate avranno un costo troppo alto per lo stato italiano.

La documentazione on line sul TTIP, sebbene basata su ipotesi e fughe di notizia, è abbastanza corposa ed è sufficiente per informarsi.
Rimandiamo ai seguenti video per una più semplice e veloce panoramica:
Cos’è il TTIP Transatlantic Trade Investment Partnership
TTIP Day One
Cos’è l’ISDS Investor-State Dispute Settlement

e alle seguente ridottissima selezione di fonti per un approfondimento :
Che cos’è il TTIP
Il trattato che minaccia la democrazia
Che cos’è il TTIP, spiegato bene
Tribunali pensati per rapinare gli Stati. Multinazionali che trascinano in giudizio gli Stati per imporre la propria legge

La campagna contro il TTIP è già in atto e fortunatamente comincia a dare piccoli risultati. A questo link (Campagna Stop TTIP Italia) è possibile tenersi informati e conoscere le iniziative.

Vorremmo però aggiungere alle fonti e a quanto detto, le nostre riflessioni e il nostro punto di vista libertario che ci spinge a mobilitarci nella campagna contro l’adozione di questo trattato.
Con il TTIP il potere dello stato e sopratutto degli enti locali viene fortemente limitato.
E’ in atto una vera e propria cessione di potere in cambio di non ben specificati guadagni in termini economici e occupazionali. Allo stato rimarrà l’onere di mantenere l’ordine interno per garantire la continuità dell’economia e del commercio con fine ultimo della massimizzazione dei guadagni per le multinazionali.
Ma del potere dello stato poco ce ne frega, quello che ci preme evidenziare è l’evidente invasività nel quotidiano del trattato. Potrebbe essere la fine di molto di ciò che adesso diamo per scontato ed ancora rimasto accessibile a quasi tutti: dall’acqua, a quei minimi diritti nel lavoro salariato, alla sanità (parzialmente) gratuita, alle già minime garanzie di privacy online e offline.
In gioco c’è quel poco che rimane di quei diritti acquisiti in anni di lotte sociali e operaie, che una volta persi del tutto, non sarà per niente facile riottenere.
C’è in ballo la qualità di vita come l’abbiamo vissuta fin’ora.
Viene praticamente azzerata la volontà popolare, già ridotta al lumicino fra referendum disattesi e elezioni in cui scegliere “il meno peggio”, alla quale si sostituisce il negoziato “fra tecnici”, e sancita definitivamente la farsa del principio che la legge è uguale per tutti.
Vediamo il TTIP, come il NAFTA, il TPP, precedentemente il WTO o il futuro TISA (ennesima proposta di trattato internazionale liberticida, secondo i documenti pubblicati su wikileaks), come un altro tassello della strategia mondiale che punta a rendere le multinazionali, enti al di sopra delle parti, che in nome del commercio e del profitto impongono il superamento di ogni limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali. Quello che si prospetta nel prossimo futuro è il predominio politico delle grosse multinazionali, lo stato ridotto a sfogatoio elettorale e braccio armato addetto alla repressione del dissenso e l’azzeramento di ogni diritto.
Pensiamo che queste forme di dittatura economica vadano combattute, in un’ottica gradualistica e al contempo rivoluzionaria. Pensiamo che oggi più che mai sia prioritario e necessario rispolverare quelle forme di mutuo soccorso e autogestione che appartengono alla tradizione della sinistra italiana (cooperative di produzione e consumo, casse di resistenza per gli scioperanti, organizzazione di servizi sociali come l’istruzione o la salute, non a scopo di lucro, non gestiti da apparati statali e organizzati orizzontalmente) che consentano la tutela della vita dell’individuo dalla violenza di questi mostri economici e al contempo lottare nelle piazze per il mantenimento dei diritti e in un, sperando prossimo, futuro per la richiesta o meglio l’appropriazione di nuovi diritti e sempre maggiori tutele.
Non si trattarebbe di ripetere pari pari le esperienze del passato, ma di ripensarle in modo creativo, originale ed efficace.

Chiudere gli occhi davanti a questo orrendo trattato secondo la visione disillusa del “tanto oramai” o del “ma tanto è già così” potrebbe costare a tutti noi veramente caro, mentre l’occuparcene alla peggio ci farebbe tornare a guardare negli occhi con quelli che, stufi come noi dell’arroganza del potere, sono desiderosi di fare qualcosa.

 

STOP TTIP!

 
STOP TTIP: Incontro con Marco Bersani del 16/06/2015
STOP TTIP: conferenza della professoressa Algostino 20/01/2015 al Ponte

Di che marca è il pride?

Brevi riflessioni su diritti e profitti.

pissal
googlepride
micropride

Certo che dai tempi delle marce delle suffragette, quelle che volevano
estendere il diritto di voto anche alle donne, ai pride, per estendere
i diritti civili anche a chi non è eterosessuale sono stati fatti dei
passi da gigante, non c’è che dire: la scienza e il progresso non si possono
arrestare. Chissà quali altre frontiere varcheremo in futuro……
Trovate queste parole un po’ retoriche, esageratamente entusiaste e fiduciose
verso i regimi democratici e i diritti civili?
Vi sbagliate. Vi sbagliate perchè qui non si parla di diritti,
argomento decisamente vintage, ma di soldi. I soldi sono sempre attuali.
Di soldi, di potere e di controllo.
Vediamo.
Torniamo alle suffragette e a come una campagna per la parità tra sessi
abbia avuto, negli Stati Uniti, il non trascurabile risultato di estendere
il tabagismo tra le donne e di arricchire i produttori di tabacco.
Il tutto grazie a una trovata E. Barnays, nipote di S. Freud, divulgatore delle sue teorie; uno dei maestri della propaganda e delle pubbliche relazioni.
Pare che anche Goebbels, ministro della propaganda del terzo reich, ne apprezzasse le tesi.

“A quel tempo il fumo stava divenendo un vizio crescente negli Stati Uniti, ma per le donne era considerato un tabù, a loro non era consentito fumare in pubblico”
“Ogni anno a Broadway, quartiere di New York, si teneva una tradizionale parata di Pasqua a cui partecipavano migliaia di persone. Nell’edizione del 1929, Bernays decise di organizzare un evento: convinse un gruppo di dieci ricche debuttanti femministe a nascondere delle sigarette Lucky Strike sotto la gonna, poi avrebbero sfilato nella parata e ad un suo segnale, le avrebbero accese con fare teatrale. Bernays nel frattempo aveva informato la stampa del fatto che aveva sentito dire che un gruppo di suffragette avrebbe inscenato una protesta accendendo quelle che loro chiamavano “le torce della libertà”. Egli sapeva che questo evento avrebbe destato scalpore e che tutti i fotografi sarebbero stati pronti a catturare l’evento. Quindi aveva già preparato la frase “le torce della libertà”; aveva trovato un simbolo, le giovani donne debuttanti, che fumavano una sigaretta in pubblico, con una frase che significava che chiunque fosse favorevole all’uguaglianza avrebbe dovuto sostenerle nel dibattito che ne sarebbe scaturito, perché le torce erano “della libertà”. La frase era un chiaro riferimento alla statua della Libertà, simbolo che richiamava l’unità della nazione ed i suoi valori, e che era presente su tutte le monete americane. Il giorno seguente, questo avvenimento non era stato documentato solo sui giornali di New York, ma in quelli di tutti gli Stati Uniti e nel mondo. Il 1º aprile del ’29 il The New York Times scriveva: “Gruppo di ragazze accendono delle sigarette come gesto di libertà”. Da quel giorno in poi, le vendite delle sigarette alle donne aumentarono. Nonostante non fosse riuscito ad eliminare completamente il tabù, Bernays aveva reso questo fatto maggiormente accettato dalla società con un solo atto simbolico. Quello che egli aveva creato era l’idea che se una donna fumava, ciò l’avrebbe resa più potente e indipendente, un’idea che sopravvive ancora oggi”

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Una mossa geniale che diffusa e amplificata dai media ha prodotto il risultato voluto: estendere il mercato del tabacco e i profitti dei suoi produttori.
In questo caso tutto avviene in modo quasi clandestino, si organizza una messa in scena e si cerca di far credere che quanto succede sia spontaneo.

Oggi le cose sono cambiate, non ci si accontenta di approfittare di una mobilitazione che ci sarebbe comunque stata, no. La si sponsorizza e la appoggia, è successo col Milano Pride 2016, l'”evento” a cui hanno partecipato migliaia di persone è stato apertamente appoggiato e sponsorizzato da una lista di aziende, il cui scopo pricipale, ovviamente, non può essere promuovere i diritti, ma aumentare i profitti.
Per esempio Amazon ripetutamente attaccata per i livelli di sfruttamento al limite della schiavitù che impone ai lavoratori. Partecipando al pride
ricostruisce la sua immagine e ricostruendo la sua immagine riguadagna la simpatia dei consumatori.

Lo stesso vale per Microsoft, anch’essa tra gli sponsor del pride, e più volte accusata di sfruttamento del lavoro minorile, attraverso l’impresa cinese KYE.

Un vero salto di qualità per i moderni stregoni della propaganda.
Ma ci pensate?
Aziende che organizzano la difesa dei diritti….
Bernays non potrebbe che approvare.
Vogliamo provare a riflettere?

“La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese.”
( E Bernays )

P.S. #1

Quando qualcuno tenta di riprendersi la parola e la protesta, viene attaccato e cacciato, come è successo alle Collettive Femministe Queer.
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P.S. #2

E’ appena stata presentata la lista degli assessori al comune di Milano: tra di loro c’è una manager di Microsoft.
Sarà un caso?

MIO CARO PADRONE DOMANI TI SPARO

sparo
Era il 2001 e nell’Argentina stritolata dalla crisi e dal “default” che ne seguì, tutti i giorni, grandi e chiassose manifestazioni di piazza attraversavano l’intero paese a suon di battito di pentole (cacerolazos). Di fronte allo sfacelo sociale provocato dai migliori allievi di Friedman, i cosiddetti Chicago boys, del Fondo monetario internazionale, alle donne e gli uomini in lotta non rimase che rimboccarsi le maniche e tentare la via autogestionaria nelle fabbriche.
Il 19 giugno alle 18.30 al circolo Anarchico Ponte Della Ghisolfa Milano porteremo solidarità internazionale alla FaSinPat (Fábrica Sin Patrónes – Fabbrica senza padroni) ex Zanon, fabbrica occupata-recuperata argentina, con noi Carola e Mariano Pedrengo presenti nelle lotte del 2001 alla Zanon ed i compagni della Ri-MAFLOW, fabbrica recuperata, a portare il loro contributo per una serata di dibattito e confronto con 2 realtà autogestionarie di territori lontani e nate in momenti diversi. Un’occasione per raccontare e confrontare le esperienze e perchè no, magari anche cominciare a chiedersi se oltre che liberare il lavoro dal capitale, non sia arrivato il momento di liberarsi dal lavoro in quanto tale.
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