Almirante e il razzismo.

Riproponiamo uno scritto di G. Almirante  sulla rivista razzista “La difesa della razza”, pubblicata durante il ventennio fascista. Da non dimenticare, perchè la storia non si ripeta.

Il razzismo e’ il piu’ vasto e coraggioso riconoscimento di se’ che l’Italia abbia mai tentato. Chi teme, ancor oggi, che si tratti di un’imitazione straniera (e i giovani non mancano, nelle file di questi timorosi) non si accorge di ragionare per assurdo: poiche’ e’ veramente assurdo sospettare che un movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza – cioe’ qualche cosa come un nazionalismo potenziato del cinquecento per cento – possa condurre ad un asservimento ad ideologie straniere. Si e’ parlato di razzismo spirituale.

Attenzione. Chi parla cosi’ ha tutta l’aria di voler rientrare nelle ingloriose file di coloro che, sotto la minaccia delle sanzioni, esaltavano l’imperialismo dello spirito, o, colti dal terrore del manganello, si professavano spiritualmente fascisti.

E’ meglio parlare di razzismo integrale, nel quale, come in ogni creazione di Mussolini, teoria e pratica si armonizzano in una chiara e realistica visione dell’umanita’. Si parte dal fatto biologico fondamentale – esistenza della razza italiana – e si giunge al gigantesco fatto politico: esistenza e potenziamento dell’Impero italiano. Ecco un circolo, ma non vizioso; e in esso rientra, come necessario tramite tra scienza e politica, la cultura, la nostra cultura.

Ed e’ ora assolutamente necessario, piu’ che mai necessario, il sorgere di una nostra scuola. Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica e’ stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se n’e’ spaurita. “Vita Universitaria” – per esempio – organo ufficiale dell’Universita’ di Roma – si affretta a riconoscere “che oggi non sara’ facile coprire tutte le cattedre con elementi scientificamente ben preparati; e forse, in alcune materie, non sara’ possibile per alcuni anni”; e si preoccupa degli ” immediati e passeggeri (bonta’ sua!) danni” che l’esclusione dei giudei dalle Universita’ italiane potra’ arrecare.

A parte la discutibilissima inopportunita’ di simili affermazioni, oggi che tanto si parla di un necessario prestigio di razza; vorremmo sapere quale ne sia la fondatezza. Due, infatti, sono i casi. O la questione razziale, in Italia, vien concepita come un semplice avvicendarsi di posti e di cariche; e allora pur deplorando nell modo piu’ vivo chi cosi’ la concepisce – siamo disposti a concepire le ansie indicibili di quei poveri Rettori che di punto in bianco son costretti a sostituire 98 (diconsi novantotto) chiarissimi titolari di altrettante cattedre. O si capisce, e pre un Rettore non dovrebbe esser troppo lo sforzo, che l’impostazione del problema razzista implica il totale risanamento della Nazione dai germi che tentavano corromperla, e allora non ci si dovrebbe avvilire, come italiani, come fascisti e come professori, a chiamar danno – sia pure “passeggero” – quella che e’ una salutare, una benedetta liberazione. Supponiamo, per assurdo, il peggiore dei casi.

Supponiamo che non solo quei 98 non siano – come fa supporre “Vita universitaria” e come ci rifiutiamo di credere – degnamente sostituibili; ma che non siano sostituibili affatto.

Supponiamo che, per dannata ipotesi, non un assistente, non un incaricato, non un libero docente sia in grado di salire su una di quelle 98 cattedre. Ebbene? Avra’ perduto qualcosa per questo, la nostra cultura? No; perche’ quei 98 professori erano ebrei, quindi non erano italiani, quindi non appartenevano che in apparenza, ai puri e semplici effetti amministrativi, alla scuola italiana. Erano un corpo gia’ avulso da quello della nostra vita culturale; adesso tale separazione e’ stata sanzionata dalla legge. Ed e’ divenuto legalmente necessario colmare dei vuoti che culturalmente e politicamente gli interessati avrebbero dovuto provvedere a colmare gia’ da un pezzo.

 

Siamo dunque all’alba di una nuova scuola italiana. Sara’, finalmente, la nostra scuola? Le condizioni necessarie ci sono; Perche’ intervengano anche le sufficienti, e la gran macchina si metta in moto, occorre che, per quel che concerne i nuovi insegnamenti e i nuovi insegnanti nelle Universita’ italiane, non si proceda con la tecnica dell’intarsio, inserendo il nuovo nel vecchio, , in modo da creare, con nomi nuovi, una situazione in tutto simile alla precedente. E’ un grande, un arioso affresco murale, quello che dobbiamo dipingere; e raschiata a dovere la parete da tutti i residui del passato, bisogna su di essa far sorgere, far vivere , l’armonia mirabile di una scuola italiana, in tutta l’altezza del termine.

Il Ministro dell’Educazione ha annunciato l’istituzione di cattedre di razzismo in tutte le facolta’ universitarie. Il provvedimento e’ salutare.

Ma non puo’ essere che un primo provvedimento. In quel modo, infatti, gli studenti in Lettere, i futuri professori – quelli da cui, in fin dei conti, dipende l’avvenire, della scuola italiana – potranno penetrare i principi razzisti, e farsene gli assertori; se si continuera’ a insegnar loro la storia letteraria, la nostra storia letteraria, alla maniera di Croce; se dalle cattedre di storia si continuera’ a presentare l’Impero romano come un fenomeno europeo e il nostro risorgimento come un portato della Rivoluzione francese? Come potranno gli studenti di diritto intender la portata delle nuove leggi razziste se il problema della cittadinanza verra’ loro presentato alla maniera tradizionale (e non nostra)? Come potranno i futuri medici comprendere le basi scientifiche del razzismo, se i santoni della biologia nazionale non desisteranno dal predicar loro in nome di principi fondamentalmente antirazzisti?

Lo stesso discorso vale – naturalmente – per i libri di testo. A proposito dei quali occorre por mente a due gravissimi pericoli. Il primo e’ che gli autori ebrei cacciati dalla porta rientrino dalla finestra, attraverso un semplice mutamento di nomi sulle copertine; il che – tanto perche’ non ci si accusi di correre all’assalto dei mulini a vento – si e’ gia’ verificato ed e’ gia’ stato segnalato, sul “Tevere”.

Il secondo e’ che non si faccia, e sollecitamente, la necessaria pulizia anche fra i libri di autori ariani. Era in atto un processo di ebraizzazione della scuola italiana; e lo si e’ tempestivamente troncato. Troncato alla radice; ma alcune propaggini – quelle costituite dai cosiddetti ebraizzati – sono rimaste in vita e a vivere, e peggio, a generare, continueranno, se non si provvede in tempo. La scuola italiana non si fa con 98 nuove cattedre, ne’ con 998.

Si fa mettendo l’italianita’ alla base di ogni insegnamento.

TECNOLOGIA OCCIDENTALE NEI MISSILI RUSSI?

TECNOLOGIA OCCIDENTALE NEI MISSILI RUSSI?
Quelli che seguono sono brani estratti da testate specializzate e descrivono una situazione per qualcuno inaspettata: i sistemi d’arma russi sono equipaggiati con tecnologia microelettronica occidentale, prevalentemente statunitense. E’ questa tecnologia che fa sì che, ad esempio, un missile a lunga gittata raggiunga il suo bersaglio con precisione. La Russia non è in grado di produrre tali componenti e deve ( ha dovuto ) procurarseli all’estero con operazioni di spionaggio industriale e militare in quanto l’accesso certi mercati è precluso allo stato russo. Sarebbero state utilizzate delle triangolazioni, con aziende non russe ad acquistare i componenti per non rendere visibile il reale destinatario.
Gli articoli sono piuttosto interessanti; rimane però una perplessità: è possibile che un’operazione di proporzioni molto vaste e che durerebbe da molto tempo non sia stata notata da nessuno e che solo le recenti analisi sul terreno ucraino abbiano portato alla luce la cosa?
Io risponderei di no….
“Si sapeva che lo spionaggio industriale e tecnologico (S&T) sovietico, e poi russo, non si fosse mai veramente fermato. Ma nessuno aveva immaginato quanto e fino a che punto.
I debiti alla tecnologia occidentale e americana sono immensi. È quanto mostra uno studio del Royal United Services Institute for Defence and Security, Silicone Lifeline (2022). Lo studio del RUSI, tra i cui autori ci sono James Byrne (direttore dell’Open-Source Intelligence and Analysis) e dr Jack Watling (Senior Research Fellow), è stato condiviso dalla BBC, Bloomberg e affiancato in esclusiva dalla Reuters. Il Team RUSI ha scrutinato 27 sistemi d’arma differenti trovandoci almeno 450 diversi tipi di componenti di fabbricazione estera (non russa).
La maggioranza di questi componenti sono di origine americana e specificamente di due delle maggiori aziende del settore dei microcircuiti e microcomponenti per calcolatori di precisione (tra cui Texas Instruments, Analog Devices e Xilinx). Le aziende di cui i Russi si “servono” illecitamente per raggiungere le qualità e quantità richieste per produrre sistemi missilistici locali (poi rivenduti anche a potenze straniere) sono le migliori in termini assoluti del mercato dei microcircuiti. Almeno 55 sono le aziende europee di cui si è trovato traccia nei sistemi d’arma russi ispezionati, tra cui l’Olanda (SNXP Semicodunctors) e la Svizzera (con l’Italo-Francese STMicroelectronics) sono le principali seguite dalla Germania, Francia e Regno Unito. Sono stati trovati anche componenti provenienti da aziende asiatiche come Giappone, Taiwan, e Sud Corea. Cina e Singapore pure hanno un ruolo fondamentale nella produzione di tali tecnologie strategiche per i sistemi d’arma.
Lo studio evidenzia, infatti, la dimensione della dipendenza della tecnologia del settore da parte della Russia, che ancora non riesce a produrre microchip di pari qualità o, comunque, non in quantità sufficienti a garantire un prolungato sforzo bellico per quanto riguarda le munizioni ad alta precisione sia di missili da crociera di tipo Kalibr, Kh-101 e Iskander 9M727 (foto). Questo “mercato” del microcircuito occidentale di preferenza U.S. è legale? Naturalmente non lo è.”
( Difesa online )
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La sera del 29 luglio, i razzi russi hanno colpito la città di Mykolaiv, nel sud dell’Ucraina, uccidendo cinque persone e ferendone altre sette. L’esercito ucraino afferma che la città è stata attaccata dal sistema di lanciarazzi multipli Tornado-S.
Le immagini delle conseguenze mostrano danni a numerosi edifici residenziali. Il modulo di controllo di uno di questi razzi da 300 mm è stato scoperto relativamente intatto nel mezzo di un parco giochi per bambini.
All’inizio di quest’anno, il personale della RUSI che ha condotto ricerche sul campo in Ucraina ha ispezionato un modulo di controllo recuperato dallo stesso sistema missilistico, che possiede un sofisticato sistema di guida satellitare a bordo per garantire che il razzo sia preciso fino a una distanza di 120 km. Un attento esame del sistema di guida satellitare ha rivelato che molti dei suoi microelettronici critici sono stati prodotti da società statunitensi.
Un esame di altri sistemi d’arma russi utilizzati in Ucraina ha rivelato che contengono grandi volumi di microelettronica di fabbricazione straniera.
Il personale e i partner della RUSI hanno ispezionato 27 sistemi d’arma russi e pezzi di equipaggiamento militare persi o esauriti dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022.
In collaborazione con Reuters, RUSI ha identificato almeno 450 componenti microelettronici unici all’interno di questi sistemi prodotti da società con sede negli Stati Uniti, in Europa e nell’Asia orientale.
La preponderanza di componenti di fabbricazione straniera all’interno di questi sistemi rivela che la macchina da guerra russa dipende fortemente dalle importazioni di sofisticata microelettronica per funzionare efficacemente.
Ciò nonostante gli sforzi persistenti del governo russo per sostituire le importazioni – in tutti gli aspetti della sua economia, compreso il settore militare – con materiali di produzione nazionale per resistere alle sanzioni internazionali.
Dei 450 componenti trovati dalla RUSI nei sistemi militari russi, 318 sembrano essere stati realizzati da società statunitensi. Nelle apparecchiature esaminate dal gruppo di ricerca erano presenti anche componenti provenienti da Giappone, Taiwan, Svizzera, Paesi Bassi, Germania, Cina, Corea del Sud, Regno Unito, Austria e altri.
L’analisi di RUSI di questi componenti microelettronici rivela che la stragrande maggioranza sembra essere stata progettata e prodotta da 57 aziende con sede negli Stati Uniti. Tuttavia, sembra che oltre 200 dei componenti siano stati prodotti solo da 10 di queste aziende.
Non si può escludere la possibilità che alcuni componenti recanti i loghi di noti marchi di microelettronica occidentali e asiatici siano contraffatti. Tuttavia, la ben documentata dipendenza storica della Russia dalla tecnologia occidentale e il ruolo fondamentale che alcuni dei componenti svolgono nell’efficace funzionamento dei sistemi in cui sono stati trovati, ha portato il team di ricerca a presumere che i componenti siano probabilmente autentici.
I prodotti con il logo del produttore di microelettronica Texas Instruments con sede a Dallas erano i più numerosi tra i componenti di fabbricazione statunitense recensiti dalla RUSI. In totale, 51 componenti unici di Texas Instruments sono apparsi nei sistemi e nelle apparecchiature militari russi esaminati dal team di ricerca.
Componenti apparentemente prodotti da Texas Instruments sono stati scoperti nell’UAV “kamikaze” KUB-BLA, un drone bersaglio E95M, un UAV Orlan-10 e una serie di apparecchi radiofonici utilizzati dall’esercito russo.
Tra i 450 componenti, circa il 18% è coperto dal regime statunitense di controllo delle esportazioni per la loro possibile applicazione nei sistemi militari.
Tali componenti controllati dall’esportazione hanno potenziali applicazioni militari e sono assegnati a un numero di classificazione del controllo delle esportazioni (ECCN). Gli articoli con un ECCN avrebbero richiesto una licenza del governo degli Stati Uniti per l’esportazione in Russia, anche prima dell’invasione della Crimea nel 2014.
Gli articoli che non erano considerati a duplice uso sarebbero rientrati in una classificazione EAR99, il che significa che non richiedevano una licenza per l’esportazione in Russia prima dell’invasione del 2022.
Tuttavia, agli esportatori sarebbe stato comunque richiesto di garantire che questi articoli non fossero dispiegati per usi finali militari. La presenza di un gran numero di articoli classificati EAR99 e di alcuni ECCN nell’equipaggiamento militare russo suggerisce che questi componenti siano stati acquistati da produttori di apparecchiature militari da distributori in Russia, che siano stati acquistati con certificati di utente finale falsi o che fossero deviato per applicazioni militari in un momento successivo.
Ma la Russia – e l’Unione Sovietica prima di essa – ha una lunga storia di acquisti illeciti di tecnologia occidentale per l’integrazione nei suoi sistemi militari, con operazioni che spesso coinvolgono i servizi di intelligence e di sicurezza russi.
I servizi di intelligence e sicurezza russi e sovietici sono impegnati da decenni in sforzi per acquisire sofisticate tecnologie occidentali. La linea X del KGB – parte della direzione T, che era responsabile della raccolta di informazioni scientifiche e tecniche dell’agenzia – è un esempio di questi sforzi. Operando dalle ambasciate dell’Unione Sovietica, centinaia di ufficiali della linea X avevano il compito specifico di acquisire la tecnologia occidentale, inclusa la microelettronica.
Con il supporto e i dati dell’Altana Atlas , la RUSI ha esaminato quasi un milione di casi di microelettronica e importazioni correlate alla microelettronica in Russia tra il 2017 e il 2022. In alcuni casi, sembra che componenti occidentali possano essere stati prodotti o trasbordati in paesi terzi .
I paesi identificati nei dati commerciali come esportatori di prodotti legati alla microelettronica includono Cina, Stati Uniti, Germania e Regno Unito.
La pratica del trasbordo di merci attraverso paesi terzi è una tattica comune utilizzata dagli agenti di appalto per offuscare il vero destinatario di merci sensibili e controllate.
Nel giugno 2022, il Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato tre persone e una società di Hong Kong denominata EMC Sud Limited per aver presumibilmente operato come parte di una rete di appalti segreti collegata all’FSB russo. Secondo quanto riferito, uno degli individui sanzionati stava acquistando di nascosto elettronica per la base industriale della difesa russa da Stati Uniti, Giappone ed Europa.
L’invasione russa dell’Ucraina non è andata secondo i piani e l’esercito del paese deve spendere grandi volumi delle sue armi e attrezzature per piccoli guadagni. Considerando la preponderanza di componenti fabbricati in Occidente e in Asia orientale in questi sistemi, la Russia non ha una chiara alternativa per la produzione interna di componenti analoghi, né la sostituzione delle importazioni sarebbe sufficiente a compensare i volumi necessari per sostituire quelli spesi o persi in Ucraina .
Di conseguenza, il paese potrebbe dover progettare o produrre sostituti meno capaci o impegnarsi in attività di elusione delle sanzioni per acquisire i componenti necessari. Capire come la Russia elude le sanzioni per importare tecnologia critica offre l’opportunità di uno sforzo multinazionale per ridurre la sostituzione degli strumenti russi di aggressione militare.
( Royal United Services Institute )

Nestor Machno IL LEGGENDARIO

Nestor Machno

IL LEGGENDARIO

La storia, nascosta fino a poco tempo fa negli archivi moscoviti, del leggendario comandante libertario ucraino dell’esercito contadino che sconfisse i cosacchi dello zar, gli occupanti tedeschi, i russi “bianchi” e fu infine sconfitto dall’armata rossa.
Difensore della libertà ucraina, le imprese di un rivoluzionario dimenticato.

Pubblicato dal “Manifesto” del 8 ottobre 2022

Non aveva preso parte ad alcuna guerra Nestor Ivanovic Machno, ma per difendere l’indipendenza ucraina, i diritti dei contadini e degli operai e una società libertaria basata sull’autogestione, nel 1918 divenne uno stratega di grande valore e il fondatore della Machnovšcina, l’Esercito insurrezionale rivoluzionario d’Ucraina del primo territorio libertario del Novecento.
I documenti delle sue gesta leggendarie, sepolti nei caveaux degli archivi moscoviti, fino a poco tempo fa potevano consultarli pochi studiosi filo-sovietici che condizionati da una palese ostilità politica avevano l’interesse a denigrare o a spingere la storia di Nestor Machno, l’Emiliano Zapata europeo e l’antesignano anarchico di Che Guevara, nell’oblio definitivo.
Oggi nella democratica Ucraina la memoria del grande rivoluzionario è ricordata solamente da un modesto monumento in bronzo dorato a Guljaj Pole (in ucraino Huliaipole), la cittadina tra Zaporizhzhia e Mariupol nella steppa che si estende dal fiume Dnepr al Mar d’Azov dove nacque il suo movimento. Nel bronzo Machno è seduto su una panca, la giacca chiusa dagli alamari, il colbacco d’agnello, il suo enorme spadone e guarda verso sinistra, immaginando il futuro e il compimento della rivoluzione.
Giovinezza
Il padre Ivan, ex servo della gleba, morì prematuramente lasciando orfani cinque figli a carico della moglie Evdokia. Nestor era convinto di essere nato il 27 ottobre 1889 perché non sapeva che i genitori avevano falsificato la sua data di nascita in modo che venisse arruolato con la ferma obbligatoria un anno più tardi. Questa preveggenza salvò la vita al giovane che dopo la Rivoluzione del 1905 aderì a un’organizzazione politica che si finanziava con espropri proletari, il Gruppo contadino anarco-comunista.
Da piccolo andava a scuola volentieri, ma si prendeva ampi spazi di libertà dalla classe praticando il suo unico svago, il pattinaggio su un fiume ghiacciato. Una volta cadde nelle acque gelata e si salvò dalla morte per congelamento per miracolo. «Da quel momento divenni uno studente veramente diligente. Così durante l’inverno studiavo e in estate portavo al pascolo pecore e vitelli per un ricco fattore» ricorda nelle sue memorie. Qualche anno più tardi esaltato dalle idee rivoluzionarie, girava armato. Coprendosi il volto con maschere o con il fango depredava i benestanti per dare i soldi ai diseredati. Il 26 agosto 1908 la sua lunga attività di giovane Robin Hood della steppa fu bruscamente interrotta dall’arresto. Aveva ormai vent’anni. Alto poco più di 1,60, aveva capelli castani e occhi chiari, luminosi, dallo sguardo sincero ma così intenso «da far bollire l’acqua di sorgente».
Subì la «ruota rossa» il giudizio sommario collettivo insieme a tutti gli appartenenti al gruppo anarchico e venne condannato con gli altri compagni all’impiccagione, anche se non era stato coinvolto in omicidi. Si salvò per la falsificazione della data di nascita fatta dai genitori, dove risultava minorenne. La pena dell’impiccagione venne commutata ai lavori forzati a vita, ma per le sue continue ribellioni in carcere venne relegato in catene nelle celle di rigore nei sotterranei della prigione di Butirki dove contrasse la tubercolosi. Durante la detenzione, nonostante la malattia, Machno cercò di farsi una cultura e studiò a fondo i testi del movimento anarchico. Prese il nome di battaglia di «Skrommy» (il modesto). «Due cose mi colpirono e mi piacquero di Machno: la dolcezza del suo carattere ed il suo comportamento fraterno e modesto nei confronti dei compagni. La sua modestia era veramente esemplare» disse Pio Turroni che lo conobbe anni dopo.
In carcere Machno scrisse testi politici, riflessioni ma anche poesie rivoluzionarie: «Libriamo con coraggio la nostra gioia nella lotta – per la fede nella Comune che costruiremo…».
Il 2 marzo 1917, dopo la caduta dell’impero zarista, i compagni rivoluzionari lo liberarono. Aveva 29 anni. Contrariamente ad altri prigionieri non era segnato irrimediabilmente dalla lunga prigionia, aveva ancora la forza per veder realizzata la sua idea di anarchismo, che era basata sul concetto di «organizzazione» e non dell’azione individualista, ma che si opponeva a una idea accentratrice, verticistica e violenta come la «dittatura del proletariato».
Venne eletto al grido di «terra e libertà», novello Emiliano Zapata, a capo dell’Unione dei contadini che divenne l’autorità assoluta nel territorio nata per «costruire la propria vita dai propri desideri combattendo contro le forze controrivoluzionarie e i nazionalismi ucraini».
Cooperative agricole
I contadini non accettarono l’idea delle Comuni agricole, vinse quella della confisca delle proprietà private dei latifondisti, i pomešciki, (uomini d’arme, che avevano ricevuto in concessione un podere) e dei kulaki (contadini che possedevano grandi appezzamenti di terreno lavorati a mezzadria), ai quali fu consentito di tenere solo le terre che potevano lavorare da soli. Le terre espropriate vennero redistribuite tra i contadini e create cooperative agricole. Furono sequestrate grandi quantità di armi ai latifondisti che servirono ad armare il Comitato della difesa della Rivoluzione, il primo nucleo del futuro esercito contadino di Machno, che serviva per scongiurare il ritorno allo zarismo dopo la rivolta del generale Lavr Kornilov contro il governo provvisorio.
Il 7 novembre (25 ottobre) una coalizione di bolscevichi e socialisti rivoluzionari di sinistra organizzò insurrezioni armate a Pietroburgo e Mosca rovesciando il governo provvisorio: la Rivoluzione d’ottobre, quella che Machno chiamò sempre «il colpo di Stato» portò al potere in Russia i soviet dei commissari del popolo. Secondo Machno contadini e operai ucraini non si rallegravano del «colpo di stato» perché «vedevano in ciò una nuova fase dell’intervento dei poteri nell’opera rivoluzionaria locale dei lavoratori e, di conseguenza, un nuovo attacco del Potere contro il popolo.» Anche i contadini seguaci di Machno la pensavano così, «La città non esiste che per questo; la sua idea e il suo sistema sono cattivi: favoriscono l’esistenza dell’imbecille, il governo.» In quei giorni, Machno, con il sostegno della popolazione, estese in Ucraina il movimento libertario ad altre cittadine vicine. Esautorati i rappresentanti del governo provvisorio, si dovettero preparare le difese per il pericolo dei cosacchi filo-zaristi che tornavano dal fronte, che per Machno erano «… i boia dei lavoratori della Russia che per un rublo dello zar e un bicchiere di vino erano sempre pronti a crocefiggere».
Battaglione libero
Per difendere il suo popolo Machno costituì il «Battaglione libero» che fu la prima occasione per il rivoluzionario ucraino di mostrare il suo talento militare.
Sul ponte di Kickaskij sul Dnepr, le forze di Machno, alleandosi con i bolscevichi e i socialisti rivoluzionari, bloccarono la cavalleria cosacca, ottenendo una vittoria inaspettata.
Nel marzo del 1918 dopo la firma della pace di Brest-Litovsk, voluta da Lenin, che Machno definì «la morte della rivoluzione e dei rivoluzionari», entrarono in Ucraina, ceduta al nemico, le forze di occupazione degli eserciti tedesco e austriaco forti di 200mila soldati.
«Quanto ai lavoratori rivoluzionari ucraini, essi furono lasciati… disarmati alla mercé dei boia della rivoluzione provenienti dall’ Ovest, poiché il comando rivoluzionario ritirò le armi dall’Ucraina o , nella sua fuga, le abbandonò alle truppe tedesche».
Machno riuscì a imporsi sulle divisioni all’interno del gruppo anarchico che avevano provocato «il terrore rivoluzionario» e a riportare tutto sotto il suo controllo. Nel frattempo anche il conflitto con le forze «nazionaliste» si era riacceso. Il «Battaglione libero» era stato attaccato e disarmato. Non era più possibile affrontare in campo aperto gli austro-tedeschi che avevano attraversato il fiume Dnepr e attaccato Guljaj Pole. Nel mese di aprile Machno decise di iniziare la guerra partigiana e iniziò un viaggio importante per cercare aiuti attraverso la Russia rivoluzionaria. Anche se la Ceka (la polizia politica sovietica) e l’esercito bolscevico, con la scusa di combattere il «banditismo», avevano attaccato i circoli anarchici nelle principali città russe, Machno tramite Jakov Sverdlov incontrò Lenin al quale illustrò la sua idea del «potere dal basso» e lo mise in guardia sugli errori commessi in Ucraina.
«Il furbo Lenin», come Machno lo avrebbe sempre chiamato, gli rispose, «La maggior parte degli anarchici pensa e scrive sul futuro senza comprendere il presente: questo divide noi comunisti da loro… nel presente sono inconsistenti, anzi patetici, proprio a causa del loro fanatismo inconsapevole, non hanno un reale legame neppure con il futuro…».
Ricorda Machno, «Nonostante il rispetto per Lenin che ho avuto durante il colloquio, il mio brutto carattere, per così dire, non mi ha permesso di intrattenermi oltre con lui». E dimostrò a Lenin con i fatti quanto si sbagliava. Machno tornò in Ucraina dove scoprì che gli austro-tedeschi avevano bruciato la casa della madre e assassinato il fratello maggiore, invalido di guerra.
Iniziò a organizzare la guerra partigiana nascosto nei boschi. Decise di attaccare il villaggio di Dibrivski difeso da un battaglione austriaco e da un centinaio di coloni tedeschi armati. Per compagni l’impresa sembrava folle, ma il rivoluzionario libertario attuò uno degli stratagemmi che lo avrebbero reso famoso. Con un piccolo gruppo di compagni, apparentemente disarmati, riuscì ad arrivare al centro del villaggio dove c’erano le postazioni di mitragliatrici del nemico. A un suo cenno i compagni spararono sugli austriaci, sorpresi e sgomenti, mentre il grosso dei partigiani attaccò alla periferia del villaggio. Gli austriaci impauriti si diedero alla fuga.
Machno aveva bisogno di quella vittoria per il morale dei suoi uomini e per incoraggiare le popolazioni vicine a insorgere. La voce del successo militare di Machno si sparse e fu onorato con l’appellativo di Bat’Ko (piccolo padre).
Le sue forze partigiane crescevano di giorno in giorno. A Temirovka gli austriaci lo ferirono gravemente. Machno sdraiato a terra quasi morente credette di essere finito, ma arrivarono i suoi compagni a salvarlo. Decise di dividere i suoi partigiani in piccoli gruppi che si riunivano solo per azioni in grande stile, infliggendo agli occupanti delle sonore lezioni.
Nel novembre del 1918 il Kaiser fu rovesciato dalla rivoluzione, la Germania firmò la resa e iniziò l’evacuazione delle truppe di occupazione in Ucraina.
Machno aveva un nuovo nemico da combattere, Simon Petljura, che con un colpo di Stato aveva abbattuto il governo centrale. Decise di creare nella regione un fronte unico insurrezionale, un’alleanza dei machnovisti con i comunisti, i socialisti rivoluzionari e gli altri anarchici. I machnovisti cacciarono per prima cosa le residue forze tedesche, occuparono poi Ekaterinoslav e sconfissero l’esercito di Simon Petljura.
Machno controllava ormai una vasta regione fino al Mar D’Azov, ma non tutte le formazioni militari alleate rispettavano gli ordini. Dovette reprimere saccheggi, requisizioni, minacciando di fucilare i suoi stessi comandanti.
Un nuovo pericolo incombeva. Nel gennaio del 1919, in accordo con i bolscevichi, passò all’offensiva contro i «bianchi», le forze reazionarie che volevano reinsediare uno zar. Il generale Denikin fu il primo ad attaccare i libertari, ma fu sconfitto e dovette battere in ritirata verso il Don e il Mar D’azov. Mise una taglia di mezzo milione di rubli sulla testa di Machno che però nessuno riuscì ad incassare.
Mentre i machnovisti stavano combattendo vittoriosamente contro i «bianchi» in aprile – maggio vennero attaccati alle spalle dai bolscevichi. Fu scatenata una campagna di calunnie contro Machno orchestrate da Trotski. Cercarono anche di assassinarlo dopo aver attirato gli ufficiali machnovisti in un agguato con la scusa di un consiglio militare.
Ruppe con i boscevichi, ma non cercò mai lo scontro anche se alcuni suoi comandanti erano stati arrestati e fucilati.
«Fermati! Leggi! Medita! Compagno dell’Armata rossa. Ti diranno che i machnovisti sono dei banditi dei contro rivoluzionari… e come umile schiavo del tuo comandante andrai arrestare e ad ammazzare. Chi? E per che cosa? Perché?», venne scritto dagli insorti rivoluzionari machnovisti su un manifesto per i soldati dell’ Armata Rossa.
«Soprattutto la slealtà di Trotski lo disgustava, il suo sistema di distruggere l’avversario prima con la calunnia , poi fisicamente: sistema che fu poi ereditato da Stalin», ricorda Pio Turroni, amico di Machno.
A settembre dopo la costituzione dell’Esercito Insurrezionale ucraino i machnovisti inflissero a Peregonova una pesante sconfitta ai «bianchi». I libertari di Machno conquistarono Aleksandrovsk e Ekaterinoslav. Per tutto il primo semestre del 1920 compirono azioni di guerriglia contro i «bianchi» e i bolscevichi. Molti contadini seguirono Machno armati solo di scuri, picche e vecchi fucili da caccia.
Contro il pericolo della vittoria dei «bianchi» alcuni reggimenti bolsevichi defezionarono e si schierano con Machno, portando armi e munizioni.
Una nuova forte offensiva dei «bianchi» costrinse i capi bolscevici a stipulare una tregua con Machno, che sottoscrisse con loro un accordo politico-militare. Anche se ricevette l’ordine di Trotski di andare sul fronte polacco, Machno, sospettando tranelli, si rifiutò di eseguirlo. Per ordine di Trotski i bolscevichi per nove mesi si accanirono con i civili fedeli a Machno uccidendo più di 200mila contadini e deportandone altrettanti. A novembre Machno e i bolscevichi attaccarono insieme i «bianchi» del generale Wrangel che dopo mesi di battaglie vennero definitivamente sconfitti. Le truppe machnoviste però tradite e accerchiate dai bolscevichi, che avevano nuovamente rotto i patti, subirono notevoli perdite. Machno con le sue esigue forze per un anno sconfisse ancora da est a ovest in vari scontri i bolscevichi e sfuggì alla Ceka che gli dava la caccia. Nel febbraio-marzo Trotski soffocò nel sangue la rivolta dei marinai e degli operari della base navale di Kronstadt e subito dopo venne annunciata la nuova politica economica (NEP) che spegneva nella repressione i movimenti contadini e la guerra civile. Ma i bolscevichi avevano ancora un problema aperto: distruggere il sistema sociale libertario di Machno.
A caccia di Machno
Agli inizi del 1921 gli furono inviate contro le truppe delle potenti divisioni di cavalleria. Machno avanzò fino ai confini della Galizia, ripassò il Dnepr e sfuggì all’accerchiamento. Tutte le divisioni dell’Armata rossa si misero alla caccia di Machno e delle sue truppe residue.
Come scrisse Errico Malatesta, «Il carattere squisitamente libertario del movimento e lo spirito egualitario e antiautoritario non potevano che scontrarsi con i metodi e i progetti dei bolscevichi».
In uno scontro con i bolscevichi, Machno fu ferito a una coscia e al basso ventre, ma trasportato su una carriola continuò a dare ordini, a scrivere messaggi ai suoi distaccamenti. Fu ferito nuovamente nell’agosto del 1921 in una battaglia con la Diciassettesima divisione di cavalleria. A causa delle ulteriori ferite, i suoi compagni decisero che doveva essere trasportato all’estero per essere curato.
Il 28 agosto passò il Dnepr e riparò prima in Romania dove fu internato. Aveva sul volto la cicatrice di una pallottola entrata dalla nuca e uscita dalla guancia. Il suo corpo portava i segni delle sue numerose battaglie: cicatrici di sciabolate, ferite di pallottole, una delle quali gli aveva fracassato una caviglia. Nonostante questo evase.
Entrò in Polonia dove fu arrestato, giudicato ma poi assolto.
Con i suoi compagni analizzò quello che era successo in Ucraina e fece uscire nel 1923 un testo su «Delo Truda»: «Lo Stato dovrà scomparire una volta per tutte dalla società futura… esso sarà sostituito da un sistema di organizzazioni autogestite di produzione consumo confederate tra di loro…».
Con l’aiuto dei compagni francesi nel 1924 raggiunge Parigi dove restò fino alla morte avvenuta nel luglio del 1934 per inedia e i postumi della tubercolosi e delle ferite di guerra. Le sue ultime parole furono per l’amatissima figlia: «Spero tu possa vivere sana e felice…».
Non sarà così. La moglie e la figlia verranno perseguitate e incarcerate prima dai nazisti e poi deportate dagli stalinisti in Siberia. Solo dopo la morte di Stalin saranno liberate ed esiliate in Kazakistan dove nel 1978 morirà la moglie Galina e nel 1993 la figlia Yelena.
Dal 1990 si svolgono ogni anno a Guljaj Pole delle celebrazioni per ricordare Nestor Machno al quale è stato anche dedicato un museo locale, ma le sue ceneri sono rimaste a Parigi nel cimitero di Père Lachaise vicino alle tombe dei comunardi parigini che abbracciarono le idee di Bakunin e Proudhon.
In questo momento il nome di Machno è indicatore della direzione che vorrà prendere il suo paese invaso dall’esercito di Putin. Si vuole dare il giusto ruolo nella storia a questo difensore della libertà o si vuole ancora rivalutare la sciagurata figura di Stepan Bandera, collaborazionista dei nazisti che qualcuno vorrebbe far passare per eroe nazionale?
Su questo dovrebbe riflettere Volodymyr Zelens’kyj più che continuare a fare sceneggiate da società dello spettacolo. Il pensiero e le gesta di Nestor Machno dovrebbero far riflettere anche noi su quanto la propaganda stalinista abbia pesato nel Novecento sulle convinzioni di tanti.
Le idee Nestor Machno, che sono state più realizzate che teoriche, non sono però morte, non sono state sepolte definitivamente dalla diffamazione e dalla disinformazione sovietica. E quello che sta accadendo oggi nel Rojava curdo ricorda molto, e speriamo con più fortuna e continuità, l’esperimento della Repubblica comunitaria di Guljaj Pole fondata da Machno, il leggendario comandante libertario dell’esercito contadino che sconfisse i cosacchi dello zar, l’esercito del golpista Simon Petljura, gli occupanti austro-tedeschi, le armate dei «bianchi» nostalgici dello Zar e anche l’Armata rossa.