Volontè e Scalzone

Tutti ricordano Gian Maria Volontè interpretare l’anarchico Bartolomeo Vanzetti in “Sacco e Vanzetti”, l’operaio Lulù in “La classe operaia va in paradiso”, il commissario della squadra politica in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e molti altri ancora. Ma molti non ricordano, o non sanno, che fu proprio Volontè a far fuggire a Parigi Oreste Scalzone, condannato per associazione sovversiva. In quella città, insieme ad altri, Scalzone rimase esule per molti anni. Un fatto da ricordare, in un periodo in cui la memoria è rubata e riscritta.
Qui sotto un’intervista a Repubblica del 1994.
SCALZONE: “MI FECE SCAPPARE DALL’ ITALIA”
PARIGI – Fu Gian Maria Volontè a consentire la fuga dall’ Italia di Oreste Scalzone, il leader di Autonomia Operaia coinvolto nelle inchieste sugli ‘ anni di piombo’ . Scalzone, riparato in Francia nell’ inverno 1981, compì il primo tratto della sua fuga fino alla Corsica proprio sulla barca di Volontè. “Posso rompere il silenzio che ora non serve più” dice Scalzone, da anni latitante dopo una condanna per banda armata, dal suo rifugio parigino “su di un gesto di libertà. Ora che una volta di più la barca di Mayakowskij, dell’ amore, si è infranta sugli scogli della vita”. Oreste Scalzone ricorda: “Avevo conosciuto Volontè nel 1964 a Roma, quando entrambi fummo scomunicati per aver cercato di mettere in scena a Roma l’ opera di Hockhut ‘ Il Vicario’ , sul silenzio di Pio XII sull’ Olocausto. Quindi assieme realizzammo il progetto del giornale operaista ‘ La Classe’ , dopo di allora i nostri percorsi continuarono paralleli per reincontrarsi quando, ridotto come uno scheletro, lasciai il policlinico Gemelli, dove ero stato trasferito dal carcere”. “In quei giorni” continua Scalzone “stavo decidendo una fuga forse senza fine, per non essere ostaggio. Qualcuno mi proponeva di espatriare attraverso i monti con gli sci, poi la possibilità concreta mi venne offerta proprio da Volonté che disponeva di una barca a vela con la quale raggiungemmo prima la Sardegna e poi la Corsica. Sulla vela della barca di Gian Maria” aggiunge Scalzone “c’ era un verso di Valery che oggi in particolare mi piace ricordare: ‘ Si alza il vento, bisogna tentare di vivere’ “. Scalzone rievoca ancora il lavoro fatto insieme all’ attore scomparso per ‘ Synopsis’ , sceneggiatura di un film dallo stesso titolo mai prodotto. “Ricordiamo Volonté anche come il compagno nel ‘ Gruppo di iniziativa per l’ amnistia’ . In un video Gian Maria ne parlava dicendo ‘ l’ amnistia in piazza, un mucchio di mani che si allacciano in una fraterna congiura: cinquantamila firme per una legge di iniziativa popolare d’ amnistia-indulto!’ . E’ questo Gian Maria che noi ricordiamo”. E l’ ex leader dell’ Autonomia, il cui più recente rinvio a giudizio risale al maggio di quest’ anno, per l’ ultimo maxiprocesso sul terrorismo, conclude: “Parafrasando un ormai antico manifesto, vorrei dire: ‘ Del suo talento, o genio, tutti parleranno. E dunque, noi no’ “.

Cambiare il mondo per salvare il pianeta

 

Le edizioni Elèuthera mandano in libreria Ecologia e psicogeografia di Guy Debord (pp. 184 pagine, euro 17 euro), una significativa raccolta di scritti del teorico del Situazionismo. L’approfondita postfazione di Gianfranco Marelli, necessaria e stimolante, riassume il percorso di Debord e colloca questi scritti nell’opera complessiva del pensatore francese. I testi propongono una critica serrata all’illusione capitalista della green-economy e nello stesso tempo una riflessione sulla necessità di una visione complessa della cosiddetta questione ambientale.

LA CELEBRE E GENIALE critica alla società dello spettacolo (testo forse più citato che letto) non è scollata da queste riflessioni, ma serve da sfondo e contestualizzazione. Nell’arco di oltre trent’anni, a iniziare dal 1955, Debord si cimenta intorno a queste tematiche passando dall’individuazione della psicogeografia (lo studio degli effetti dell’ambiente, dell’urbanistica, dell’architettura sul comportamento affettivo degli individui e il loro «addomesticamento»), alle «nuisances», ovvero gli effetti nocivi del sistema industriale. Non a caso, a partire dal 1984, partecipa al progetto della Encyclopédie des Nuisances, che si prefiggeva di denunciare i diversi veleni e surrogati – non solo materiali – del capitalismo.

Ci sono almeno altri tre pensatori rivoluzionari che a cavallo degli anni ’60 e ’70 affrontano con preveggenza la questione ecologica inserendo nella stessa critica l’ambientalismo riformista (in quegli anni rappresentato soprattutto dal Club di Roma), il capitalismo e il dominio dell’uomo sull’uomo.

SI TRATTA di Murray Bookchin, che arriva al pensiero libertario dopo la militanza marxista (che non rinnega ma amplia con un pensiero complesso: si legga in proposito il suo Ascolta marxista! In Post-scarcity anarchism, ripubblicato da Bepress) e che mette a fuoco la teoria dell’ecologia sociale, che ha proprio nella critica del dominio il suo nocciolo duro. Interessante notare l’analogia tra le tesi di uno dei primi libri di Bookchin – I limiti della città (Feltrinelli) – e la psicogeografia dei situazionisti; Jean Fallot, filosofo francese, che nel 1975 pubblica Sfruttamento inquinamento guerra. Scienza di classe (Bertani editore) in cui analizza il dominio capitalista nelle sue articolazioni: «L’inquinamento è la conseguenza storicamente determinata più rilevante del sistema di dominio e dello sfruttamento»; e infine Dario Paccino, altro pensatore marxista eccentrico e irregolare da rileggere, che ne L’imbroglio ecologico (Einaudi, 1972) sosteneva che la rivoluzione è condizione necessaria ma non sufficiente per salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica, aggiungendo «certo comunque che se sussiste una possibilità di sopravvivenza, di integrazione della società con la natura, di solidarietà umana, essa è legata alla rivoluzione». In mancanza della quale dobbiamo aspettarci la morte del pianeta.

Debord ha più accordi con il pensiero di Bookchin, anche se la sua intransigenza rivoluzionaria non gli avrebbe mai permesso di condividere il «municipalismo» che successivamente l’autore americano ha proposto, e si sarebbe trovato più in sintonia con il marxismo epicureo di Fallot e la sollecitazione di Paccino alla rivolta dei «liberi-schiavi».

Il testo forse più provocatorio della raccolta è «Note sulla questione degli immigrati», del 1985. A differenza di molti ambientalisti che idealizzano la natura e, di conseguenza, cadono nella trappola identitaria e del localismo (e passo dopo passo arrivano anche alla legittimazione di gerarchie e di ruoli che vorrebbero definiti per natura), la tematica della migrazione viene sviluppata da Debord in maniera disincantata e cinica, senza nessuna idealizzazione della condizione migrante, ma sostenendo che i migranti possono vivere dove vogliono perché sono i rappresentanti della spoliazione che hanno subito.

DEBORD SI CHIEDE se i popoli che verranno, frutto del miscuglio etnico, domineranno «attraverso una pratica emancipata, la tecnica attuale, che è globalmente quella del simulacro e della spoliazione? O al contrario ne saranno dominati in modo ancora più gerarchico e schiavile di oggi?». E conclude: «Bisogna considerare il peggio e combattere per il meglio. I rimpianti sono vani».

Fonte: il manifesto

Presenteremo gli scritti di Debord in un incontro online con Gianfranco Marelli giovedì 29 aprile alle 21:00 per partecipare cliccare qui