Catena musicale per Pinelli? No, grazie!

Catena musicale per Pinelli? No, grazie!

Il circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa non parteciperà alla catena musicale per Pinelli indetta per il 14 dicembre di quest’anno.
Non parteciperà perché non ci sono le condizioni politiche minime per una adesione.
In una fase iniziale abbiamo provato ad aggiungere contenuti in questa iniziativa che appare sempre di più come un contenitore vuoto, cui hanno aderito senza suscitare imbarazzo, ad esempio, soggetti vicini a Forza Italia (Fondazione Gaber) o che non disdegnano rapporti con l’estrema destra (Manlio Milani), – ma non siete antifascisti? e avete a che fare con questa gente? – ma non è stato possibile. Una gestione verticistica (e stiamo usando un eufemismo) ha bloccato qualsiasi critica o proposta di modifica all’appello che convocava l’iniziativa, allontanando chi se ne faceva promotore e anche chi esprimeva attenzione per proposte alternative.
Abbiamo l’impressione che la “catena” non aiuti affatto a preservare e difendere la memoria della strage di Piazza Fontana e della strategia della tensione: è centrata tutta sul ricordo di Pinelli (che era uno dei fondatori del circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa), c’è un tardivo accenno a Valpreda, ma è completamente assente il contesto nel quale la strage e l’assassinio di Pinelli sono maturati.
Non un cenno ai movimenti degli studenti e degli operai, non una parola sull’autunno caldo, sulle possibilità di trasformazione sociale che con la strage il potere tentò di bloccare. Pinelli diventa così una icona muta, un santino.
Non va bene.
Nell’appello si legge che la strage di Piazza Fontana è “una ferita scavata sul volto della nostra storia, un trauma della nostra democrazia, da questo condizionata nello sviluppo e nel suo pieno compimento fino ai nostri giorni” quando in realtà il pieno compimento del regime democratico è proprio la strage di Piazza Fontana.
E nelle regole da osservare nel gruppo facebook che sostiene la “catena” troviamo “Siamo qui per ricordare Pinelli per organizzare una grande performance poetica per ricordare Pinelli e le vittime di Piazza Fontana. Sarà manifestazione politica ma non partitica, libera, aperta e pacifica.”, sempre nelle regole “Chi non si riconosce in questo progetto trovera’ altrove i mezzi per i suoi scopi. Qui si esercita la democrazia, il rispetto delle differenze e le armi più pericolose: la memoria e la riflessione”. Esercitano la democrazia all’interno del gruppo, ma i capi si sono autoproclamati tali…

Domandiamo:
Questa iniziativa renderà un favore allo stato dandogli la possibilità di assolversi ancora una volta, è quindi possibile per degli anarchici, siano essi individualità o gruppi organizzati aderire ad una mobilitazione così politicamente poco caratterizzata, con una impostazione che rasenta il populismo, senza perdere la propria identità e farsi strumento di una riscrittura della storia e della memoria, della rimozione del conflitto dall’immaginario quotidiano?
Per noi la risposta è no. Ma altri hanno risposto diversamente. Ci riferiamo in particolare ad A-Rivista Anarchica, vorremmo conoscere le ragioni di questa decisione. Chiediamo alla redazione della rivista di esprimerle pubblicamente. Questo invito è rivolto anche a chiunque ritenga di esprimersi.
Da 50 anni il Ponte ha difeso la figura di Pinelli, ma come anarchici non pretendiamo di avere il copyright. Ci sentiamo però in dovere di contrastare iniziative come quelle della catena musicale, perchè irrispettosa della memoria e ci chiediamo se per gestirla l’unico titolo valido sia essere le figlie di Giuseppe Pinelli.

P.S.
Il 25 aprile 2019 abbiamo iniziato, proprio in Piazza Fontana una serie di iniziative, sulla strage di stato, Valpreda, Pinelli, le lotte dei lavoratori e l’antifascismo, l’ultima è di pochi giorni fa al Ponte. Quelle iniziative proseguiranno e si intensificheranno in dicembre: per il giorno 15 contiamo di realizzarne una grande al Leoncavallo per ricordare l’assassinio di Pinelli, ma ci faremo sentire anche in altri giorni di dicembre. Rimanete in contatto!

IL SOLDATO CONTRORIVOLUZIONARIO

A quasi 50 anni da Piazza Fontana continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. La lettura di questo documento è molto utile per la comprensione del clima politico negli anni della strategia della tensione

RIPORTIAMO QUI UNO STRALCIO DELL’INTERVENTO DI EDGARDO BELTAMETTI (ORDINE
NUOVO) AL CONVEGNO SULLA GUERRA RIVOLUZIONARIA ALL’ISTITUTO “POLLIO”
E UN BRANO TRATTO DAL LIBRO “LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE” SCRITTO DA RAUTI E GIANNETTINI

IL SOLDATO CONTRORIVOLUZIONARIO

Forse in questo confronto far la personalità del soldato del mondo libero e l’agente della g.r. (guerra rivoluzionaria, ndr) il quale ha rinunciato alla sua personalità per abbassarsi al livello di cieco strumento, sta la realtà della risposta alla g.r. e alla sua concreta possibilità di una risposta vittoriosa. Il soldato che ha compreso questa realtà, non si distingue per l’uniforme che porta, ma per la maggiore fermezza delle sue convinzioni interiori; saprà, se necessario, diventare un soldato della clandestinità di cui conosce le regole rigorose; saprà fare di sé stesso un’arma quando proiettato nella dimensione della g.r., conservi intatti i valori dello spirito. Infatti, il soldato non difende soltanto il territorio, ma difende un’idea, la libertà i valori dello spirito, in una parola: l’uomo.
Di conseguenza la funzione militare non è più soltanto quella di organizzare un apparato per la difesa fisica dello Stato, ma assume anche il compito della condotta di una guerra contro un nemico che ha per obbiettivo la conquista e il controllo della popolazione.
Ovviamente bisogna trovare altre basi alla organizzazione militare. Non sto qui ad insistere su questo problema ed esso si affaccerà più avanti, ma è evidente che si verifica una sovrapposizione delle due nozioni del soldato e del cittadino, anche questo permanentemente mobilitato almeno sul piano morale. Dirò soltanto che l’occidente ha potenzialmente nel suo arsenale un uomo spiritualmente più ricco, il quale può avere ragione del nemico che ha degradato l’individuo ad un frammento della massa. Si tratta però di mobilitarlo, nel senso più nobile della parola, per farne il protagonista della vittoria e della pace. Rimarrebbe ora anche da vedere come l’occidente può preparare l’elemento umano per affrontare la g.r. senza tradire le proprie convinzioni. Non ho la presunzione di rispondere ora a questo fondamentale interrogativo. Mi limito a porre il problema, che è morale e tecnico, ed affidarlo all’attenzione vostra, sicuro che nel corso dei lavori di questo Convegno esso sarà considerato, sì da porre le fondamenta per un più approfondito esame.
D’altra parte mi sembra che questo problema, a causa della sua importanza, meriterebbe una trattazione a parte ed io faccio voti affinché esso sia l’oggetto di un prossimo convegno. Consentitemi tuttavia di fare alcune considerazioni generali.
Si tratta prima di tutto di convincersi che si è in stato di guerra e, se le finalità sono diverse, i mezzi di lotta debbono comunque essere scelti sulla base della realtà che ci propone la guerra rivoluzionaria. Quindi stabiliamo subito che non vi è alcuna differenza morale nel colpire il nemico con quelle armi che si dimostrino efficaci. La lotta ravvicinata ci impone i metodi che le sono propri: combattere la sua ideologia con i nostri temi ideologici; disarmare il nemico psicologicamente per minarne il suo orgoglio; se occorre eliminarlo con azione isolata con lo stesso criterio che si userebbe sul campo di battaglia. Una delle caratteristiche della g.r. ed ovviamente della risposta ad essa, ci consente spesso di scegliere il nemico da abbattere ed è naturale che è più redditizio eliminare un capo che un gruppo di gregari, anche se l’azione in sé ha più l’apparenza di un attentato sleale che di una battaglia leale.
Ciò premesso, la cosa più importante è educare il soldato a questo tipo di guerra. Ed allora bisogna distinguere due momenti: l’educazione morale e l’addestramento tecnico. L’educazione morale si ottiene indicando chiaramente gli obbiettivi, sottolineando la differenza che passa fra i nostri e quelli degli avversari. In realtà questo aspetto dell’educazione dipende molto dal clima in cui si vive; vale a dire che tale educazione appartiene in primo luogo all’insegnamento pubblico, scaturisce dall’impegno con cui tutta la società nazionale è sollecitata a mantenersi unita, legata alla sua storia ed alle sue tradizioni. In altre parole è questa opera di governo o, per lo meno, un’azione che può essere svolta dalle istituzioni che sono le più sensibili custodi dei valori fondamentali, in prima fila le Forze Armate.
Una carica morale di livello elevato è la premessa per un addestramento che sia efficace ed una garanzia che l’addestramento tecnico non abbia fine a sé stesso. Tant’è vero che l’addestramento tecnico non è che la continuazione dell’educazione morale. Questa non soltanto conferisce al soldato l’entusiasmo necessario per accettare di essere educato al rischio ed alle fatiche, ma lo garantisce di saper valutare e controbattere l’aggressione della propaganda aggirante, dell’insidia ideologica, dell’agguato psicologico.
Guardando il problema da questo doppio punto di vista, che è il modo corretto per porcelo, è evidente che il soldato di oggi, ed intendo quello della guerra non ortodossa, dev’essere un soldato d’élite, un’individuo preparato anche culturalmente, dai riflessi pronti sia per sottrarsi al nemico che gli tiene il fucile puntato sulla schiena, sia per comprendere all’istante dove si cela l’insidia morale. Il soldato della guerra non ortodossa, se vuole raggiungere la coscienza del pericolo, deve essere convinto della propria giusta causa e deve essere ideologicamente preparato per comprendere il valore politico del suo dovere. Perciò egli deve essere informato degli scopi strategici e tattici che si vogliono raggiungere onde avere sempre coscienza delle sue azioni e delle iniziative. Egli deve essere e sentirsi un protagonista cosciente e non uno strumento cieco di guerra. Ed in ciò sta l’essenziale della differenza che passa tra il soldato della libertà e l’agente della g.r.

Noi diciamo che è un’illusione, una patetica ma pericolosa illusione, porre l’accento sulla apoliticità delle Forze Armate e sul fatto che esse si trovano ad addestrare uomini in tempo di pace.
Anzitutto, si confonde l’apoliticità con l’apartiticità. Questa è giusta e doverosa, mentre l’apoliticità non esiste: noi non stiamo parlando delle Forze Armate di un qualsiasi paesucolo del Centro America, he si ponesse a vegetare nel limbo del neutralismo assoluto; stiamo parlando delle Forze Armate dell’Italia, che è un Paese occidentale, il quale ha determinati obblighi verso l’Occidente e doveri ancora più precisi in materia di lotta la comunismo internazionale.
Intendiamoci: si può anche non pensarla così. In Italia ci sono quasi dodici milioni di comunisti, socialisti, radicali, e progressisti generici – di marxisti, insomma – i quali non la pensano affatto così. E fanno di tutto per trasformare il nostro in un paese neutrale prima e poi addirittura impegnato nell’altro campo; in un paese che andrebbe a raggiungere il vasto ammasso dei terzaforzisti, per poi cadere nell’orbita sovietica.
Ma finché non imboccheremo la strada del terzo mondo e del relativo sottosviluppo, noi siamo un Paese occidentale e non possiamo non prendere atto che viviamo in un’epoca nella quale tende anche a scomparire il vecchio confine tra guerra e pace.
Abbiamo visto anche che per i comunisti ed i loro soci, non conta neppure più quello che si chiamava il “confine della Patria”. Essi parlano apertamente di guerra ideologica, prevedendo ed ipotizzando il rifiuto massiccio di obbedienza in caso di mobilitazione, predisponendo in varia guisa il conflitto civile di domani.
Ed anche questo gioca un ruolo determinante nella progressiva riduzione del confine tra guerra e pace.
Prendiamo atto della realtà così com’è, per quanto spiacevole essa sia: oggi siamo in tempi di guerra fredda, di costante aggressione ideologica, di sotterranea e fanatica erosione delle coscienze.
E vogliamo o non vogliamo difenderci dal comunismo internazionale, il quale attacca l’Occidente dovunque è possibile, aizzando senza tregua contro di noi i popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, ma aggiunge a questa lotta un’altra azione, più insidiosa e sottile, che si svolge al di qua delle frontiere territoriali?
Vogliamo o non vogliamo difendere l’Europa, difendere l’Occidente, difendere i valori spirituali e culturali che esso ha elaborato e che sostanziano la nostra civiltà? O dobbiamo sul serio rassegnarci al grigiore collettivista che ha reso drammatica la vita nell’Oriente europeo, per poi scivolare sul pantano inconcludente di quel sovietismo che non riesce a risolvere i problemi elementari dell’esistenza del popolo russo?
Siamo in tempi di scelte fondamentali e ad esse non si può sfuggire, perché è la realtà stessa e proporcele e ad imporle.
Siamo in tempi di guerra rivoluzionaria, ecco tutto, e l’Esercito, e tutte le Forze Armate non possono non tenerne conto.
Sull’esempio di quanto hanno fatto e stanno facendo le forze Armate di tutti i paesi, in base alle responsabilità che ci derivano dalle Alleanze in atto, nel quadro della più ampia e leale solidarietà con il mondo occidentale.
Su questi temi si è dunque sviluppata, per la durata di mesi, in perfetta concomitanza, la polemica all’interno delle Forze Armate e la campagna scandalistica delle sinistre contro il Capo di Stato Maggiore Difesa, quando il 20 giugno il Capo di Stato Maggiore Esercito dava nuove disposizioni, con le quali faceva completamente marcia indietro su ciò che aveva deciso con le disposizioni del 21 aprile e del 2 maggio. Non staremo a dire del presumibile stupore dei quadri e dei reparti dipendenti, mentre sarebbe interessante rivelare le ragioni di questo improvviso cambiamento di rotta.
Parlando qui appresso della questione politica, potremo orientarci anche a questo proposito.

 

Qualche settimana fa

Qualche settimana fa delle persone che frequentavano il ponte, si sono allontanate volontariamente a seguito di fatti incresciosi avvenuti al di fuori della normale gestione politica dello spazio. Siamo dispiaciuti per quanto avvenuto e cerchiamo di essere loro vicini umanamente.