L’anticomunismo di Pino Rauti

 

 

 

 

 

 

 

Alle origini della strategia della tensione.

Cinquantenario di Piazza Fontana. Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Vi proponiamo l’intervento di Pino Rauti, personaggio di spicco della destra italiana, al Convegno promosso dall’Istituto di studi storici e militari “Pollio”.

La tattica della penetrazione comunista in Italia

Intervento del 4 maggio del dottore PINO RAUTI

Cercherò di mantenere il mio intervento nei limiti concessi dal Convegno, limiti che potranno essere ritenuti più o meno stretti ma che vanno osservati se non si vuoI finire con il fare un convegno politico, con tutti i vantaggi, ma anche con tutti gli svantaggi che ne deriverebbero. Questo incontro ha, invece, un suo carattere specifico che consiste nell’analisi della tecnica, della metodologia della g.r., o guerra sovversiva che dir si voglia. Ora, sulla teoria di questa guerra sovversiva ci troviamo quasi tutti d’accordo. Ci sono delle sfumature interpretative, ma abbiamo appreso (ed è stata una piacevole scoperta) che in varie parti d’Italia, persone diverse, gruppi diversi, circoli ed ambienti diversi, di diversa estrazione politica, si sono posti questo stesso ordine di problemi. Dobbiamo tuttavia sgombrare il campo, a mio avviso, da alcune questioni preliminari, da alcuni quesiti pregiudiziali. Si è detto ad esempio: «Ma non basterebbe la semplice applicazione delle leggi? Non basterebbe la semplice applicazione del Codice Penale, per reprimere, nella fase iniziale, le manifestazioni aggressive del comunismo per la conquista del potere? Prima di tutto si deve osservare che la g.r. in sé e per sé, negli atti specifici nei quali essa si articola, e che spesso vengono affidati a particolari agenti di esecuzione, si estrinseca in atti che non sono direttamente perseguibili dal Codice Penale. Si tratta, cioè, come diceva uno studioso, uno studioso belga della g. r., di un delitto globale, che è difficilmente definibile e che quindi non è colpibile nella manifestazione con cui esso si presenta. È la somma, la globalità e soprattutto la continuità con la quale questi atti vengono compiuti, nel tessuto connettivo dello Stato, nel tessuto politico, nel tessuto costituzionale, economico e sociale, che configurano la g.r.
_Da qui la sensazione, quasi avvilente, di disarmo che una certa parte della classe dirigente politica contemporanea d’Italia, prova, indubbiamente, dinanzi alla situazione, dinanzi all’attivismo scatenato dei comunisti. Cioè la sensazione che gli strumenti giuridici, politici e costituzionali siano dati superati da questa nuova tecnica.
Quesito di ordine ancora più generale è quello sulla capacità obiettiva che possono avere o che non possono avere alcuni tipi di regimi politici nell’affrontare questa forma moderna di aggressione, di marcia verso il potere, di conquista. Indubbiamente, un conto era la lotta politica condotta nel diciannovesimo secolo, che ubbidiva a certe regole, che riguardava categorie molto ristrette di persone; un’altro è la lotta politica che si conduce oggi nelle grandi platee contemporanee, dove operano contemporaneamente decine di milioni di persone, le quali sono raggiunte quotidianamente, ora per ora, fino nell’intimità della casa, dallo sviluppo tecnologico contemporaneo e dallo sviluppo dei grandi mezzi di informazione”_cco quindi che, al di fuori del quadro strettamente penale, strettamente giuridico, nel quale sarebbe estremamente difficile situare il problema della repressione dell’attività sovversiva, al di fuori dello stesso quadro politico e costituzionale, che si trova ad essere superato dalla corsa dei tempi, si pone angoscioso e drammatico il problema che questo Convegno intende, appunto, sottolineare.
Ci troviamo di fronte ad una nuova tecnica per la conquista del potere. Qual’è, quali sono, in linea pratica, in linea concreta, le sue caratteristiche, le sue espressioni e manifestazioni principali, e quali sono i metodi con i quali a questa tecnica si può reagire? In linea teorica siamo tutti d’accordo; si chiami guerra sovversiva, guerra rivoluzionaria, guerra psicologica, noi ci troviamo di fronte ad un piano accuratamente elaborato, che si contraddistingue in pratica per due aspetti principali: il primo è che, con questa tecnica, il comunismo ha rinunciato all’attacco frontale condotto nei confronti dello Stato. I più anziani, fra di noi, presenti in questa sala, ricorderanno certo per esperienza diretta, i meno anziani lo sapranno per averlo letto, in quali forme si espresse, nell’altro dopoguerra il tentativo comunista per il potere: era la tecnica dell’assalto frontale; non c’era istituzione dello Stato che non venisse frontalmente aggredita, che non venisse, quasi ottusamente, presa d’assalto. Andavano a dar fastidio, andavano a sciogliere non solo le dimostrazioni patriottiche, ma perfino le manifestazioni religiose, le cerimonie più intime e più care alla psicologia collettiva; andavano a strappare dai petti dei combattenti le medaglie al valore, sputavano sulla bandiera, insultavano tutti coloro che osassero presentarsi in divisa in certi quartieri notoriamente sovversivi. Ovviamente, ci fu una reazione a tutto questo, e quello che successe lo sappiamo benissimo. In questo dopo guerra (non solo per la lezione che i comunisti ebbero allora, ma anche per una serie di altre considerazioni) hanno cambiato tattica. Oggi, la difficoltà di combat- il comunismo in Italia dipende quasi esclusivamente dal fatto che i comunisti non si vedono. Essi sono tanto onnipresenti, quanto invisibili. Voi potete andare nei quartieri più «rossi» di Roma; voi potete andare nelle zone più rosse e più sovversive della Toscana e dell’Emilia, dove i comunisti hanno già raggiunto da molto tempo e sotto molti aspetti hanno già superato la maggioranza assoluta (dal 60 al 70% di voti); voi potete andare nelle cosiddette “Stalingrado rosse”, che non sono soltanto quelle di Sesto S. Giovanni, ma sono anche certe zone agricole pugliesi, sono nel triangolo rosso molisano, e via dicendo (zone nelle quali i comunisti, notoriamente, controllano la situazione); ebbene non vedrete mai un distintivo comunista all’occhiello. Questo per significare, per sottolineare, quasi, che i comunisti intendono conquistare lo Stato, attraverso una lenta opera di saturazione interna.
Questo è il primo aspetto che assume, in Italia, la guerra sovversiva per la conquista del potere. Quindi, da questo punto di vista, noi non dobbiamo credere che si ripeterà in Italia, meccanicamente, la trasposizione degli schemi organizzativi, degli schemi attivistici che contrassegnarono il periodo che va dal 1943 al 1945. Anzitutto, perché allora c’era una guerra, e c’era una guerra civile, e c’erano particolari emotività scatenate dagli avvenimenti del 25 luglio, dell’8 settembre, e via dicendo; e poi perché i comunisti si sono resi conto che qualsiasi tattica che li portasse a combattere allo scoperto, alla luce del sole, facendo proclamare gli obiettivi che intendono raggiungere, non potrebbe non, provocare un processo di reazione contraria. Ed è questa la cosa che evidentemente essi temono di più.
Quindi, io non porrei il problema del pensare a come difendersi dalle conseguenze ultime della g. r., pensando ai comunisti che, chiusi nel segret6 del loro apparato, si domandano: «chi dovremo uccidere per primo col colpo alla nuca, il prefetto, il questore, il parroco o il vescovo? ». I comunisti, oggi, nell’Italia 1965, non sono affatto in questo ordine di idee, per quanto si sappia tutti che esiste un apparato pronto a scattare alla prima occasione, per quanto serpeggi nelle masse comuniste un certo estremismo massimalistico che già esplose, per esempio dopo l’attentato a Togliatti. In quell’occasione, infatti, le masse comuniste, per conto loro, scesero nelle piazze ed andarono molto al di là di quanto non volessero i loro dirigenti. Il che sta a -dimostrare che spesso i dirigenti comunisti non riescono a padroneggiare il cosiddetto « estremismo di base ». Ma, fermandoci al vèrtice, alla sua visuale politica, alla organizzazione e alla propaganda da esso imposte, noi dobbiamo prevedere che il P.C. in Italia tenterà molto difficilmente il colpo della conquista violenta del potere, e continuerà a lavorare cosi come ha fatto fino ad oggi, cercando di riuscire nei suoi intenti attraverso la lenta saturazione degli organi dello Stato. Di conseguenza, mentre una volta si doveva parlare in termini esclusivamente anti-comunisti, ora ci si deve porre il nuovo problema che deriva dalla crescente strumentazione che dell’apparato dello Stato Stanno facendo i social-comunisti, lasciando alle altre forze, il compito, l’onore e il rischio, quindi, di una eventuale ribellione contro i poteri costituiti. Dunque non meccanica trasposizione dei tentativi prece. denti ma lenta conquista dall’interno dell’apparato dello Stato. Oggi, per il PCI (io l’ho detto diverse volte e lo ripeto anche in questa sede) è più importante, è infinitamente più importante disporre del posto di capo servizio alla radio e alla televisione, là dove si manipolano i programmi, che disporre di cinquecento attivisti in piazza, perché i cinquecento attivisti in piazza ne possono mobilitare altri
cinquemila avversi, contrari e decisi a menare le mani. Inoltre cinquecento attivisti comunisti non si fanno vivi che in determinate
-occasioni, mentre lo sconosciuto signore che, nel chiuso di una stanza, ‘Sceglie un’opera teatrale invece di un’altra, mette in onda una certa commedia invece di un’altra, procede all’indottrinamento, al condizionamento psicologico, all’avvelenamento invisibile delle coscienze e delle volontà di centinaia di migliaia, di milioni di persone. Ecco la tecnica comunista per la conquista dello Stato. La quale tecnica, quindi, si contraddistingue per il tentativo di sfruttare per linee interne l’apparato dello Stato e, soprattutto, i suoi mezzi informativi, in attesa di poter conquistare ed utilizzare anche i mezzi repressivi dello Stato.
L’altra caratteristica della g. r. è la fredda, la scientifica, la razionale continuità alla quale ubbidisce l’azione comunista. Mentre nel campo anticomunista, in genere, si lotta soltanto nel periodo elettorale, i comunisti sono ogni giorno, ogni ora, presenti nel Paese essi lavorano sempre, perché essi sono, appunto, in guerra, mentre gli altri fanno, di tanto in tanto, delle azioni propagandistiche, che si I i esprimono, grosso modo, nella campagna elettorale, nell’affissione di I I manifesti, in una certa vita di partito, più o meno organizzata, generalmente discontinua. Al contrario, i comunisti, attraverso la loro massiccia organizzazione burocratica, sono in grado di mantenere permanentemente mobilitato un piccolo esercito, il quale, dalla mattina alla sera, senza alcuna interruzione, provvede all’inquadramento e allo ‘Sfruttamento di tutti gli argomenti propagandistici che la situazione offre l_ Quindi, conquista dall’interno delle strutture dello Stato, la estrema continuità dell’azione. Ecco i problemi dinnanzi ai quali si trovano oggi tutti coloro che in Italia vogliono affrontare seriamente, in maniera approfondita, il tema della g. r. Queste persone (noi, in altri. termini) devono evitare, a mio avviso, un grave pericolo di impostazione in materia, che a me è sembrato di notare un po’ in tutte le indagini condotte su questo argomento. Di solito, si tende a dlire che la g. r., come viene attuata in Italia, sia la trasposizione, -in termini appena appena adeguati, delle tecniche di g. r. che i comunisti hanno seguito e stanno seguendo per la conquista del potere nei Paesi afro-asiatici o, più in generale, nei Paesi sottosviluppati. A mio avviso, le citazioni di Mao Tzé Tung, le citazioni dei testi classici, in materia, debbono servire soltanto come riferimento culturale, informativo, perché la tecnica per la conquista del potere, in un , paese industrializzato, in un paese moderno, in un paese occidentale, l ubbidisce a regole e necessità diverse. Regole che io ho creduto appunto di riassumere prima nelle due considerazioni principali ovvero : I nella infiltrazione nei gangli dello Stato con il divieto, direi quasi assoluto, per i propri attivisti di ricorrere ad azioni di violenza, e nella continuità e nella capillarità dell’azione politica. Ecco quindi, che il fenomeno della guerra sovversiva pone alle nostre coscienze e alle nostre preoccupazioni una serie di problemi estremamente drammatici, ed estremamente urgenti, perché noi tutti sentiamo che l’apparato politico e costituzionale del quale le forze anti-comuniste si trovano a disporre non sembra molto adeguato alla lotta contro il comunismo. Questo spiega anche perché il comunismo in Italia stia guadagnando terreno, mentre le altre forze ne stanno, evidentemente, ogni giorno perdendo.
Quali sono, in concreto, le risposte che noi pensiamo di poter dare a questa tecnica? Anzitutto, la illustrazione (di cui questo convegno è soltanto un primo, ma efficacissimo passo) propagandistica dell’esistenza di queste! caratteristiche specifiche, attuali, moderne, dell’azione comunista per la conquista del potere. Non c’è nulla di peggio, per i comunisti, che presumono di poter lavorare ancora nell’ombra per sviluppare questo loro piano scientificamente ideato e scientificamente realizzato, non c’è nulla di peggio che l’illustrazione più vasta possibile del tipo particolare di aggressione che
essi pensano di poter effettuare in Italia. Quindi, anzitutto, non si pensi ‘che questo convegno esaurisca la sua importanza nel dar vita al documento conclusivo. Ha, invece, una sua importanza agli effetti pratici: mettere in luce certi temi, puntualizzare esattamente le tecniche usate dall’avversario, diffondere questa nuova impostazione, questo nuovo angolo visuale dal quale riguardare l’azione comunista quotidiana. E ciò è quanto di più utile sul piano propagandistico si possa fare. Rappresenta, direi anzi, una novità assoluta nel quadro piuttosto deprimente delle attività attuali dell’anticomunismo italiano.
Bisogna puntare sull’opinione pubblica al di fuori degli schemi di partito e dei riferimenti politici. Non bisogna continuare a considerare la lotta politica basata esclusivamente sugli schemi ottocenteschi dei partiti. Occorre considerare anche !’importanza che hanno le iniziative settoriali, le organizzazioni parallele, lo studio approfondito di queste nuove tecniche di indottrinamento e di condizionamento delle masse: ecco l’importanza del convegno, ecco l’importanza dei risultati ai quali mi sembra che esso indubbiamente sia pervenuto, se non altro per la messe di considerazioni e per l’abbondanza di documentazioni che esso ha messo a disposizione. Se un numero crescente
. di italiani sarà indotto a riguardare il comunismo, non secondo lo schema ormai non più valido e sorpassato di un partito che conquista o cerca di conquistare il potere attraverso il ricorso alle elezioni e lo sfruttamento, più o meno estremista, più o meno provocatorio delle sue organizzazioni sindacali, ma sarà indotto a riguardare il comunismo in Italia, come un male che contrasta la nostra civiltà di italiani, di europei, di occidentali; se sarà indotto a riguardare alle tecniche comuniste freddamente elaborate per la conquista del potere in un Paese moderno, in una situazione storico-politica completamente diversa da quelle che ci hanno precedute, noi avremo compiuto un’opera utilissima. Spetterà poi ad altri organi, in senso militare, in senso politico generale, trarre da tutto questo le conseguenze concrete, e far s1 che alla scoperta della guerra sovversiva e dalla g. r. segua l’elaborazione completa della tattica contro-rivoluzionaria e della difesa.

Strategia della tensione: la controrivoluzione vista da un “ex” SS

 

Cinquantenario di Piazza Fontana.Continua la pubblicazione di materiali per non farci rubare la memoria. Vi proponiamo l’intervento di Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, al convegno del maggio 1965 sulla Guerra Rivoluzionaria. E’ molto utile per avere un’idea del brodo di coltura nel quale si è sviluppata l’ultradestra italiana.

Ipotesi per una contro rivoluzione

Comunicazione del professore PIO FILIPPANI RONCONI

Considero acquisiti gli elementi spirituali e finalistici enunciati ieri dal dottor Beltrametti, specialmente per quanto riguarda il tipo di uomo sul quale si fonderà la nostra ipotetica « controrivoluzione », che è il tipo di uomo sul quale si basa la nostra concezione occidentale di civiltà. Gli uomini sui quali possiamo contare presentano, effettivamente, dei limiti morali invalicabili che difficilmente permetteranno loro di agire con quella indifferente spietatezza dei nostri avversari, specialmente contro innocenti. Il comunista, in questo campo, sperimenta una forza alla più parte di noi ignota, semplicemente perché egli è W). vero e proprio «medium» che si apre a forze prepersonali, chtoniche, non troppo dissimili – di là dallo schermo della dialettica marxista – all’«orenda» e al «mana» dei popoli primitivi, resti degenerati e sopravvissuti ai giorni nostri di antichi cicli culturali. Il comunista è, quindi, costituzionalmente un uomo «collettivo », un uomo che poggia su forze a lui esterne, che si esprimono in «fatti» da lui ritenuti veri non in quanto «atti », ma perché proiettati nella materialità percepibile, unico suo criterio di verità. Il nostro uomo è invece un essere che tende verso l’autocoscienza, ad evocare, quindi, le sue forze morali e la sua enérgeia da una « fantasia etica» non dipendente necessariamente da una formulazione astratta e tanto meno da quello che comunemente si denomina « ideolog_ », concatenazione rigida e pietrificata di pensieri già pensati per tutti. Per un uomo siffatto plasmaticamente pieno di forze e di debolezze, di idee e di dubbi innati, non possiamo postulare un’organizzazione rigida, unitaria, indeformabile, come potrebbe essere una di genere marxista, basata sull’uomo-robot animato da forze collettive.

Nella mia breve e schematica esposizione considero anche acquisiti gli elementi tattici – apparentemente spregiudicati, ma basati sul buon senso e sul risparmio di perdite di uomini preziosi e di inutili sofferenze alla collettività – suggeriti dal dr. Pisanò nella sua conversazione di ieri sera. Considero specialmente molto positivo ,il principio, implicito nèlla sua esposizione, secondo il quale, lasciando intatto il principio della libera iniziativa durante l’azione, sia necessario subordinare questa a un’accurata preparazione a livello più che tecnico, scientifico. Preparando, quindi, l’azione con estrema freddezza e ponderazione, si potrebbe tanto più riversare in essa quella fantasia e quella inventiva, che fra l’altro distingue l’uomo libero dall’attivista fanatizzato comunista.

Lo studio dei metodi della guerra eterodossa ci deve evidentemente indurre a elaborare un piano di difesa e contrattacco rispetto alle forze della sovversione che, se al livello clandestino sono già perfettamente organizzate e pronte alla soluzione totale del problema del potere, al livello palese ed ufficiale si sono già impadronite di buona parte dei centri di governo del nostro Paese (Amministrazione statale, parastatale, stampa, radio-televisione, agenzie d’informazione, università, ecc.). Perdurando le condizioni attuali, è facile intuire che lo stato « borghese» può trovarsi da un momento all’altro di fronte alla sua crisi finale.

L’errore fondamentale compiuto dalle cosiddette controrivoluzioni, dal tempo della rivoluzione russa al giorno d’oggi, consiste nell’avere costantemente schierato su una sola linea ideale e pratica – quindi individuabile – e, in base a un criterio omogeneo, tutte le forze disponibili, attribuendo implicitamente eguali compiti e quindi eguali rischi a uomini atti, invece, a impieghi totalmente diversi: in caso di sconfitta, parziale o totale, si è avuta di conseguenza la distruzione totale delle forze impegnate senza possibilità di ripresa. In ogni caso durante l’azione, gli uomini meno qualificati hanno notevolmente intralciato l’opera di coloro che avrebbero dovuto eseguire compiti ad un livello tecnico più specializzato.

Ora, la relativa tranquillità di cui provvisoriamente disponiamo nel momento presente dovrebbe indurci a preparare, sin d’ora; uno schieramento differenziato, su scala nazionale ed europea, delle forze disponibili per la difesa e per l’offesa.

Questo schieramento differenziato obbedisce al criterio di fare agire su tre piani complementari, ma tatticamente «impermeabili» l’uno rispetto all’altro, le tre categorie di persone sulle quali si può in diversa misura contare, assegnando ad ogni categoria compiti commisurati alle sue reali possibilità, ottenendo il migliore rendimento nell’azione dei singoli piani o categorie, e inducendo queste ultime ad organizzarsi da sé, secondo le proprie esigenze.

Schematicamente si tratta di ciò:

a) su un piano più elementare disponiamo di individui i quali, seppure bene orientati e ben disposti nei riguardi di un’ipotetica controrivoluzione, sono capaci di compiere un’azione puramente “passiva”, che non li impegni in modo da affrontare immediatamente situazioni rischiose. Fra costoro, che formano la massa dei funzionari, professionisti , docenti, piaccoli industriali, commercianti, eccetera, dovrà crearsi una seria e coerente “intesa” articolata secondo classi professionali e di interessi, la quale funzioni in modo tale per cui ogni suo membro, nel proprio campo, si limiti a troncare e molestare le iniziative provenienti dal campo opposto aiutando contemporaneamente i propri membri nei loro settori particolari e giovandosi, necessariamente, di un ufficio centrale d’informazioni e di uno schedario, che si andrà lentamente formando. Questa prima, rudimentale rete, oltre a significare un vantaggio pratico per i suoi aderenti, potrà servire per una prima «conta» delle persone delle quali si potrà disporre nei diversi settori della vita attiva nazionale, le quali, alla loro volta, formeranno lo «schermo di sicurezza» per gli appartenenti ai due livelli successivi;

b) il secondo livello potrà essere costituito da quelle altre persone naturalmente inclini o adatte a compiti che impegnino «azioni di pressione», come manifestazioni sul piano ufficiale, nell’ambito della legalità, anzi, in difesa dello stato e della legge conculcati dagli avversari. Queste persone che, suppongo, potrebbero provenire da Associazioni di Arma, nazionalistiche, irredentistiche, ginnastiche, di militari in congedo, ecc…, dovrebbero essere pronte ad affiancare, come difesa civile (qualcosa come i «Somatèn» catalani durante la guerra sindacale del 1913-23 in Ispagna), le forze dell’ordine (esercito, carabinieri, pubblica sicurezza, ecc…) nel caso che fossero costrette ad intervenire per stroncare una rivolta di piazza. In questo quadro sarebbe opportuno intrattenere relazioni ed accordi a tutti i livelli, tramite le associazioni di Arma.

c) A un terzo livello, molto più qualificato e professionalmente specializzato, dovrebbero costituirsi – in pieno anonimato sin d’adesso – nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di controterrore e di «rotture» eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l’un l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo, potrebbero essere composti in parte da quei giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie, il loro tempo e, peggio ancora, il loro anonimato, in nobili imprese dimostrative, che non riescono a scuotere l’indifferenza della massa di fronte al deteriorarsi della situazione nazionale. Sulla costituzione e sulla formazione di questo « terzo livello» credo che si potrebbe utilmente discutere;

d) di là da questi livelli dovrebbe costituirsi con funzioni « verticali » un Consiglio che coordini le attività in funzione di una guerra totale contro l’apparato sovversivo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l’incubo che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale sviluppo.

Per sapere qualcosa in più

 

(ROMA)- ‘LA FIAMMA E LA CELTICA’, IL NEOFASCISMO ITALIANO DA SALO’ A CASAPOUND:
Da Nicola Rao la Cronaca di 60 anni di Destra e di un funerale che conta

Tutto parte dal funerale di Peppe Dimitri, il ‘guerriero senza sonno’. E’ il 30 marzo 2006: per le strade dell’Eur un’auto investe, uccidendolo, un uomo a bordo di uno scooter. Dimitri – classe 1956, ex militante di Avanguardia Nazionale poi ‘padre’ di Terza posizione, infine iscritto ad An e consigliere di Gianni Alemanno – è un’icona del neofascismo italiano.

Le sue esequie, due giorni dopo, radunano sul sagrato di una chiesa – quella di Santa Maria della Consolazione in Roma, a due passi dal Campidoglio – una folla enorme di ‘gente di destra’: dai ministri e parlamentari ai militanti delle sezioni insieme a ultrà da stadio. Si va da Stefano Delle Chiaie a Pio Filippani Ronconi. E ancora: Giano Accame insieme al giovane leader dei centri sociali di destra, Gianluca Iannone.

“E’ stata visivamente e fisicamente la pagina conclusiva di un’epoca, il saluto che un mondo dava a se stesso”, spiega Nicola Rao, autore per i tipi di Sperling&Kupfer di ‘La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salo’ ai centri sociali di destra’ (pp. 410, euro 12). “Quel funerale -rimarca il giornalista del Tg2 – è un evento importante non solo numericamente ma per il peso politico che riveste: assommare e unire per una volta, in uno ‘spazio nero’, sei generazioni diverse di persone che in un modo o nell’altro si richiamano al fascismo”. Scrive perciò Rao: “Il funerale a cui il ‘Secolo d’Italia’ accenna timidamente” è in realtà “un evento storico. Probabilmente il rito più importante del neofascismo italiano. Mai prima d’ora si era assistito a qualcosa di simile e quasi certamente mai vi si assisterà più”. Attorno a una bara i camerati di quell’uomo dal passato duro, costato dieci anni di galera, salutano ‘romanamente’ quello che per molti uomini della fiamma è il simbolo di un’idea e di una scommessa: mantenere in vita il fascismo dopo la fine delle aquile littorie.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Pio_Filippani_Ronconi

Questioni di specie

GIOVEDÌ 28 FEBBRAIO ALLE ORE 21:00 PRESSO IL

CIRCOLO ANARCHICO “PONTE DELLA GHISOLFA”

VIALE MONZA 255 – MM1 PRECOTTO – TRAM 7

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

QUESTIONI DI SPECIE

DI MASSIMO FILIPPI

(ed. Eleuthera)

Scheda: https://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=437

Questo libro non è, e non vuole essere, un altro manifesto antispecista ma, più modestamente, un contributo per porre le basi di un pensiero politico radicale in grado di mettersi all’ascolto di ciò che l’immenso dolore animale ha da dirci.

Sarà presente l’autore.