Neurocapitalismo – c’è una lotta da sostenere nel cyberspazio-tempo

Video della presentazione del libro di Giorgio Griziotti “Neurocapitalismo – mediazioni tecnologiche e vie di fuga” 4 maggio 2016

Video presentazione di "Neurocapitalismo" di Giorgio Griziotti @ circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa 04-05-2016

Evento

Serantini, un omicidio di stato

foto Franco Serantini

Franco Serantini

Il 7 maggio del 1972, alle ore 9:45 moriva nel pronto soccorso del carcere di Pisa, Franco Serantini.
Anarchico, poco più che ventenne, era stato arrestato durante una manifestazione antifascista, brutalmente caricata dalla polizia.

Ma chi era Franco Serantini?

Nato a Cagliari il 16 luglio del 1951, viene abbandonato dai genitori naturali e vive nel brefotrofio della città fino all’età di due anni.
Viene quindi adottato da una famiglia senza figli. La madre adottiva muore e fino ai 9 anni vive con i nonni adottivi. Poi viene nuovamente trasferito all’istituto di Cagliari dove rimane fino al 1968. Successivamente viene prima trasferito all’istituto per l’osservazione dei minori, poi, senza alcuna ragione, al riformatorio di Pisa “Pietro Thouar” in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in istituto). A Pisa consegue la licenza media e frequenta la scuola di contabilità aziendale. Adolescente, incomincia a frequentare gli ambienti della sinistra pisana, in quegli anni particolarmente attiva. Prima i giovani socialisti e comunisti, poi Lotta Continua. All’inizio del 1971 approda al gruppo Anarchico “G. Pinelli”.

Partecipa alle iniziative per la scarcerazione di Valpreda, per la verità su Piazza Fontana, le mobilitazioni antifasciste, il mercato popolare autogestito.

Nel 1972 viene trovato, da parte del partigiano Anarchico Renzo Vanni il bando della Repubblica Sociale Italiana, firmato dall’allora segretario del MSI Giorgio Almirante, editto durante la guerra, in cui si ordinava la fucilazione dei renitenti alla leva e che comprovava la diretta discendenza del MSI dal regime fascista e la compromissione dei suoi dirigenti con questo infame regime.
È in questo clima che nasce la manifestazione del 5 maggio 1972 a Pisa indetta da Lotta Continua per protestare contro un comizio del missino Niccolai. La manifestazione viene duramente caricata dalla polizia. Sul Lungarno Gambacorti viene pestato a sangue Franco Serantini da uomini del 2° e 3° plotone della terza compagnia del 1° raggruppamento celere di Roma.
Viene colpito da calci e colpi col calcio del fucile. Il sopraggiungere di un altro drappello di poliziotti e l’intervento del commissario di P.S. Giuseppe Pironomonte, che lo sottrae con l’arresto al linciaggio, interrompono la mattanza.

Durante gli interrogatori Serantini mostra evidenti segni di confusione mentale e di malessere, dice al magistrato che lo interroga di soffrire di una forte emicrania, ma nessuno si preoccupa e pensa di sottoporlo ad una visita medica. La mattina del 7 le sue condizioni si aggravano e viene portato al pronto soccorso. Troppo tardi. Alle 9:45 Serantini muore.

L’autopsia evidenzia un grave trauma cranico e numerose lesioni interne dovute ai colpi inferti durante il pestaggio sul Lungarno.

Si tenta di insabbiare questo delitto di stato, ma la manovra fallisce. Il 9 maggio 1972 si svolgono i funerali di Franco Serantini, migliaia di anarchici, militanti di Lotta Continua e degli altri gruppi extraparlamentari, sindacalisti e cittadini di Pisa partecipano al corteo funebre.

Le indagini sull’accaduto, come al solito, portarono al nulla di fatto. Tentativi di rimuovere i magistrati scomodi, depistaggi, muri di omertà, caratterizzarono l’inchiesta, come d’altronde tutte quelli sugli altri omicidi di stato degli anni 70, stragi comprese. Alla fine furono condannati due ufficiali di P.S. per falsa testimonianza, a 6 mesi con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, condanna poi cambiata successivamente in assoluzione nel 1977.

Il dottor Mammoli, imputato e poi prosciolto per l’accusa di omissione di soccorso, fu ferito nel marzo dello stesso anno da un commando di Azione Rivoluzionaria, organizzazione armata di area anarchica.

Le parole che seguono sono tratte da “Il sovversivo” -vita e morte dell’anarchico Serantini- di Corrado Stajano.

“In prossimità del processo Valpreda, le nostre posizioni sono chiare: responsabili della strage di stato e dell’omicidio di Pinelli non solo solo i fascisti e qualche funzionario di polizia. Il vero e principale responsabile che si è servito della mano criminale dei fascisti è lo Stato. Non esiste lo stato reazionario che ha fatto la strage e lo stato progressista che cerca la verità. Tutte le forze che gestiscono l’apparato statale, o cercando di conservarlo come adeso è, o cercando di razionalizzarlo, sono più o meno direttamente implicate nella responsabilità della strage” (Da un volantino scritto da Franco Serantini)

 

A domanda risponde: “Dicono che abbia lanciato contro la polizia pietre e altro materiale incendiario, ma per la verità non riesco a ricordare”.
Chiesto all’imputato per quale ragione si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti, risponde: “ci andai perchè ci si crede”.
A.D.R. Chiesto all’imputato in che cosa crede risponde: “Sono anarchico”.
A.D.R. “Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora attualmente”.
A.D.R. “Non credo di avere insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato “porco”, ma non credo di averlo fatto, perchè non è la mia frase abituale”.
A.D.R. Non credo di avere avuto tra le mani ieri sera pietre o bottiglie incendiarie; anche perchè persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarle”.
A.D.R. “Quando mi recai alla manifestazione ieri sera non ero d’accordo con nessuno; ci andai come cane sciolto”.
( Dall’interrogatorio a Franco Serantini )

 

Testimonianza di Moreno Papini, Lungarno Gamabcorti 12: “…Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del comune, mentre la gente scappava per via Mazzini. Le camionette sono arrivate e si sono fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno. Nello stesso momento stavano arrivando alcuni celerini a piedi. Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano agguantandone uno.

Proprio vicino al marciapiede, esattamente sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili.

Ad un tratto alcuni celerini sono scesi dalle camionette davanti, e sono intrevenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: “Basta, lo ammazzate!” È successo un po’ di tafferuglio fra i due gruppi di PS. Poi uno che sembrava un graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su. Solo in quel momento l’ho potuto vedere in faccia, perchè teneva la testa ciondoloni sulla schiena. Aveva i capelli neri, gonfi e ricciuti e aveva la carnagione scura. Lo hanno poi trascinato verso le camionette mentre il graduato gli dava qualche schiaffetto per rianimarlo”.

 

Alle dieci, in città non c’è più un solo bar aperto. Circola la voce che ci sarebbe un morto. In una caserma della polizia si sente cantare fino a tardi.

foto corteo a Pisa per protestare contro l'assassinio di Franco Serantini

corteo a Pisa per protestare contro l’assassinio di Franco Serantini

Brigata Ebraica, un po’ di chiarezza.

foto spezzone "brigata ebraica" al corteo del 25 aprile a Milano

spezzone “brigata ebraica” al corteo del 25 aprile a Milano

E’ da molti anni ormai che il corteo del 25 aprile si trova al centro di una polemica che ha per oggetto la partecipazione della Brigata Ebraica alla commemorazione della liberazione.
Le reciproche accuse tra i contestatori e i sostenitori della Brigata Ebraica di intolleranza, fascismo, violenza, sionismo, antisemitismo, razzismo ecc. non hanno contribuito certo a chiarire quale sia il vero nodo della questione. I media hanno dato come sempre un’immagine spettacolare e distorta degli avvenimenti: contestatori intolleranti contro i difensori della libertà di parola.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
E per fare chiarezza bisogna mettere da parte la questione palestinese ed è anche necessaria una premessa che apparentemente non ha alcuna connessione col tema che stiamo trattando, ma che in realtà fornisce una corretta chiave di lettura dei fatti e aiuta a costruirsi una opinione libera da preconcetti.
Bisogna tornare indietro nel tempo, fino all’inverno del 1944, quando il generale inglese Alexander,

foto Generale Harold Alexander

Generale Harold Alexander

comandante delle truppe angloamericane operanti sul fronte italiano contro i nazifascisti lancia ai partigiani un appello via radio attraverso l’emittente “Italia combatte”. Un appello che passerà alla storia. Eccone il testo.

«Patrioti! La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
3. attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia Combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
8. il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.»

Da notare che Alexander non sta dando consigli ai partigiani, sta dando loro degli ordini, li considera al suo servizio.
Anche se con toni “britannici” dice di sospendere le operazioni. I partigiani trovarono il modo di disattendere quegli ordini, ma l’inverno del 1944 fu comunque durissimo: i nazifascisti avevano anch’essi ascoltato l’appello alla radio e, sicuri che gli angloamericani avrebbero sospeso l’offensiva, rastrellarono a fondo le zone controllate dai partigiani che pur subendo gravi danni non crollarono. L’inverno passò e arrivò anche la primavera del 1945, l’insurrezione del 25 aprile e la liberazione.
Ma le cose sarebbero andate molto diversamente se i partigiani si fossero attenuti alle disposizioni di Alexander: i nazifascisti avrebbero lo stesso perso la guerra, ma il contributo dei partigiani alla vittoria sarebbe stato marginale e quindi le aspirazioni che la resistenza aveva espresso (rinnovamento sociale, maggiore giustizia ed equità, per qualcuno anche una rivoluzione) sarebbero state accantonate per tornare allo status quo prefascista.

Ma cosa c’entra questo contrasto partigiani-angloamericani con la Brigata Ebraica?
C’entra, perchè la Brigata Ebraica non era, come qualcuno lascia credere, una formazione partigiana composta da combattenti di religione ebraica, ma una formazione militare appartenente all’esercito britannico, agli ordini, quindi, di quel Generale Alexander che voleva imbrigliare i partigiani. Nulla a che fare con la Resistenza, quindi.
La Brigata Ebraica nacque nel 1944 e fu composta principalmente da ebrei che abitavano i territori che sarebbero diventati Israele. Al comando della Brigata fu posto il Generale canadese Benjamin.
Fu successivamente inviata in Italia (Emilia-Romagna) dove iniziò a combattere il 3 marzo 1945 per cessare i combattimenti il 25 aprile dello stesso anno. Le perdite furono di 30 morti su circa 5000 effettivi.

Proprio per il contrasto di cui abbiamo appena parlato, accomunare i partigiani e le truppe anglo-americane nelle ricorrenze del 25 aprile è una forzatura storica e politica, anzi qualcosa che si avvicina moltissimo alla riscrittura della storia funzionale a cancellare ogni memoria di ribellione popolare.
Sarebbe quindi auspicabile, che queste speculazioni cessassero e la verità ristabilita, ma molto probabilmente il 25 aprile 2017 ricominceranno le polemiche ad uso dei pennivendoli.

Sta a noi ricordare.

foto partigiani a Montefiorito

partigiani a Montefiorito

Just singing in the rain….

Just singing in the rain….
Cosa dire di oggi.
Oggi i depositari del diritto al lavoro han capitolato.
Spaventati da questa massa di giovani festaioli potenzialmente sovversivi, han deciso di occupare altri lidi, non sia mai che lo scontro arrivi a studio aperto.
Di nuovo la fanno franca quei birboni che della Mayday non avevano capito un cazzo, quei poveretti che l’unica risposta che hanno e vogliono rispetto a questo stato di cose rimane la loro arte e la loro capacità di rendere una festa veramente una festa.
Quanti fra questi sono reali lavoratori o semplici perdigiorno non ci è dato saperlo.