Nella guerra come vita quotidiana

Nella guerra come vita quotidiana

Se il governo di Erdogan alza la voce contro lo sterminio dei Palestinesi diventa meno tiranno? Si attenua la gravità della feroce repressione in Turchia e della guerra contro i kurdi e nel Rojava e si affievolisce il grido che lo condanna da quando, trent’anni fa, era solo il sindaco di Istanbul? A molti dei nostri lettori, per fortuna, questa sembrerà una domanda retorica. Eppure la logica che vuole abbondanti dosi di condiscendenza verso il nemico del mio nemico, quello “principale”, è sempre stata molto presente tra i militanti – o, se preferite, gli attivisti – e i giornalisti di sinistra, come anche nei movimenti. Accade in modo particolare, come rileva qui Raúl Zibechi, quando le guerre diventano come ora l’aspetto dominante della vita quotidiana. E poi quando si resta prigionieri del tatticismo, della geopolitica e delle dispute tra imperi e Stati-nazione. Zibechi, che vive in Sudamerica, segnala ancora una volta come l’esperienza di molti popoli indigeni dell’América Latina sia un utile punto di riferimento – non un modello – per resistere alla tentazione di sospendere la critica verso l’estrattivismo o il saccheggio che devasta i territori, propri o altrui, quando portano la firma del Brasile, della Cina, del Sudafrica o di altri Paesi con le economie che crescono rapidamente diventando competitor o pericolosi avversari dell’imperialismo peggiore perché più potente, quello a stelle e strisce. Dal primo gennaio, peraltro, sono entrati nel raggruppamento dei “Brics” nuovi membri, tra i quali spiccano Arabia Saudita, Iran, Egitto. I gruppi di resistenza di cui scrive Raúl non hanno mai creduto che l’emergere di nuove potenze mondiali potesse migliorare la loro situazione concreta. Per quelle resistenze non ci sono alternative: o impareranno a difendersi da sé, come tra mille problemi e non senza sbagliare fanno da trent’anni per esempio gli zapatisti, oppure soccomberanno agli interessi “nazionali” delle nuove élite legate alle cosiddette potenze emergenti.

 

Quando le guerre diventano l’aspetto dominante nella vita quotidiana, quando radono al suolo la stabilità dei corpi e delle vite, i movimenti di emancipazione sono costretti ad adottare una politica concreta. Altrimenti corrono il rischio di cessare di esistere come tali, cioè come organizzazioni che lottano per la liberazione del loro popolo e per un mondo nuovo.

Se i movimenti e i popoli organizzati non adottano una politica concreta nei confronti della guerra, dipenderanno dalle forze armate dello Stato-nazione per la loro difesa. Non avranno la minima indipendenza per prendere le proprie decisioni nei loro territori e non ci sarà altra via che sottomettersi a ciò che le forze armate decideranno.

Purtroppo questo è ciò che sta accadendo con alcuni movimenti, anche tra i più potenti del Sud America: restano nella logica statalista e non hanno alcun interesse ad uscirne. Alcuni di essi si sono conformati alla geopolitica e si limitano a considerare imperialisti solo gli Stati Uniti e i paesi occidentali, come per esempio Inghilterra e Francia.

Con la stessa logica, diventano sostenitori dei paesi in conflitto con gli Stati Uniti, come la Cina, la Russia o l’Iran, senza tenere conto del fatto che quegli Stati opprimono i loro e anche altri popoli, come nel caso della Russia in Ucraina. Arrivano addirittura a sostenere il governo turco, nonostante le continue violazioni dei diritti delle persone e dei diritti umani.

Ma ci sono altri movimenti, e penso che siano la maggioranza, che non sono allineati con i loro Stati, né sono affiliati a una logica geopolitica, né vedono la salvezza nella Cina o nella Russia. Tuttavia non si sono dati il tempo per riflettere sulla guerra né valutano l’importanza che essa avrà nel futuro. Con questo secondo gruppo è necessario confrontarsi, spiegare che le guerre saranno il pane quotidiano dei prossimi anni, sia nella loro versione inter-statale che nella variante “guerra alla droga”. Entrambe promuovono il militarismo e le più diverse forme di violenza.

Negli ultimi anni le discussioni nella parte organizzata dei nostri popoli si sono concentrate su questioni molto concrete e della quotidianità, ma non è stato possibile aprirle a questioni più globali, con poche eccezioni. C’è una chiara tensione anti-repressiva e a volte anti-statale, ma essa esiste più come riflesso che come conseguenza di una visione ampia.

C’è infine un terzo settore che ha intrapreso l’autodifesa collettiva contro l’estrattivismo e ha già esperienza nella formazione di guardie indigene, nere e contadine, soprattutto in Sud America. Dotarsi di guardie di autodifesa è un passo decisivo perché significa prendere le distanze dallo Stato-nazione e dalle sue forze armate e di polizia per proteggere i propri spazi e la vita in comune.

Non è un caso che questo terzo settore abbia intrapreso la strada dell’autonomia e non si lasci più coinvolgere dalle dispute elettorali.

L’esperienza zapatista è senza dubbio rilevante, non solo per la capacità di difendere i suoi territori ma anche per la costruzione in essi di un mondo diverso da quello del capitalismo.

I popoli mapuche, nasa, misak e decine di popoli amazzonici stanno andando nella stessa direzione. Hanno i loro programmi, lontani da quelli dello Stato e dei partiti, quasi sempre legati al recupero e alla difesa dei loro territori e dei loro modi di vita. Questi gruppi forse non hanno discusso delle guerre in corso e di quelle future, ma hanno una lunga esperienza nella resistenza alla guerra di conquista durata cinque secoli, cosa che li colloca in una posizione speciale.

Da quanto detto, appare chiaro che i popoli indigeni dell’America Latina stanno percorrendo un cammino di autodifesa che altri movimenti e organizzazioni seguono e seguiranno. La loro esperienza a lungo termine è vitale, come possiamo vedere ogni giorno nel sud del nostro continente, dove tutte le resistenze all’industria mineraria e all’estrattivismo si riferiscono – quasi inesorabilmente – alle resistenze indigene.

Questi gruppi di resistenza non hanno mai creduto che l’emergere di nuove potenze mondiali potesse migliorare la loro situazione concreta. Di più: hanno sperimentato come l’ascesa del dominio britannico e il contemporaneo declino dell’impero spagnolo non solo non abbiano migliorato la loro situazione, ma l’abbiano addirittura peggiorata. Qualcosa di simile accadde con la Guerra dell’Araucanía in Cile e la Conquista del Deserto in Argentina, iniziate quasi contemporaneamente tra gli anni Sessanta e Ottanta dell’Ottocento, che hanno dato inizio alla lunga espropriazione nei confronti dei popoli che abitavano quei terrori prima della formazione degli Stati post-coloniali.

Per questo quelle resistenze sanno che non esistono scorciatoie: o si difendono oppure soccomberanno per mano delle nuove élite legate alle cosiddette potenze emergenti.

 

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

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