La Memoria: intervista ad Enrico Di Cola

Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Questa volta parliamo di Enrico Di Cola, anarchico romano, compagno e amico di Valpreda, ma in relazione anche con altri compagni a partire da Pinelli.

La Memoria: intervista ad Enrico Di Cola
Quest’anno per ricordare la Strage di Piazza Fontana e tutti i fatti ad essa collegati ho intervistato Enrico Di Cola. Lo ringrazio per il tempo e la pazienza dedicata a rispondere alle mie domande.

1. cosa ti ha spinto a mobilitarti? e come mai hai scelto la militanza anarchica?
La mia contestazione politica è preceduta da diversi anni di ribellismo contro l’oscurantismo che permeava la società in quegli anni. Ho iniziato combattendo e contestando il giogo che ci imponeva la religione, la staticità dei valori della famiglia tradizionale, contro l’autoritarismo e l’insegnamento anacronistico della scuola. La mia è la generazione dei “figli dei fiori”, degli Hippies, dei Provos, dell’antimilitarismo, dell’odio per le armi e tutte le guerre…
Per i più giovani è forse difficile capire fino in fondo la cappa che copriva tutti gli aspetti della vita e della società di quegli anni. Portare i capelli leggermente più lunghi della norma voleva dire rischiare di essere derisi, insultati e perfino essere picchiati per strada. Stessa cosa con le camicie a fiori o le collanine colorate. Se non si andava in chiesa si veniva messi all’indice dalla comunità del proprio quartiere, a scuola vigeva un ordine quasi militare e non si poteva mettere in discussione nulla di ciò che veniva detto dai professori. Per non parlare della rigida separazione dei sessi nelle scuole.
Il mio impatto con la scuola fu subito – fin dalle scuole elementari – a dir poco catastrofico. Nei miei primissimi anni scolari – pochi lo ricordano – ma era ancora consentito ai maestri di punire corporalmente gli alunni: inginocchiati per ore, staffilate con le bacchette sulle palme e il dorso delle mani, tirate di orecchie e altri mille modi per piegarti o umiliarti. Non è quindi un caso che iniziai intorno ai 13 o 14 anni a ribellarmi contro tutto questo. Dai piccoli sabotaggi (incatenamento dei cancelli, colle nelle toppe delle chiavi…) ai primi scioperi per i cessi puliti (uso la parola che meglio descrive le condizione dei bagni), contro il sequestro del cibo se si parlava durante l’ora della ricreazione (si doveva restare seduti e mangiare in silenzio).
La mia presa di coscienza politica inizia nel 66/67 quando il mio miglior amico e compagno di scuola (figlio di un operaio edile, comunista, e lui stesso simpatizzante ), mi chiede di accompagnarlo ad una manifestazione per il Vietnam. Sono con lui quasi alla testa del corteo quando la celere, senza provocazioni o alcun preavviso, carica il troncone in cui mi trovavo, con una tale violenza cieca che mi lascerà per sempre segnato. Inizio a leggere libri e giornali per capire.
Poi arriva il vento del ’68 e mi trovo subito politicamente coinvolto e partecipe di quell’ondata di rivolte e lotte, di quella rottura delle catene della società capitalista contro cui, prima, mi ero battuto a livello individuale. E’ così che scopro di non essere solo.
Perchè scelsi subito gli anarchici? Perchè il ‘68 fu essenzialmente liberatorio e libertario come movimento e perchè mi era capitato di leggere tra quei miei primi libri politici anche gli scritti di Bakunin, e per la prima volta avevo trovato qualcuno che spiegava le stesse cose che io – fino a quel momento – avevo solo rozzamente pensato.

2. il tuo ingresso e il tuo vissuto nel Circolo 22 marzo
Verso i primi mesi del ’69 viene aperto il Circolo anarchico “M. Bakunin”. E’ il primo circolo a nascere a Roma, prima di questo non vi era nessun punto di aggregazione per gli anarchici. Io, con diversi altri compagni di scuola, fin dal ’68 avevamo formato un gruppo, una comunità di compagni anarchici, che era sempre stata alla testa dei picchettaggi sia della nostra scuola che di quelle della nostra zona (EUR), eravamo stati tra i primi istituti tecnici a occupare, avevamo lavorato con un’inchiesta sulla provenienza sociale dei ragazzi che frequentavano la scuola e sul problema della dequalificazione professionale…Eravamo il gruppo più grande e influente della scuola e non c’era sciopero o azione che non fosse concordata con noi
Eravamo un gruppo di compagni di scuola ed amici ma non eravamo un gruppo organizzato nel senso tradizionale della parola. Quando aprì le sue porte il “Bakunin” , inevitabilmente fummo contenti ed attratti dalla prospettiva di incontrare altre realtà anarchiche della nostra città. Alcuni di questi miei compagni di scuola – che poi parteciperanno alla nascita del circolo 22 marzo – hanno nomi sicuramente più noti del mio: Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Angelino Fascetti, Amerigo Mattozzi…solo per citarne alcuni.
Al “Bakunin” poi incontriamo Valpreda, Roberto Mander (che poi rimase al “Bakunin”), Ivo Della Savia, Claudio, Bianca, Giovanna, Mino, Gigi, Giovanni Ferraro, Roberto “Cristus”, Umberto Macoratti e altri ancora che poi ci seguiranno nella costruzione del nuovo circolo. Ma trovammo anche due personaggi infiltrati tristemente famosi: il fascista Mario Merlino ed il poliziotto Andrea Ippolito.
All’inizio di settembre, al ritorno dalle vacanze estive, inizio a frequentare più assiduamente il Bakunin dove conosco Valpreda con cui nasce fin da subito una buona intesa a livello politico ed umano. Il 25 settembre, assieme a Pietro e Leonardo Claps (un compagno di Milano) decidiamo di fare uno sciopero della fame davanti al Palazzaccio per chiedere la liberazione dei compagni ingiustamente incarcerati per le bombe del 25 aprile e quelle sui treni di agosto. Fu durante quegli otto giorni di sofferenza e vita condivisa che si creò una forte solidarietà ed amicizia con molti compagni che ci frequentavano e sostenevano in quella nostra protesta. Da quel momento mi è difficile parlare di me al singolare, perché mi sentivo già parte di un gruppo e ogni mia azione era basata sulla condivisione.
Partecipiamo assieme a varie manifestazioni, facciamo quella che noi chiamavamo una “azione esemplare” (e che secondo i giudici può essere solo un atto di terrorismo) assieme a delle famiglie di sfrattati costruimmo, di notte, un muretto davanti alla porta dell’immobiliare che li aveva sfrattati e riempimmo le scale di scritte. Con Valpreda, Claps e Gargamelli mi recai a Milano (si viaggiava solo in autostop) per portare la nostra solidarietà al compagno Michele Camiolo che era in sciopero della fame da quasi un mese, sempre per chiedere la liberazione dei compagni arrestati. Con Valpreda, Bagnoli e Mucky andammo a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ai compagni Angelo Casile e Gianni Aricò che dovevano essere processati. Di lì ci recammo a Pisa subito dopo assassinio dello studente Cesare Pardini, e allacciammo rapporti con un gruppo che si chiamava Il Potere Operaio.
Da Pisa con Valpreda e Bagnoli ci rechiamo al convegno della FAI-FAGI a Carrara e quindi a quello dei GIA ad Empoli… Ci incontriamo, fraternizziamo, discutiamo e prendiamo contatti con centinaia di compagni “di strada” con cui vogliamo portare avanti il nostro percorso politico e di lotta. In questo periodo intenso finisco anche in galera per la prima volta: si tratta della famosa rissa a Trastevere, che in realtà altro non fu che un’aggressione organizzata contro di noi, in cui una ventina di fascistelli ci assalì di sorpresa davanti a dei poliziotti in borghese che intervennero solo dopo che gli aggressori si erano dileguati. Valpreda e Gargamelli stavano cercando di farmi rinvenire con l’acqua fresca di una fontanella (aggedito da tre-quatto teppistelli fui colpito da un calcio ai testicoli che mi fece svenire) quando i poliziotti decisero di intervenire… per arrestarci.

3. come cambiò la tua vita e quella degli altri del 22 marzo dopo la Strage di Piazza fontana?
Debbo dire che nessuno di noi è mai riuscito a realizzare i progetti di allora. Io, dopo due interminabili anni di latitanza in giro per l’Italia, riuscii a fuggire in Svezia dove ottenni l’asilo politico (credo di essere stato il primo e unico cittadino italiano ad ottenere tale status di rifugiato e il passaporto Nansen – rilasciato delle Nazioni Unite – in quanto apolide.). Lì in Svezia ho dovuto ricominciare tutto da capo. La polizia e la magistratura italiana impedirono a mia madre di inviarmi i certificati scolastici per cui dovetti prima imparare la lingua e poi tornare sui banchi di scuola svedesi e ricominciare da capo (elementari, medie, liceo…). A mia madre, vedova, venne persino negato il passaporto, per venirmi a trovare, finchè non compii i 21 anni (la maggiore età all’epoca) perché altrimenti avrebbe lasciato in Italia un minore (cioè io, che ero già all’estero)! Ho impiegato anni per tornare al punto di partenza!
Comunque non mi lamento, anzi mi sento fortunato perché almeno ho evitato – a differenza dei miei fratelli e compagni – l’orrore di passare tre anni in galera senza sapere se la nostra innocenza sarebbe mai stata riconosciuta.. Ho fatto tante cose e ho vissuto tante esperienze che mi hanno formato. Ma certamente non posso dire che ho fatto quello che desideravo, quello che sognavo di fare a 18 anni! E così è stato per tutti gli altri. Tutti abbiamo dovuto imparare a sopravvivere con quello che eravamo in grado di fare dopo quella lunga parentesi di galera o esilio forzato. Io ho dovuto aggiungere agli interminabili anni di esilio la rottura, da un giorno all’altro, di tutti i miei rapporti con la famiglia, con gli amici, con la ragazza… Per scherzare, ma poi non tanto, del dopo 12 dicembre io parlo come della mia seconda vita, di un’altra vita.

4. ci sono dei vissuti che andrebbero rivalutati, riscoperti. Penso a Pietro Valpreda. me lo descriveresti? chi era Pietro?
L’incontro con Pietro è stato per me determinante, da una parte fu una sorta di “amore” a prima vista, e dall’altra è stato un fratello maggiore, uno che mi ha mostrato con i fatti che ci sono scelte che si possono e devono fare, anche se a volte non sono quelle più semplici.
Per come l’ho conosciuto io, posso dire che Pietro era un compagno con un’ampia conoscenza delle idee e della storia anarchica oltre che un militante, un compagno che – sebbene più grande di noi (e a quei tempi la differenza di età aveva un grosso peso) – “viveva” all’interno dello stesso nostro contesto e della cultura del ’68. Questo faceva sì che ci si sentisse a proprio agio con lui, non ci si accorgeva affatto di quella differenza di età.
Pietro, come noi, credeva fosse importante provare, sul terreno pratico, assieme alla gente, le nostre teorie, le nostre idee. Uno spirito libero dunque, ma anche generoso e sempre pieno di idee e di vita. Quello che apprezzavo di lui, era anche la sua semplicità e capacità di interrogarsi e mettersi sempre in discussione. Quando una volta un compagno di un altro circolo lo accusò di voler fare “il leader” del nostro gruppo, lui non si arrabbiò per quelle dure parole ma piuttosto iniziò ad interrogarsi su quello che poteva esserci di vero in quelle parole e decise di fare subito due passi indietro, per lasciarci più liberi. Con Pietro, come del resto con quasi tutti i compagni a me più vicini nel gruppo, si poteva parlare di tutto: dalle questioni politiche, ai problemi personali, alle pene d’amore. Dividevamo in tutto e per tutto idee, sogni, cibo e politica. Il quadro su chi fosse Pietro fatto dalla stampa, dalla polizia, dalla magistratura è ovviamente di segno opposto e purtroppo è proprio questo quadro deformato quello che viene sempre riproposto. Quel senso di unione, fratellanza e solidarietà sono cose che oggi si vedono poco. Ecco io credo che da questo bisognerebbe ripartire.

5. hai mai conosciuto personalmente Giuseppe Pinelli e che idea ti sei fatto riguardo al suo assassinio?
Ho avuto la fortuna ed il piacere di incontrare Pino in diverse occasioni (a Milano e poi ad Empoli), anche se purtroppo per troppo poco tempo, per poter affermare di averlo conosciuto. In entrambe le occasioni sono stato testimone delle conversazioni e chiarimenti tra lui e Pietro Valpreda. Ad Empoli Pinelli si impegnò, tra le altre cose, ad inviarci con regolarità il bollettino della Crocenera anarchica.
Sulla sua morte penso semplicemente che finchè uno dei vigliacchi in divisa presenti in quella stanza non parlerà (per quanto prenderei comunque la cosa con le dovute cautele) non sapremo mai quello che è realmente accaduto. Vorrei ricordare i loro nomi: CALABRESI Luigi, LOGRANO Savino, PANESSA Vito Donato Antonio, CARACUTA Giuseppe Antonio, MAINARDI Carlo Mario, MUCILLI Pietro e il responsabile per grado di quella notte nella Questura di Milano ALLEGRA Antonino.
Comunque, a prescindere dal grado, per me tutti i presenti nella stanza e tutti i dirigenti responsabili quella notte in Questura sono parimenti responsabili della sua morte e quindi degli assassini. Poco importa chi abbia dato l’ordine e chi invece lo abbia eseguito.
Vorrei sottolineare che – lo andiamo ripetendo da 44 anni assieme a Lello Valitutti, unico testimone presente in Questura che non fosse un poliziotto o carabiniere – il Commissario Calabresi era in quella stanza.
Da molti mesi, fin da prima del 12 dicembre, il commissario Calabresi e gli altri funzionari dell’Ufficio politico sospettavano Pinelli (grazie alle confidenze al veleno della spia al soldo dell’Ufficio affari Riservati, “Anna Bolena” Enrico Rovelli) di essere in un qualche modo compromesso con alcuni attentati, in particolare le bombe sui treni dell’agosto del ’69 (quelle messe dai fascisti Freda e Ventura per intenderci) per le quali erano stati accusati alcuni compagni anarchici. La polizia gli era sempre dietro, li perseguitava di continuo a Pino e Pietro, tanto è vero che per questo motivo Valpreda decise di cambiare città. Pinelli, lavorando alle ferrovie ed avendo una famiglia sulle spalle non aveva altra opzione che continuare a svolgere il suo lavoro e la sua attività politica in quella città.
Io penso che Pinelli fosse la vittima sacrificale prescelta per la strage di Milano, mentre Valpreda doveva esserlo per le esplosioni avvenute a Roma. Quando Valpreda venne arrestato (su richiesta della Questura di Roma) e tradotto a Roma la scorta che lo accompagnava e gli agenti della polizia romana lo trattavano ancora in modo abbastanza rilassata. Solo dopo la morte di Pino ci fu la svolta e tutto venne dirottato su di lui. Oggi sappiamo che fu la spia Enrico Rovelli a indirizzare le indagini verso Pinelli e Valpreda.
La mia impressione è che l’affondo che lo Stato voleva portare contro di noi avesse in origine altri e più importanti obiettivi. Che si tentò di distruggere il movimento anarchico nel suo insieme e non solo noi.
Non mi posso dilungare sul perché di questa mia ipotesi perché ci ruberebbe troppo tempo, però permettimi di abbozzare a grandi linee su cosa si basa questa mia teoria. Siccome mi sembra altamente improbabile che per organizzare e preparare un attentato del genere -5 bombe che esplodono simultaneamente tra Roma e Milano, l’utilizzo di esplosivo e timer che solo mani esperte potevano confezionare e infine trovare le persone disposte a farlo – non sia stato necessario lavorare con un congruo anticipo di tempo. Se questo è vero, allora vuol dire che nessuno poteva prevedere la nostra fuoriuscita dal circolo Bakunin (quindi dalla FAI-FAGI) che avviene verso la fine di ottobre. Quello che pochi sanno è che Pinelli aderiva ai GIA cioè l’altra Federazione anarchica che – assieme alla FAI – rappresentavano l’anarchismo storico italiano. Senza “scissione” quindi le indagini avrebbero puntato direttamente al cuore della tradizione anarchica italiana.

6. ormai è chiaro che a commissionare la Strage di Piazza fontana fu lo stato. Come ci si sentiva ad essere accusati e detenuti ingiustamente anzi direi illegalmente da innocenti?
Ti ringrazio di avermi fatto questa domanda, perché è un tipo di domanda che non ci viene quasi mai rivolta. Da noi ci si attendono solo ed esclusivamente delle risposte politiche, le testimonianze dirette dei fatti, ma ci si dimentica sempre che siamo delle persone come tutte le altre, che eravamo dei ragazzi con molte idee in testa e molti progetti per il nostro futuro.
In tutti questi anni oltre ad essere stati “spoliticizzati” siamo anche stati “disumanizzati”.
Quello che abbiamo vissuto allora, il linciaggio pubblico, l’onta di quella accusa allucinante, le violenze della polizia e dei magistrati inquirenti (non solo contro noi ma anche verso i nostri familiari), non sono cose che possono cancellarsi col tempo. Possono essere tenute sopite dentro noi, ma poi, anno dopo anno ci sono sempre quegli stessi giorni e numeri sui calendari – le fatidiche date del 12 dicembre e del 15 e 16 dicembre – che ritornano. In quelle ricorrenze, non è possibile non ricordare le nostre sofferenze e tanto meno l’assassinio, il volo dalla finestra della Questura di Milano di Pino Pinelli.
In quelle occasioni subiamo una sorta di metamorfosi: noi siamo, o meglio torniamo ad essere, gli stessi ragazzi di allora. Riviviamo con la stessa intensità il dolore di quei momenti, piangiamo i nostri morti e ricordiamo l’ingiustizia e la pavidità di questo stato che non ha avuto il coraggio di fare giustizia vera (ma d’altronde può lo stato condannare se stesso?) sia nel condannare i fascisti che i servizi (non deviati, sia ben chiaro, ma che obbedivano a ben precisi ordini), ma ancor più per non aver avuto il coraggio di riconoscere la nostra totale estraneità a quei fatti tanto abominevoli quanto lontani dalla nostra ideologia, e darci una assoluzione piena, che ci togliesse di dosso ogni ombra di dubbio. Questo semplice dato di fatto brucia dentro di noi, ci ricorda chi siamo e cosa è stato fatto contro di noi. E’ inutile girarci attorno: le nostre vite sono state spezzate, interrotte violentemente e nulla può cambiare questo fatto, questa realtà.

7. cosa significava e cosa significa ancora oggi per te essere anarchico?
Il mio modo di essere anarchico allora e quello di oggi non sono molto dissimili. Anche in questo mi sento in qualche modo “congelato” nel tempo. D’altronde per me essere un anarchico non è altro che aver fatto una scelta di vita, perché anarchici non lo si è solo per una questione di testa.
Essere anarchico vuol dire cercare di costruire nella quotidianità spazi per quanto possibile autonomi, liberati. Un tentativo di immaginare e applicare le idee anarchiche nella vita quotidiana. Quello che è interessante – per noi anarchici e libertari – è l’adozione di metodi di consenso orizzontale, autogestito, senza delega. Basta vedere quel che accade in Val di Susa, con il movimento NoTav per capire il nostro modello.
Sono ancora insofferente ad ogni forma di potere e di gerarchia, odio ogni forma di burocrazia, mi disgusta ogni forma e idea di sottomissione di ogni essere umano, sia esso persona o animale, sogno la distruzione di ogni carcere, di ogni CIE o luogo di costrizione fisica e psichica. L’anarchia è l’ordine senza il potere, è la realizzazione di una società autoregolata dove bisogni e diritti di tutti sono rispettati. E’, usando un vecchio slogan un “assalto al cielo” continuo, senza interruzioni e senza costrizioni.

8. che messaggio lasceresti ai giovani che non sanno nulla del periodo che hai vissuto?
Per favore, non caricarmi di una tale, troppo grande per me, responsabilità. Io posso solo suggerire le stesse cose che dico anche a mia figlia. Prima di tutto di non credere fideisticamente a nessuno, me compreso. Secondo, che fra l’enorme quantità di articoli e libri scritti su di noi, quelli passabili si possono contare sulle dita di una mano e anche quei pochi – per quanto riguarda noi in particolare – danno dei racconti parziali.
Ad oggi ancora non è stato scritto un libro con il ricordo e la testimonianza degli ex del circolo 22 marzo.
Se si sceglie di leggere l’enorme mole di atti processuali (qualcosa come 800mila pagine) bisogna ricordarsi che sono stati scritti da magistrati, da poliziotti, da vari servizi segreti, per cui sono solo materiali manipolati “geneticamente”. E’ fondamentale imparare a leggere in maniera critica prima di iniziare a …leggere. Nonostante queste difficoltà è un bene, anzi è dovere di ogni compagn@, conoscere a fondo quel periodo storico e quegli anni meravigliosi (pur se violenti). Stanno cercando di riscrivere la storia per cui solo conoscendola sarà possibile vedere, scegliere con coscienza e maturità, il proprio percorso politico e umano.
Quello che è successo a noi, non è un fatto isolato e lontano come sembra, ma è la strada che ha permesso che ancora oggi innocenti possano finire in galera per le loro idee, che le manifestazioni si incontrino di fronte a muri di celerini che fanno uso di violenza indiscriminata, che ancora oggi sia possibile a delle persone di entrare vive in un Commissariato ed uscirne morte…
Senza giustizia (non quella dei tribunali ovviamente) non vi è verità, e senza verità non si raggiunge la libertà (liberazione). Io credo che molti giovani lo sappiano già questo, e che non abbiano bisogno di “messaggi” in bottiglia di persone come me.

9. secondo me un ruolo preponderante deve essere assunto dalla memoria. bisogna ricordare sempre. far emergere l’esistenza di una storia altra che è il risultato della fusione di tanti microcosmi che in quel periodo decisero di fondersi in una unica galassia di solidarietà, di lotte e giuste rivendicazioni. bisogna andare oltre la storia ufficale, che di ufficiale ha solo il sangue delle vittime innocenti, dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine e dai neofascisti, dalle bombe dello stato stragista. bisogna smontare i luoghi comuni che il potere uscito vincitore dallo scontro ha condensato nella definizione “anni di piombo” affinché di quegli anni passasse un determinato messaggio. è in atto da tempo un processo di cancellazione della memoria privata ma soprattutto collettiva. cosa pensi del ruolo della memoria?
Quando tre anni fa il “giornalista investigativo” Cucchiarelli, ha tirato fuori il suo libro di disinformazione sistematica per gettarci nuovamente in pasto alle belve, le nostre ferite si sono riaperte e hanno ricominciato a sanguinare.
Non so se puoi immaginare cosa significhi, a livello emotivo, a 44 anni dai fatti, essere nuovamente posti all’indice come i colpevoli di quella orribile, vigliacca e ignobile strage
Io non credo ci sia nulla di casuale, e che non sia un caso che si sia atteso vigliaccamente la morte di Pietro Valpreda, che quindi non può più difendersi, per gettargli/gettarci nuovamente addosso tutto questo fango. Come non credo sia casuale che si sia fatto un film per cercare di perpetuare l’immagine falsa e deformata che lo stato stragista ci ha confezionato addosso.
Questo tentativo di riscrittura revisionistica della storia non poteva che riaprire quelle vecchie ferite obbligandoci a ricordare tutti i giorni. Per poterci difendere, per far conoscere la verità, da quattro anni a questa parte non ricordiamo più quello che avvenne il 12 dicembre solo in quella ricorrenza, ma lo dobbiamo fare tutti i giorni dell’anno. Siamo costretti a leggere atti, documenti, le manipolazioni, invenzioni e illazioni dei giornali e dei nuovi “testimoni” per poter trovare quello che serve a dimostrare la falsità di queste vecchie e nuove infamanti menzogne. Leggere quelle bassezze, vedere riflessa negli atti giudiziari la crassa ignoranza degli investigatori sulla cultura di quel tempo e sulle idee anarchiche ha fatto si che il dolore, la sofferenza ora sono nuovamente un fattore quotidiano con cui dobbiamo convivere. E’ come se le lancette dell’orologio fossero tornate indietro nel tempo!
Il paradosso di questa situazione è che dobbiamo perfino difenderci da accuse e reati che la stessa magistratura – una magistratura ed una giustizia in cui noi non crediamo – ha ritenuto in maniera chiara e definitiva che non abbiamo commesso!
Oltre il dolore, oggi si aggiunge anche la rabbia verso delle persone che sulla base di quanto raccontano fascisti e agenti segreti che depistarono fin da subito le indagini verso di noi, senza neppure aver letto tutti gli atti (le circa 800mila pagine di atti sono state recuperate e rese pubbliche solo un anno fa), ci vorrebbero nuovamente colpevoli. Persone che con estrema leggerezza si fanno giudici e carnefici e giocano con la vita degli altri, le nostre vite. L’incubo si ripresenta seppur sotto forma di tragica farsa. Ma questa volta noi non taceremo, non permetteremo a nessuno di infangare nuovamente le nostre storie e le nostre vite.
Finché uno di noi resterà in vita la nostra lotta per la Verità e la Giustizia continuerà senza soste.
La Memoria è un bene prezioso che deve essere non solo difesa ma anche vissuta nelle lotte di oggi, per impedire che certe schifezze si ripetano e che altri giovani soffrano le nostre stesse pene, ed evitino i nostri errori. Sono ben cosciente e molto preoccupato di quello che sta avvenendo in particolare in questi ultimi anni. Il tentativo di riscrittura storica, di manomissione e cancellazione storica – come tu correttamente l’hai definito – non riguarda ovviamente solo noi: vogliono cancellare e riscrivere un intero periodo storico che parte grosso modo dalla fine degli anni sessanta ad oggi. Nessuno di noi può vincere isolato o difendendo la sua particolare “memoria”, la Memoria è un fatto collettivo ed appartiene a tutti noi. Se solo uno dei pezzi di questo mosaico subisce variazioni e viene riscritto, tutto il mosaico cambia. Questa lotta deve essere combattuta da tutti, sia da coloro che quella stagione di lotte e sconfitte hanno vissuto e sopportato sulle proprie spalle, che dalle giovani generazioni le quali, senza il supporto di quella memoria, si troverebbero disarmate ad affrontare il futuro.

Chantal Briganterossa Castiglione

Fonte http://briganterossa.blogspot.com/2013/12/la-memoria-intervista-ad-enrico-di-cola.html

Giannettini al Pollio

QUELLO CHE SEGUE E’ IL TESTO DELLA RELAZIONE DI GUIDO GIANNETTINI, GIORNALISTA DI DESTRA E UOMO DEI SERVIZI SEGRETI, IMPLICATO NELL’INCHIESTA SU PIAZZA FONTANA, AL CONVEGNO TENUTOSI NEL MAGGIO DEL 1965 PRESSO L’ISTITUTO “POLLLIO” DAL TEMA “LA GUERRA RIVOLUZIONARIA”

La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria
Relazione del dottore
GUIDO GIANNETTINI

CONCETTI FONDAMENTALI

Come vi è stato detto, la mia relazione esamina le tecniche della guerra rivoluzionaria. Ovviamente, per far ciò in modo organico, deco accennare anche ai concetti fonadmentali su cui la guerra rivoluzionaria si basa.
Vorrei anzitutto precisare, per dovere di obiettività, anche qualche limite della guerra rivoluzionaria.
E’ mio personale convincimento, ad esempio, che Mao-Tse Tung in particolare, e i comunisti nel loro complesso più in generale, non abbiano teorizzato né codificato compiutamente la guerra rivoluzionaria. Essi ne ahnno compreso lo spirito e adattato qualcosa che già esisteva ad uno schema loro, alla loro rivoluzione e alla loro concezione dialettica della storia. Questo qualco sa che già esisteva, Mao-Tse Tung lo ha appreso , più che da Sun zu ( Sun Zu, “L’arte della guerra”, ndr), da testi occidentali, e precisamente da Clausewitz (Karl Von Clausewitz, “Della guerra”, ndr), da Von Moltke e – perchè no?- forse anche da Machiavelli. In effeti, Mao-Tse Tung ha imparato da questi testi principalmente a ragionare con fredda logica sulla guerra “tout-court”, prima ancora che sulla guerra rivoluzionaria; alla quale poi ha applicato gli stessi metodi.
Vediamo appunto cosa dice Clausewitz e cosa dice Mao-Tse Tung sulla guerra, e come da tali concetti si arriva alla guerra rivoluzionaria. Clausewitz afferma : ” La guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà “. La definizione di Mao-Tse Tung è più particolare di quella di Clausewitz, se vogliamo più dettagliata, ma anche meno limitata; essa consente cioè di adattarsi anche a conflitti di tipo non ortodosso, come è appunto il caso della guerra rivoluzionaria. Scrive Mao-Tse Tung : ” L’obiettivo della guerra è senz’altro quello di conservare le proprie forze e annientare quelle del nemico. Annientare il nemico significa disarmarlo o comunque privarlo dei suoi mezzi di resistenza, e non distruggerlo in senso fisico…” – ecco qui un concetto sulla guerra in generale, che si attaglia benissimo alla guerra rivoluzionaria- ” va sottolineato che l’annientamento del nemico è l’obiettivo principale della guerra, mentre la conservazione delle proprie forze è solo l’obiettivo secondario…”. La frase finale è soltanto una forma cinese per esprimere il concetto ebn più lapidario di Von Moltke : ” La miglior difesa è l’attacco”. In verità, come abbiamo detto, prima ancora di leggere Sun Zu, Mao-TseTung ha studiato a fondo Clausewitz e Von Moltke. Gli occidentali, al contrario, li hanno del tutto dimenticati. Tanto è vero che continuano, nella generalità dei casi, a restare sulla difensiva.
Lasciamo ora al guerra in generale e veniamo alla guerra rivoluzionaria, e precisamente agli scopi che essa persegue. La guerra rivoluzionaria, come è satto più volte detto, siprefigge principalmente la conquista delle popolazioni. Cerca cioè la decisione (esito, ndr) fuori dal campo di battaglia, nel cuore del paese nemico, per paarlizzarne dal di dentro la volontà e la capacità di resistenza. Potremmo qui citare una frase di vOn der Goltz, che sembrerebbe quasi formulata di proposito per il caso nostro: ” Si tratta non tanto di annientare i combattenti nemici, quanto di annientare il loro coraggio”.
Attraverso la conquista dele popolazioni, la guerra rivoluzionaria trasforma luomo stesso in arma,sia che l’interessato ne abbia coscienza, o meno. Nel secondo caso, l’uomo-arma diviene palesemente un “robot”; ma anche nel primo, finisce spesso per divenirlo; perchè, se conserva la coscienza del proprio stato, rinuncia tuttavia a una volontà propria, e quindi rinuncia ad essere libero.
Veniamo ora ad un altro concetto della guerra rivoluzionaria, quello che potremmo definire “delle tre strategie”.
Così come esiste una strategia generale della guerra, esiste anche una strategia generale della guerra rivoluzionaria, nonchè una strategia particolare di quella determinata guerra rivoluzionaria che a noi interessa. Insomma, la guerra rivoluzionaria deve studiarsi come “un tutto unico” e non frazinarsi nelle sue singole operazioni; per cui va diretta e coordinata al vertice, no affidata esclusivamente all’iniziativa di un capo locale. Mao-Te Tung, pedante come al solito, ma chiaro, scrive in proposito: ” Noi dobbiamo studiare le leggi generali della guerra, dobbiamo studiare le leggi generali della guerra rivoluzionaria in Cina…L’idea secondo la quale la vittoria strategica si raggiunge solo attraverso singole vittorie tattiche è errata…”. Qui può trovarsi la spiegazione degli insuccessi occidentali di fronte alla guerra rivoluzionaria comunista: l’aver dato di volta in volta singole risposte tattiche locali, senza impostare una contro guerra rvoluzionaria totale per combattere (anche con criteri offensivi) l’intero mondo comunista.
Ancora un concetto fondamentale della guerra rivoluzionaria, valido peraltro non solo per questa, ma per qualsiasi altro tipo di guerra. Le basi del pensiero militare classico dell’occidente si ritrovano ancora una volta nella guerra rivoluzionaria condotta dall’oriente, ripetute in cinese e applicate da Mao-Tse Tung: mantenere l’iniziativa, evitare una difesa passiva, concentrare le forze sullo Schwerpunkt (punto debole, ndr). Fra le ripetizioni di Clausewitz dovute al dittatore cinocomunista, non va dimenticata questa, pregevole nella sua icasticità: ” La nostra strategia consiste nell’opporre uno contro dieci, la nostra tattica nel battersi in dieci contro uno”.
Resta ora da considerare il metodo della guerra rivoluzionaria, metodo che lo stesso Mao-Tse Tung può indicarci: ” Qual’è questo metodo? esso consiste nello studiare fino in fondo sotto tutti gli aspetti sia la situazione del nemico che la propria, nell’individuare le leggi che regolano l’azione del nemico e tener conto di queste leggi quando si decidono le proprie azioni “. Si tratta, come è evidente, di concetti molto elementari, ma che spesso in occidente si trascurano. Perciò, è bene ribadirlo.

TECNICHE DELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA

Fin qui ho sistematicamente richiamato alcuni concetti fondamentali della guerra rivoluzionaria. Vengo ora al merito di questa relazione, alla sua parte essenziale, cioè alle sue tecniche. La guerra rivoluzionaria, nella sua formula più classica, può considerarsi sostanzialmente strutturata su quattro fasi:
I) preparazione: studio degli ambienti e delle situazioni su cui si vuole intervenire, stesura dei piani, predisposizione dgli organismi e dei mezzi necessari;
II) propaganda: le sue manifestazioni devono tener conto il più possibile dell’efficacia dei metodi scientifici della moderna psicologia e giovarsi delle esperienze in materia;
III) propaganda e infiltrazione: alla fase di pressione psicologica, che continua, se ne aggiunge una seconda, basata sull’infiltrazione e sul controllo di determinati ambienti; propaganda e infiltrazione, in questa fase, devono essere strettamnete coordinate;
IV) propaganda – infiltrazione – azione: alle due manifestazioni precedenti se sovrappone una terza ( sempre sottoposta ad un coordinamento centralizzato); questa può consistere a seconda dei casi nell’azione violenta o nella conquista “legale” del potere.
Ma attenzione! Sarebbe naturalmente errato irrigidirsi “a priori” su tale schema, che costituisce soltanto l’esempio classico, non sempre rigorosamente rispettato in concreto. Talvolta alcune fasi si saltano, talvolta ne muta l’ordine di progressione. Il nostro schema è stato comunque seguito dai comunisti quasi dovunque: nel Viet-Nam, come in Algeria, come nell’America Latina. Lo stesso schema-tipo è in corso di applicazione anche in Italia.

PRIMA FASE: PREPARAZIONE

La strategia della guerra rivoluzionaria – come accennato in precedenza – stabilisce il piano generale della guerra, studiando, conducendo e coordinando le differenti operazioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre in periodi “caldi” o “freddi” , a seconda dell’andamento della situazione strategica generale. per afre un esempio, cerchiamo di delineare una di queste ipotetiche operazioni, che sia il più possibile di tipo classico, cioè completa di tutte le sue fasi e le sue forme, insomma, una operazione-tipo.
Anzitutto si studia l’ambiente da attaccare: in genere, uno Stato. Mao-Tse Tung dice “metodo” , Clausewitz dice “Schwepunkt””: si tratta dunque di scoprirne i punti deboli, di più facile attacco. Individuati i punti deboli, si studia la struttura generale dl piano di attacco, struttura che deve essere ovviamente la più opportuna per ottenere il successo nella situazione considerata. Delineata la struttura generale, occorre poi prepaarre gli uomini, gli organismi, i mezzi e le formule particolari. Di solito, per la preparazione di questi elementi, si prendono in considerazione due diversi dominii, relativi alle fasi della guerra rivoluzionaria da noi definite II e III: la propaganda e l’infiltrazione. L’altro dominio, l’azione (fase IV), interviene di solito in un tempo successivo, e difficilmente può stabilirsi in anticipo, perchè legato agli sviluppi e al grado di riuscita dei precedenti (ci riferiamo sempre a un caso “classico” di guerra rivoluzionaria, senza salti o anomalie).
Per quanto in particolare riguarda la preparazione della propaganda, va detto che anzitutto si sceglie il gruppo (o i gruppi) da attaccare. Può essere, in linea di larga massima: politico, culturale, religioso, etnico, di classe. Possono essere presi in esame anche gruppi di tipo diverso come ad esempio: gruppi di lavoro (burocrazia, scienziati nucleari, militari, magistrati, etc), gruppi di generazione (giovani), gruppi economici, ambienti particolari legati fra loro da interessi familiari, di frequentazione, perfino di svago, e via di questo passo.
La scelta del gruppo va fatta soppesando accuratamente le caratteristiche dei diversi gruppi in presenza, il tempo di cui si dispone, gli scopi particolari che si intendono raggiungere, le possibilità di chi deve operare. vanno individuati uno o più gruppi recettori principali e i gruppi recettori ausiliari; i primi per una azione a fondo, che ne assicuri il completo controllo; i secondi per scopi limitati, essendo sufficiente indurli a fare qualcosa che influisca sui recettori principali.
Individuati i gruppi su cui si intende operare, vanno delineati gli scopi. Mentre nella propaganda commerciale lo scopo si limita all’acquisto (da parte della “vittima”) di un dentifricio o di una canna da pesca, nel caso della guerra rivoluzionaria lo scopo non può essere invece che la conquista del gruppo stesso. Conquista totale o parziale, conscia, (per il recettore) o inconscia, secondo la situazione, il tempo, gli scopi stessi e le possibilità.
Ad ottenere gli scopi prefissi, occorre servirsi (con la dovuta accortezza) dei metodi scientifici appositamente studiati dai tecnici della propaganda e della psicologia sociale. Fra questi, è oggi particolarmente affermata la tecnica dei riflessi condizionati, di Ivan Pavlov, alal quale si rifanno, più o meno, quasi tutti i teorici (e i pratici) contemporanei della materia.
Riguardo, invece, alla preparazione dell’infiltarzione, può dirsi che l’inizio sia di solito costitito dall’indottrinamento di elementi fuoriusciti, o comunque attirati all’estero – in quello che definiremo il paese attaccante, cioè il paese che intende provocare la guerra rivoluzionaria in territorio altrui – con diversi pretesti, da quello dell’istruzione culturale o tecnica degli elementi stessi, al semplice turismo, al generico interesse politico-ideologico (in questo caso si tratterebbe ovviamente di persone già simpatizzanti).
Gli elementi opportunamente indottrinati e istruiti rientranonel paese di origine per svolgervi i compiti loro affidati. Può trattarsi in genere di: costituzione di un partito o sua trasformazione, creazione di organismi “camuffati” di fiancheggiamento del suddetto, infiltrazionediretta negli organi dello Stato, infiltrazione in ambienti in ogni modo influenti sulla vita del paese da attaccare.

SECONDA FASE: PROPAGANDA

La propaganda, ovviamente, non è unìinvenzione della guerra rivoluzionaria. E’ sempre stata impiegata in guerra, nella lotta politica, in campo economico. Cercheremo dunque di trattare soltanto gli aspetti della propaganda più inerenti alla guerra rivoluzionaria.
Ci si consenta un breve cenno ad alcuni concetti preliminari.
Dovrebbe dirsi anzitutto a questo punto dei mezzi della propaganda: auditivi, visivi e audio-visivi. Ma si tratta di cose note. vorrei solo ricordare la crescente importanza dei mezzi audiovisivi, e la tecnica indiretta di propaganda usata soprattutto in Europa (e in Italia): la riunione “culturale” invece del comizio politico, il giornale “indipendente” invece del foglio di partito, la notizia “obiettiva” presentata in un certo modo invece che la frase propagandistica scoperta.
Altro concetto cui va accennato è questo: la propaganda non va più lasciata all’improvvisazione, ma affidata a tecniche scientificamente sperimentate. I comunisti hanno soprattutto studiato le tecniche dei riflessi condizionati di Pavlov, basate sulla ripetizione costante di un certo stimolo, fino ad ottenere nel soggetto recettore la reazione voluta, che a lungo andare diviene abituale e “spontanea”, quasi una seconda natura.
Ancora, il concetto dell’irrazionalità. La propaganda, cioè non deve basarsi sul ragionamento, ma colpire attraverso elementi irrazionali, inconsci. da qui la necessità di preferire al ragionamento, lo slogan, il simbolo, qualcosa che evochi concetti ed esigenze elementari strettamente connesse alla antura dell’uomo o del gruppo interessato. secondo i più noti teorici della materia, la propaganda può essere di due tipi: persuasiva (se riferita alle “elites”) o emotiva (se riferita alle masse). Ma anche la propaganda per le “elites” basata sulla persuasione non risulta generalmente sufficiente – è raro convincere qualcuno con il solo ragionamento – per cui si richiede sempre un interventoche faccia leva su elementi irrazionali, inconsci.
Esposti brevemente questi concetti pelimininari, passiamo ora a qualcosa che interessa più a fondo la propaganda della guerra rivoluzionaria. La scelta dei temi dipende principalmente dal gruppo che si vuole attaccare e dalla situazione ad esso connessa. In Europa, per lungo tempo,la propaganda comunista si è battuta quasi esclusivamente sul tema classista, mentre negli Stati Uniti essa agita invece quello razziale, sobillando le associazioni degli uomini di colore. In Algeria, poi, i comunisti hanno puntato, nella loro guerra rivoluzionaria, soprattutto sui temi nazionale (gruppi etnici autoctoni) e religioso (musulmani). Lo stesso è avvenuto per l’area indocinese, tanto nella fase francese (1946-1954), quanto soprattutto nella attuale fase americana; e la connivenza tar i “bonzi” buddisti e i comunisti Vietcong lo hanno ampiamente dimostrato. In Angola, invece, la valenza etnica, più che altro, è stata un po’ la chiave di volta della guerra rivoluzionaria comunista: cioè lo scatenamento dei Bakongoabitanti il nord est del territorio (nonchè buona parte del Congo ex-belga) contro i Bailundos che costituiscono la maggior parte della popolazione angolana con i portoghesi. Idem a Zanzibar: i negri contro gli arabi. Anche durante la seconda guerra mondiale la carta etnica è stata giocata, seppure male, ad esempio dai tedeschi:
croati contro serbi, ucraini contro russi.
L’uso dei temi nazionali, religioso, etnico, razziale, classista, è però oggi da considerarsi un po’ troppo semplicistico per la moderna propaganda di guerra rivoluzionaria; va cioè ancora bene i n situazioni semi – coloniali o comunque semplificate, diremo quasi elementari dove vivono popolazioni extra – europee. In Europa, e in parte anche negli Stati Uniti, la propaganda della guerra rivoluzionaria si appoggia su basi “più evolute”. In Europa il comunismo non insiste più tanto sul classismo proletario e neppure su un certo “nazionalismo” anti – americano, almeno come grandi temi per una propaganda di massa. Al posto di questi sono subentrati, ad esempio, fatti di politica estera, come Cuba, l’Algeria, il Guatemala, il Congo, la Spagna, il Portogallo, il Vietnam, e via di seguito. Fino a qualche anno fa, poi, il comunismo italiano (sia il partito, sia le sue organizzazioni parallele) si batteva per “l’attuazione della Costituzione”, tema a nostro avviso molto fiacco, incompreso nella sua astrusità – un errore gravissimo per un buon propagandistico – dalla massa della popolazione. Si rivela invece ancora molto utile ai comunisti, come propòaganda di fondo, l’insistenza sul tema delle “atrocità” tedesche e, per tre ordini di motivi: da un alto, funge da freno per i riarmo della Germania occidentale; da un altro, polarizza l’attenzione delle masse su un falso scopo, distogliendole dalla guerra rivoluzionaria di oggi; da un altro ancora conferisce un volto ben preciso a quello che i teorici di psicologia sociale chiamano l’avversario, che le masse devono odiare, avversario che è poi non troppo difficilmente assimilabile al “marine” americano e al “para” francese o belga (sul tema psicologico dell’avversario parleremo meglio più avanti).
Ma oggi, forse, i temi propagandistici più efficaci usati dalla guerra rivoluzionaria comunista in ambiente europeo, anzi proprio in Italia, sono quelli limitati ai singoli gruppi, attaccati uno per volta, con pretesti differenti l’uno dall’altro: ad esempio, la cosidetta libertà della cultura, la propaganda contro il militarismo, i singoli problemi universitari, il “colloquio” con i cattolici, ed altri ancora, tutti a compartimenti stagni, a carattere ristretto per ambienti singoli, non a carattere generale. In questo caso, dunque, la propaganda si interseca con l’infiltrazione, basandosi su quella che molti chiamano tecnica delle “organizzazioni parallele”. Altri, parlano semplicemente di “utili idioti” (i due termini però possono anche non significare necessariamente la stessa cosa).
Perfino in paesi retti da dittature di destra, come la Spagna e il Portogallo, la guerra rivoluzionaria comunista ha rinunciato ad agire apertamente su temi generali e perfino sul piano classista. Non si è nemmeno insistito sulla libertà in generale, libertà di tipo politico. Al contrario, hanno funzionato gli “utili idioti”: i gruppi intellettuali, gli universitari, i gruppi cattolici; in nome della libertà di cultura o di altre singole libertà. Anche quando sono stati chiamati in causa i lavoratori, si è trattato di operazioni limitate: ad esempio, le rivendicazioni sindacali dei minatori delle Asturie.
Gli accorgimeti di cui si avvale la propaganda della guerra rivoluzionaria son innumerevoli. Anzitutto va ricordato quello che i teorici chiamano il tema dell’avversario. Si dice spesso che non va bene insistere soprattutto su miti distruttivi, ma ci vuole anche qualcosa di costruttivo. In un certo senso è forse vero. Ma è anche valido il concetto inverso, tanto valido, appuntom che la propaganda vi indulge così spesso. Come infatti sostengono i maggiori teorici di propaganda e di psicologia sociale, non basta affatto presentare tesi positive, ma è necessario dare in pasto alle masse dei feticci da abbattere. L’avversario va identificato e segnato a dito; se poi non ha un volto ben preciso, tale volto gli va senz’altro attribuito, che sia naturalmente brutto, stupido, ridicolo, mostruoso. La gente deve imparare ad odiarlo. Deve essere tale che non può non odiarlo. E’ quanto fanno i comunisti con le loro mascherate, in cui presentano i fantocci deil capitalista, del militarista, dell’americano. Qui ci si avvale di una tecnica fondamentale della propaganda: l’uso del simbolo o dello slogan, in luogo del ragionamento. E’ insomma una mascherata apparentemente stupida, ma che non sempre si rivela priva di effetto perchè la massa manca di intelligenza ed è comunque influenzabile. L’inferiorità propagandistica egli occidentali risulta anche dal fatto che spesso l’avversario – cioè il comunista – non solo non viene attaccato, ma talvolta non può neppure essere identificato e indicato chiaramente.
Esiste una “semantica” comunista, cioè una scienza, una metoologia del linguaggio, se vogliamo, una terminologia che ha importanza notevolissima per la propaganda, soprattutto nella guerra rivoluzionaria. Una terminologia davvero efficace deve imporsi anche agli avversari; in tal caso porta fatalmente con sè un determinato punto di vista, un certo modo di ragionare, facendo così diventare gli stessi avversari agenti e portatori inconsci di quella propaganda. Qualcosa del genere si verifica appunto ai giorni nostri, e proprio in Itailia. Cioè, accanto a una terminologia comunista troppo scoperta e quindi rimasta confinata nell’area politica di sinistra, ne esiste anche un’altra, più sottile, divenuta di dominio comune perfino in campo anticomunista, cn tutte le consulenze psicologiche che ne derivano. Fra la terminologia meno efficace del primo tipo, possiamo ad esempio citare i soliti epiteti attribuiti dalle sinistre a chiunque non sia comunista: fascista, clerico – fascista, – un po’ in disuso, con i tempi che corrono… – i nazi – fascista, monarco – fascista, eccetera.
Ma la terminologia di sinistra veramente efficace è un’altra , meno politicizzata e quindi accettata da tutti. Per esempio: l’aggettivo “oscurantista” riferito aprioristicamente a Medio Evo, l’aggettivo “deprecabile” che accompagna sempre il sostantivo “guerra” (anche quando questa è indispensabile a difendere la libertà), il colonialismo che viene senz’altro considerato una cosa ignobile (sebbene abbia portato la civiltà anche in Africa), l’aggressione è sempre un’infamia (sebbene talvolta sia soltanto un modo per prevenire l’aggressione comunista). Un caso clamoroso, ora: proprio in questi tempi, capita spesso di leggere perfino in gionali anticomunisti, corrispondenze dal Congo dove si parla di “mercenari” bianchi, con l’uso cioè di questo termine spregiativo in luogo dell’altro di “volontari” (i quali, ovviamente, vengono pagati come tutti i volontari, anzi come tutti i soldati del mondo); così, noi insultiamo inconsciamente ma stupidamete i combattenti occidentali, mentre i comunisti parlano dei terroristi e dei cannibali ai loro ordini come di “patrioti”.
Tutto questo n on è soltanto stupido, ma indica anche un senso di inferiorità psicologica dell’Occidente, che va assolutamente abbandonato se si vole vincere.

Riassumento, va ricordato che lo slogan, il simbolo, la terminologia devono essere intelligenti. Cioè evocare un mito, un’idea – forza. Non è necessario che il mito sia giusto, bello, morale, o vero: basta che colpisca, che sia convincente, che sia verosimile.
Convincente, come abbiamo già detto, non sul piano razionale, ma su quello emotivo, inconscio. Deve colpire, e colpire forte, magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività. E quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata ad effetto.

TERZA FASE: PROPAGANDA – INFILTRAZIONE

Come abbiamo accennato all’inizio, nella terza fase della guerra rivoluzionaria, alla propaganda, che prosegue, si sovrappone l’infiltrazione.
L’infiltrazione può effettuarsi su ambienti diversi: da associazioni più o meno scopertamente politiche, a gruppi culturali (o di altro genere), ad ambienti strettamente inseriti nella vita del paese, fino ad organi ufficiali dello Stato (tecnici, parlamentari, governativi). L’infiltrazione, e la sua particolare attuazione, dipendono ovviamente dalla situazione generale.
In caso di forte tensione politica – a maggior ragione se puntualizzata da atti di sabotaggio e di terrorismo, o addirittura da vere e proprie operazioni di guerriglia – l’opera di infiltrazione risulta limitata. In Algeria fino al 1962 e nel Vietnam del Sud oggi, ad esempio, i comunisti non possono agevolmente infiltrarsi negli organi statali ufficiali, nè creare scopertamente organizzazioni parallele, ma devono limitarsi ad assumere il controllo di ambienti recettori più lontani, come ad esempio quello dei “bonzi” buddhisti, o di altri “utili idioti”, di solito appartenenti all’ambiente universitario e culturale.
Al contrario, in caso di distensione, o, come si dice oggi, di colloquio, – vedi situazione italiana – l’infiltrazione può operare in profondità, direttamente giungendo fino ai gangli vitalik della nazione. Perchè in caso di distensione, di colloquio, o addirittura, di apertura a sinistra, o se vogliamo, di allaramento dell’area democratica, non soltanto l’opinione pubblica non avverte chiaramente la presenza della guerra rivoluzionaria, ma non è neppure sensibilizzata relativamente allo svolgersi delle sue operazioni; anzi, non conosce neppure il nemico, che si evita di denunciare per timore di interrompere appunto distensione e colloquio. Così, con le masse opportunamente cloroformizzate, la guerra rivoluzionaria può proseguire impunemente la sua penetrazione fino al cuore dello stato attaccato; e si guarderà bene dall’arrischiare operazioni troppo brutali, per non svegliare lemasse dal loro pesante conno. E’ esattamente quanto sta succedendo in Italia.
Qual’e la tecnica iniziale dell’infiltrazione? All’inizio, è il partito, che svolge un’azione diretta e spesso e spesso scopertamente rivoluzionaria. Può però anche verificarsi il caso in cui ilpartito ufficiale viene alla lucedopo altri organismi più camuffati, oppure può non nascere affatto. In ultima analisi, oggi, il partito inteso nel senso classico del termine può non essere necessario alla guerra rivoluzionaria.
Per affrontare operazioni di larga efficacia, il partito politico deve creare al più presto, sotto il proprio tacito controllo, organizzazioni parallele di tipo diverso. Tali organizzazioni devono essere in grado di affrontare con probabilità di successo singole battaglie su temi apparentement apolitici, combattute caso per caso, quasi a compartimenti stagni (il coordinamento, indispensabile, va tenuto al vertice e dietro le quinti). Si tratta, ad esempio, di associazioni “per la pace”, “per l’amicizia con l’URSS”, o “con la Cina”, “per la libertà algerina”, per i diritti di qualcuno, contro l’oppressione o le prepotenze di qualcun altro. Ora, poi, non ha nessuna importanza che il partitocosì ferocemente “pacifista” disponga (lui in proprio, o i suoi padroni) di formidabili armamenti, così come non importa affatto che l’ottenimento della libertà per un lontano popolo coinsista in pratica soltanto nell’imporre a questo una spaventosa oppressione; non importa che i diritti richiesti per qualcuno siano eccessivi o ingiustificati; non importa che il governo cosidetto “oppressore” (di solito straniero e molto lontano) contro cui si tuona, in realtà non opprima nessuno. Al limite, non importerebbe neppure se il lontano popolo “oppresso” non esisterebbe per niente: asrebbe sufficiente che la gente potesse credere ciecamente alla sua esistenza, senza il rischio di clamorose e controproducenti smentite.
In verità, per la creazione di efficaci organizzazioni parallele interessa una cosa sola: radunare degli “utili idioti” che si agitino, creando situazioni e stati d’animo senz’altro artificiosi, ma favorevoli alla guerra rivoluzionaria. Stati d’animo che poi, persistendo e divenendo abitudinari, cessano di essere artificiosi e vengono accettati come una seconda natura, appunto per quel processo dei riflessi condizionati reso celebre da Pavlov. Non importa neppure che gli “utili idioti” credano nelle idee a cui giovano, per esempio nel comunismo, come è il caso della guerra rivoluzionaria di oggi. Possono svolgere la loro funzione per fede, oppure per una qualche convenienza, specificatamente per denaro, o per idiozia pura e semplice. In questo ultimo caso rientrano anche oloro che sono “utili idioti” senza saperlo, divenuti cioè uomini – arma inconsci al servizio della guerra rivoluzionaria comunista. Ad essi non si richiede neppure una stretta ortodossia sul piano della propaganda; anzi, al contrario, qualche eresia messa lì come una ciliegina sul gelato, da l’impressione che si tratti di uomini liberi. In effetti, a chi muove i fili della guerra rivoluzionaria basta che costoro si agitino secondo il piano generale (che nella massima parte dei casi non conoscono) e mche si battano per affermare determinati miti, con l’ausilio di pochi slogan efficaci. Tutte le altre elucubrazioni più o meno intellettualistiche non hanno importanza, perchè la massa le dimentica ancora prima di averle apprese, come tutte le cose troppo logiche o troppo difficili. E, lo si tenga ben presente, la propaganda va rivolta soprattutto alle masse, perchè esse hanno ormai assunto nella società di oggi una importanza che sarebbe errato trascurare.
Naturalmente, più gli “utili idioti” sono intelligenti – ci si scusi il bisticcio – più risulta efficace la loro azione sulle masse. In Italia, grazie a Dio, questo caso non è molto frequente, per cui gli “utili idioti” giovano alla causa della guerra rivoluzionaria principalmente con l’apporto del loro nome, più o meno meritatamente celebre. Altrove, invece, si ha il caso di intellettuali o di artisti “impegnati” che impostano coscientemente le loro opere secondo ben precisi criteri di influenzabilità psicologica,con metodi che se non sono rigorosamente scientifici, lo sono almeno più di quelli impiegati nella propaganda dei partiti politici; qundi, a nostro avviso, più efficaci.
La guerra rivoluzionaria deve estendersi a macchia d’olio, portando la propria penetrazione in ambienti più consistengi e più influenti sulla vita rale del paese. In taluni casi, sono le stesse leggi democratiche a fornire alla guerra rivoluzionaria i mezzi e le vie di penetrazione: ad esempio, attraverso le amministrazioni locali e, in particolare, proprio in Italia. Invaste zone del paese i comunisti e i loro alleati di sinistra hanno stabilito aree di monopolio politico e organizzativom che naturalmente si trasformano a loro volta in leve di potere. Facendosi forti del controllo di tali zone, i comunisti possono ricattare gli organi politici centrali costringendoli a sempre nuove concessioni, stabilendo inoltre sul piano locale tutto un rigido sistema di clientele, che comprenderà fatalmente gruppi finanziari ed economici, fonti di lavoro, enti culturali; quindi, tutto, ad eccezione degli organismi militari e di polizia. Ma non è neppure escluso che, avendo avvinta a sè la popolazione nelle zone “democraticamente” controllate, questa stessa popolazione, manovrata in un intelligente assedio psicologico, finisca per sommergere co la sua massa anche le ultime isole di resistenza, o almeno per eroderle, conquistando individualmente e giorno per giorno le persone singole. La difesa contro una simile minaccia è tanto più difficile, poichè anzitutto non ci si può rinchiudere in campi trincerati evitando ogni contatto con la popolazione, e poi soprattutto perchè è vietato individuare veramente il nemico, additarlo, combatterlo decisamente. In Italia si dice che non è possibile, dato che il partito comunista è riconosciuto legalmente e inserito in tutti i gangli della vita nazionale. Che poi questo partito si valga proprio della legalità per scopi illegali, questo sembra non interssare nessuno.
Comunque, allargandosi ancora, l’infiltrazione della guerra rivoluzionaria, si impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa: non è difficile collezionare “intellettuali” a tendenza radicale, affidare loro un giornale o una rivista – mantenendone il controllo diretto o indiretto – finanziarlo, diffonderlo, affermarlo. La stampa di questo tipo, cioè non aqpertamente politica, ma a carattere “culturale impegnato”, funge ottimamente da carta moschicida per attirare anche intellettuali non dediti abitualmente al giornalismo: scrittori, poeti, artisti, studiosi, professori, giovani con velleità intellettuali più o meno fondate. Si tratta del resto di un fenomeno inevitabile: chi scrive un libro o una poesia, chi dipinge dei quadri, o recita, o compone melodrammi oppure canzoni, ha bisogno del consenso della critica, e non gli interessa affatto che tale consenso venga dai fogli culturali legati a gruppi di sinistra o di destra. Basta che questi fogli non si scoprano troppo (la misura della decenza dello scoprirsi è data dalla situazione del momento, esattamente come per la moda femminile), e soprattutto che controllino una vasta massa di opinione pubblica, cioè ch einducano un congruo numero di persone a comprare il libro, il disco, o il quadro. Ora se poi – per tornare all’esempio attuale e concreto della guerra rivoluzionaria in Italia – gli ambienti anticomunisti non cercano di organizzare seriamente e metodiacmente una campagna culturale “impegnata” nel senso loro, è evidente che gli intellettuali continueranno ad affluire a sinistra. Sul fenomeno incide anche un altro fattore, sebbene in misura secondaria, a nostro avviso: la predisposizione insita nell’intellettuale di essere sempre tendenzialmente di sinistra, per affermare le proprie tesi più o meno nuove contro lacultuta e la scienza ufficiali. Ma questo, ripetiamo, incide poco, specialmente poi oggi in Italia, dato che la cultura ufficiale è ormai tutta a sinistra. E a questo proposito, se gli anticomunisti avesser maggiore sensibilità politica, approfitterebbero della situazione per sfruttare in senso anticomunista la naturale tendenza alla ribellione delle nuove generazioi culturali contro il conformismo delle dottrine ufficiali.
Ma andiamo avanti, – radunati, in congruo numero, intellettuali di una certa fama, si mettono in opera organizzazioni e comitati culturali, si indicono premi, concorsi, borse di studio. Così gli “utili idioti” si trasformano in posizioni di forza, cui anche gli intellettuali fino a quel momentonon “impegnati” sono costretti a far capo. Ecco il formarsi di un organismo ufficiale ” de facto” cui tutti devono ricorrere, un organismo che non è più al servizio del paese, ma a quello del partito che conduce la guerra rivoluzionaria contro il paese stesso. Naturalmente, la cultura rimbalza sulla stampa e sull’opinione pubblica, queste a loro voltaancora sullacultura, per una sorta di moto perpetuo in progressivo aumento.
Va poi osservato che gli intellettuali non sono tutti liberi professionisti: in parte sono inseriti, come è del resto natuarle che avvenga, in organi vitali del paese, come scuole, università, istituti vari, centri scientifici o culturali, tutti a carattere generalmente ufficiale. Così l’infiltrazione si allarga a questi stessi organi, fagocitandoli gradualmete, uno per uno. Nelle scuole e nelle univeristà, poi, la presenza sempre più numerosa di inseganti “impegnati” agli ordini diretti o indiretti della guerra rivoluzionaria, influisce non poco sull’educazione, sul caratterre, sulle idee dei giovani. Ciò risulta forse meno sensibile nelle scuole medie, dove gli allievi si considerano, in stato di perenne ostilità nei riguardi del corpo insegannte, e quindi tendono ad accettarne meno facilmente gli orientamenti politici od ideologici.All’università accade invece il contrario, perchè qui gli studenti si apprestano, con la laurea, a divenire “colleghi” dei professori; molti, poi, cercando di trovare lavoro prprio nelle scuole o addirittura negli ambienti unversitari, preferiscono camminare secondo la corrente dominante.
A spingere a sinistra la futura classe dirigente di domani, gli studenti universitari, concorrono anche altri motivi: da un certo “spirito goliardico” inteso in senso anarcoide, fino alla inevitabile infatuazione che coglie molti giovani sprovveduti, venuti per la prima volta a contatto con nozioni superiori . Costoro ono facile preda dell’accortaazione psicologica della guerra rivoluzionaria comunista.
Tra l’altro, i giovani che escono dalle universtità si introducono in organismi di tutti i generi. Sommando la loro infiltrazione a quella effettuata dagli intellettuali, e all’altra ancor dovuta ai centri di potere locali, le organizzazioni parallele del partito comunista assumo una diffusione ed un’influenza tali da costituire uno Stato nello Stato; uno Stato abusivo che si avvia sempre più a sostituire quello legittimo, finendo di succhiarne come un parassita le ultime gocce di sangue. Quando il fenomeno giunge al termine, le organizzazioni parallele non hanno altro da fare che prendere il posto di quelle ufficiali, ormai prive di effettivo potere e di autorità.
Come abbiamo già accennato, la propaganda prosegue anche durante la fase della infiltrazione. Anzi, si accentua.
Si accentua, e risulta anche più afcile ed efficace. Più efficace perchè condotta da posizioni di forza. Chi è debole può promettere mari e monti, ma la gente non lo degnerà della ben che minima attenzione, perchè sa bene che da un debole o da un isolato non otterrà mai nulla. Chi invece è forte, in atto o in potenza, chi dimostra di sapere guadagnare il potere, può anche promettere poco: tutti andranno con lui, perchè sanno che almeno quel poco potranno ottenerlo.
Chi promette, insomma, deve almeno apparire in condizioni di poter mantenere la promessa, prima o poi. Per questo, la propaganda della guerar rivoluzionaria diviene molto più efficace quando l’opera di infiltrazione condotta con successo ha imposto al paese la presenza sempre più affermata e riconosciuta delle organizzazini parallele comunista. A questo punto, la gente si aggrga sempre più numerosa al carrozzone favorito dalla fortuna, a colpo sicuro.
La propaganda, in tale fase, ricorre talvolta a colpi bassi particolrmente efficaci per certi strati della popolazione. Un esempio solo, italiano, è sufficiente: dopo l’insurrezione dei portuali genovesi del luglio 1960, che rovesciava il governo Tambroni (sostenuto dal MSI, ndr) iniziando l’apertura a sinistra, il governo sovietico affidava ai cantieri di Genova la commessa per la costruzione di alcune petroliere di grosso tonnellaggio (sei, se ben ricordiamo). In questo modo, i lavoartori del loacle porto vedevano crescere le loro possibilità di lavoro e quindi di guadagno: era il premio concesso agli uomini arma consci o inconsci della guerra rivoluzionaria. Il premio concesso aperatmente da una Potenza starniera a operai italiani cheavevano rovesciato un governo italiano. Beneficiati non erano poi soltanto i portuali, ma tutta la popolazione, che traeva vantaggio dall’aumento di lavoro nei propri cantieri; e perfino le grosse industri navali, cioè gli odiati capitalisti, favoriti in questo modo dalla “patria di tutti i lavoratori”.
Nei riguardi del’alta industria si rivelano molto efficaci iniziative analoghe, come appunto l’apertura dei mercati russi o cinesi, o di quelli afro-asiatici. Gli indistriali che stabiliscono giri d’affari con l’oriente sono in parte conquistati, e talvolta costretti a finanziare gruppi di sinistra. così, anche in campo economico si stabiliscono degli organismi paralleli, che si aggiungono a quelli già esistenti nello stesso campo, a carattere sindacale. E quando la guerra rivoluzionaria si impadronisce delle leve economiche del paese, può provocare crisi, disastri e agitazioni a suo piacimento, ricattando continuamente il potere legittimo.
A questo punto le organizzazioni parallele del partito comunista premendo da tutti i lati, appoggiate da organi più scoperti del campo politico, ottengono sempre nuove concessioni, inseriscono un numero sempre maggiore di uomini-arma della guerra rivoluzionaria, oppure una politica di discredito; ad esempio, una politica economica che metta in crisi le industrie, crisi che finirà per generare dei disoccupati, i quali – sapientemente guidati – scenderanno in piazza e daranno l’assalto ai poteri costituiti.

QUARTA FASE: PROPAGANDA-INFILTRAZIONE-AZIONE

Riassumendo, abbiamo fin qui sommariamente descritto tre fasi della guerra rivoluzionaria: preparazione, propaganda, infiltrazione. Si tratta di fasi che – ripetiamo – non sempre nelle attuazioni concrete mantengono rigorosamente quest’ordine.
Ora viene la “spallata finale”, cioè la quarta fase: l’azione.
L’azione può essere di due tipi: la conquista “legale” del potere in paesi europei come l’Italia, o l’azione violenta (attentati, atti di sabotaggio, guerriglia) più comune in paesi extra-europei. Nel primo caso, l’azione non è altro che il coronamentodel successo già conseguito nel corso della terza fase della guerra rivoluzionaria; il caso “violento”, poi, interessa meno da vicino l’Italia o i paesi europei, almeno nella attuale sitauzione.
La nostra trattazione potrebbe dunque qui terminare. Ma per far sì che non appaia manchevole, è opportuno parlare egualmente per esteso della quarta fase, l’azione. per far ciò, ci pare più organico e più efficace cedere la parola a quei realtori, che potranno illustrare nei dettagli e con esempi efficacissimi le due diverse manifestazioni della fase azione.
Sono manifestazioni che il mondo occidentale sta vivendo proprio ai giorni nostri: da una parte il Italia (caso, diciamo così “legale”), dall’altra nel Vietnam (caso “violento”). In entrambi i paesi, rischia di decidersi la sorte dei due continenti, già occupati nella loro parte maggiore da Potenze comuniste.
La decisione, dunque, dipende molto da noi. Proprio da noi italaini, che viviamo (talvolta senza rilevarlo pienamente questa insidiosa battaglia. Se sapremo finalmente aprire gli occhi, aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora, e soltanto allora, potremo riprenderci e vincere.
Ma attenzione: è tardi. Molto tardi. “Il est moins cinq”, dice in un suo recente libro Suzanne Labin.
Siamo arivati agli ultimi cinque minuti.

Giannettini su Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Giannettini

CREDERE, DISOBBEDIRE, COMBATTERE

MARTEDÌ 26 MARZO

alle ore 21:00, presso il Circolo anarchico “PONTE DELLA GHISOLFA”
(viale Monza 255 – Milano), presentazione del libro di Marco Cappato

CREDERE, DISOBBEDIRE, COMBATTERE

Come liberarci dalle proibizioni per migliorare la nostra vita.

Dalla libertà scientifica a quella sessuale, dall’antiproibizionismo ai diritti dei disabili: una difesa appassionata del nostro diritto alla libertà.