Pietro Valpreda. Anarchico a Milano

Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Questa volta, dopo una breve citazione di Camilla Cederna, si tratta dell’esperienza di Pietro Valpreda, anarchico a Milano.

“Per questo il caso Pinelli è importantissimo. Importantissimo perché, se è necessario che gli scandali avvengano, è colpevole lasciarli smorzare in un clima di rassegnato torpore. Pinelli è stato la vittima innocente di un gioco più vasto e più crudele, anche sul quale va fatta luce al più presto, cioè il caso Valpreda. Ristabilire la verità sulla sua morte è un dovere politico e morale; è indispensabile per aiutare a far sì che la giustizia in Italia non sia soltanto quella statua melensa ritta nel cortile di un tribunale che ai è rivelato incapace di assolvere i suoi compiti. Ed è la premessa per evitare che vi sia una seconda vittima innocente: Pietro Valpreda.”
( Camilla Cederna “Pinelli Una finestra sulla strage” ).

Il caso Pinelli e il caso Valpreda sono indissolubilmente intrecciati e se subito dopo la strage di Piazza Fontana era un dovere morale ristabilire la verità, ai giorni nostri è un dovere morale difenderla, non si può ricordare Pinelli senza ricordare Valpreda.
Siamo nel 2019, cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, dell’assassinio di Pinelli e dell’incarcerazione dell’innocente
Pietro Valpreda insieme ad altri compagni anarchici.
In questo anno è nostra intenzione e nostro desiderio proporre una serie di iniziative politiche e culturali a difesa della memoria storica, ma anche per un rilancio delle lotte sociali. Non dimentichiamo che proprio per fermare le lotte per una società più giusta sono scoppiate le bombe.
Rimaniamo in contatto.

Quello che segue è un brano tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.

Fonte:

https://stragedistato.wordpress.com

La parata e la risposta

Alle origini della strategia della tensione

Cinquantenario di Piazza Fontana

Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Vi proponiamo “La parata e la risposta”

“La parata e la risposta” è il titolo di un opuscolo del SIFAR ( il servizio di informazioni delle forze armate ) che la dice molto lunga su cosa intendessero i nostri servizi segreti per difesa della libertà e della democrazia. E che aiuta a capire in che contesto è avvenuta la strage di Piazza Fontana, l’assassinio di Pinelli, l’incarcerazione dell’innocente Valpreda e molti altri compagni. Non solo: aiuta a capire i presente.
Fu la rivista “Controinformazione” a pubblicarne, per la prima volta, nel 1973 degli stralci.

LA PARATA E LA RISPOSTA

L’esperienza di questi anni ha dimostrato esaurientemente che, al primo manifestarsi dell’azione rivoluzionaria, si produce, nelle menti dei dirigenti democratici, una deplorevole confusione: gli interessati ritengono, in buona fede, che quelli che nella dottrina della guerra non ortodossa vengono definiti “fattori favorevoli” all’insorgere e all’espandersi della rivoluzione, siano le “cause determinanti” dell’insurrezione.
Ora non bisogna dimenticare che i “fattori favorevoli”, denominati nella dottrina marxista anche “contraddizioni interne”, sono in effetti gli elementi fondamentali sui quali fa leva la propaganda rivoluzionaria, ma non sono la causa determinante dell’insurrezione. Questa va individuata esclusivamente nell’esistenza e nell’azione, pianificata e coordinata, di un’organizzazione rivoluzionaria.
L’errore di ritenere che causa determinante dell’insurrezione siano le contraddizioni interne del regime democratico induce i dirigenti alla ricerca delle ragioni politiche, sociali, economiche, della rivolta; ricerca che, per l’affanno con cui generalmente è condotta e per l’errore iniziale che l’influenza, determina due ordini di conseguenze negative per lo stesso regime democratico e positive per lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria:
a) le coscienze dei dirigenti democratici si gravano di un ingiustificato “senso di colpa”;
b) le riforme non rispondono a esigenze immediate, scardinano l’economia, aumentano il disordine sociale, esaltano le contraddizioni interne….

Il brano è tratto da un opuscolo riservato del SIFAR, “requisito” da militanti della sinistra rivoluzionaria dentro una sezione missina (specializzata in aggressioni alle scuole) prima di distruggerla. Sul frontespizio si legge: “Servizio Informazioni Forze Armate – Sezione SM – Nucleo guerra non ortodossa”; il titolo è “La parata e la risposta”; l’anno di edizione il 1964.
La conoscenza di questo opuscolo è importante per due motivi. Primo perché esso dimostra fino a che punto e indipendentemente dalle condizioni oggettive – va ricordato che in Italia gli anni tra il ’61 e il ‘ 64 furono, dal punto di vista delle lotte operaie, tutt’altro che caldi – le nostre forze armate fossero imbevute dell’ideologia militare dell’imperialismo USA ed, in particolare, delle teorie CIA sulla contro-guerriglia. Secondo perché – a parte le premesse sull’esigenza di “difendere gli ordinamenti democratici”, tanto più improbabili in quanto formulate proprio nel periodo in cui si apprestava il colpo di stato – in esso emergono le linee fondamentali di quell’uso strategico dei fascisti in funzione anti-popolare che, impostato nel ’64, troverà piena applicazione dopo il ’68.
Dopo il catastrofico giudizio sull’efficacia repressiva delle riforme e sull’insipienza di “quei dirigenti democratici che scambiano i sintomi rivoluzionari per normali agitazioni di carattere economico sindacale” si lamenta che “nel periodo iniziale della lotta, l’avversario ha buon gioco nel gridare alla “provocazione” non appena si accenna a far entrare in azione le forze regolari, e l’autorità costituita, vincolata com’è alla “legge morale” (sic), è messa nelle condizioni di non poter utilizzare a fondo i mezzi di cui dispone”.
Si passa quindi ad una sintetica definizione di quelle che vengono considerate le due tappe fondamentali del processo rivoluzionario: il “periodo pre-insurrezionale, generalmente clandestino” e il periodo insurrezionale o della lotta aperta”. Così si esprime il relatore: “durante il primo periodo i rivoluzionari cercano, soprattutto, di staccare la popolazione dall’autorità costituita ed assumerne progressivamente il controllo. E’ escluso ancora l’impiego della violenza.
Manifestazioni principali di questo periodo:
– agitazioni sindacali che non escono generalmente dalla legalità;
– entrata in funzione delle “gerarchie parallele”;
– azione psicologica a mezzo di una propaganda appositamente studiata e pianificata.
Essa suscita entusiasmi e depressioni, comprime e deprime senza sosta lo spirito della popolazione servendosi di ogni mezzo di informazione e divulgazioni”.
Si aggiunga a questo che “la presenza di simpatizzanti coscienti e incoscienti per i movimenti rivoluzionari, negli organi dello stato e nelle masse popolari crea confusione nell’opinione pubblica e la mantiene in un equilibrio instabile” ed ecco scaturire un quadro della situazione italiana pressoché identico a quello prospettato in anni recenti dalla stampa padronale e dai dirigenti socialdemocratici. (Ad ulteriore verifica dell’entroterra culturale, sostanzialmente poliziesco, della nostra borghesia).
E’ poi la volta del periodo insurrezionale: “In questa fase si manifesta la violenza. La popolazione è ormai tenuta saldamente in pugno dai rivoluzionari e gioca un ruolo sempre più importante nella lotta. L’esperienza ha dimostrato che alle attività sporadiche e clandestine del periodo pre-insurrezionale si può anche opporre una “parata” che tenga conto degli “imperativi morali” tradizionali e sfrutti i mezzi legali a disposizione, mentre ai progressi rivoluzionari del periodo insurrezionale non ci si può opporre, con un minimo di speranza di successo, se non con una “risposta” che venga condotta con metodi analoghi a quelli con i quali l’avversario combatte”.
I concetti di “parata” e di “risposta”, tanto cari agli esperti CIA operanti in America Latina e nel Sud Est asiatico, debuttano ufficialmente nelle scuole di guerra di un paese industrialmente avanzato.
Continua l’opuscolo:

Allo sviluppo della “parata” sono direttamente interessati tutti i poteri dello stato: l’esecutivo, il legislativo, il giudiziario. Il potere esecutivo dovrebbe:
– provvedere all’impostazione della dottrina nazionale e del relativo programma d’azione allo scopo di formare i “cittadini”, i giovano soprattutto, al fine di fortificare il loro senso civico, il loro amor patrio e di coalizzare il favore dell’opinione pubblica attorno al potere costituito;
– Impegnare i grandi raggruppamenti nazionali (partiti nazionali, associazioni, movimenti della gioventù, ecc.) ed i maggiori organismi dello Stato ( Scuole, FF.AA., Forze di Polizia, ecc.) per la divulgazione dei predetti temi negli ambienti di loro competenza;
– impiegare i mezzi d’informazione e di formazione dell’opinione pubblica disponibili, per rintuzzare tempestivamente le azioni di offesa psicologica dell’avversario e sviluppare proprie azioni d’offesa tendenti a prendere in contropiede i rivoluzionari ed a neutralizzare la loro azione sulle stesse basi di partenza.
Ovviamente l’attività del potere esecutivo deve essere fiancheggiata e sostenuta da quella dei poteri legislativo e giudiziario; per quanto riguarda quest’ultimo è necessario un cenno alle limitazioni cui esso è costretto a soggiacere nel periodo pre insurrezionale.
In tale periodo possono anche episodo di violenza e, mentre il potere esecutivo dispone dei mezzi necessari per opporvisi, il potere giudiziario, perdurando almeno apparentemente lo stato di pace, non è in grado di reagire efficacemente. Si tratta in effetti di una vera e propria “debolezza giuridica” della quale sanno bene come approfittare i rivoluzionari; essi infatti agendo ai limiti del “consentito” e fornendo agli eventuali incriminati dei difensori abilissimi, capaci di sfruttare tutte le scappatoie del codice, oltre ad operare sempre in condizioni di minimo rischio, si procurano a buon mercato numerosi “martiri” e svolgono, a spese dello Stato, gran parte della campagna di azione psicologica. In tale situazione, ovviamente, è richiesta al potere giudiziario una duttilità che spesso contrasta con la sua stessa natura, per cui in suo soccorso dovrà muoversi tempestivamente il potere legislativo”.

Come è presto detto:

“Con la promulgazione e l’applicazione di leggi eccezionali ” e all’occorrenza ” con operazioni di polizia condotte a ragion veduta e con estrema decisione per liquidare una situazione che col tempo potrebbe consolidarsi pericolosamente fino a diventare esplosiva”. Non prima, naturalmente, d’aver impiegato di instaurare con la polluzione ” una politica di maggiori contatti umani” allo scopo di ” facilitare lo studio e l’adozione di provvedimenti che attenuino le contraddizioni interne e tolgano spazio ai rivoluzionari” e – perché no?- di “facilitare grandemente l’individuazione dell’apparato clandestino dei rivoluzionari”.
Ma il presupposto fondamentale affinché la “parata” sia realmente efficace è la tempestività con la quale viene predisposta “fin dal tempo di pace” giacche: “La storia passata dimostra che in alcuni paesi – come la Spagna del 1936 – i partiti rivoluzionari, anche se in minoranza, sono riusciti a conquistare il potere senza aver bisogno di ricorrere alla fase della violenza. Il predetto paese – alla fine della fase pre-insurrezionale – era piombato in un stato di disgregazione che il potere passò nelle mani dei rivoluzionari con “mezzi del tutto legali”.
E – sembra sottintendere con disappunto il relatore – un generalissimo Franco che ristabilisca l’ “ordine”, magari alleandosi con due compari come Hitler e Mussolini, non si trova tutti i giorni!
“Ma può accadere che, nonostante tutta la buona volontà dei governanti, nonostante l’attuazione di tutte le predisposizioni necessarie, a causa dell’imponderabile che alberga sempre nei fatti umani (sic), la rivoluzione riesca egualmente a progredire”.
In questo caso non resta che passare alla “risposta”; il cui dispositivo dovrà anch’esso, ovviamente, “essere messo a punto sin dal tempo di pace”. “Tale dispositivo ha il compito di fornire i mezzi per pianificare e sviluppare, sin dal primo manifestarsi dell’insurrezione, una “risposta” che accetti senz’altro il combattimento sul terreno imposto dall’avversario, ossia “la popolazione”, avvalendosi di:
a) un servizio dì informazioni veramente efficiente che sia centralizzato al massimo per la “valutazione” e ramificato quanto più possibile per l’attività di ricerca, il quale tenga conto che ogni insurrezione, nel quadro della guerra non ortodossa, è preparata da un organismo clandestino che apparentemente non ha legami con le personalità ufficiali al punto che i suoi componenti sono spesso sconosciuti a queste ultime;
b) una organizzazione di difesa interna del territorio”. Che cosa significhi esattamente il punto a) è chiarito dal seguente passo “Ad ogni nuova esperienza rivoluzionaria i dirigenti dei governi legali sono tratti sempre in inganno dall’apparente dualità della direzione in campo avversario e, dal comportamento dei rivoluzionari, deducono che l’apparto militare sovversivo tenda a sottrarsi alla direzione politica che l’ha generato. Tale errore di valutazione è causato dal fatto ch’essi ignorano i principi informatori della guerra non ortodossa e dalla scarsa funzionalità del Servizio Informazioni”.
Il secondo punto del dispositivo, l’ “organizzazione di difesa interna del territorio”, si fonda invece sui seguenti presupposti:

– la costituzione immediata di un comando politico-militare nazionale e di comandi politico-militari periferici;
– il decentramento automatico dei poteri civili e militari, affinché la lotta possa essere continuata, senza interruzioni, anche nel caso d’isolamento di un’intera regione.
Parallelamente si dovrà prevedere la costituzione di speciali unità di protezione che dovranno essere mobilitabili in brevissimo tempo; dislocate in maniera tale ad coprire tutto il territorio; formate da elementi particolarmente addestrati alle lotte che dovranno condurre.
Ciò presuppone che ordinamento, piani di mobilitazione, addestramento dei componenti delle predette unità dovranno essere disposti in precedenza, sin dal tempo di pace, prevedendo:
– unità per impiego prevalentemente statico;
– unità per impiego prevalentemente mobile;
– unità per impiego clandestino.
Queste ultime costituite a somiglianza dei gruppi d’azione rivoluzionari, con compiti di ricerca e di offesa nelle infrastrutture dell’avversario. In effetti non si può colpire efficacemente l’apparato clandestino dei rivoluzionari, né si può neutralizzare i loro gruppi d’azione, se non si usano mezzi e procedimenti simili ai loro”.

L’anticomunismo di Pino Rauti

 

 

 

 

 

 

 

Alle origini della strategia della tensione.

Cinquantenario di Piazza Fontana. Continua la pubblicazione di documenti per non farci rubare la memoria. Vi proponiamo l’intervento di Pino Rauti, personaggio di spicco della destra italiana, al Convegno promosso dall’Istituto di studi storici e militari “Pollio”.

La tattica della penetrazione comunista in Italia

Intervento del 4 maggio del dottore PINO RAUTI

Cercherò di mantenere il mio intervento nei limiti concessi dal Convegno, limiti che potranno essere ritenuti più o meno stretti ma che vanno osservati se non si vuoI finire con il fare un convegno politico, con tutti i vantaggi, ma anche con tutti gli svantaggi che ne deriverebbero. Questo incontro ha, invece, un suo carattere specifico che consiste nell’analisi della tecnica, della metodologia della g.r., o guerra sovversiva che dir si voglia. Ora, sulla teoria di questa guerra sovversiva ci troviamo quasi tutti d’accordo. Ci sono delle sfumature interpretative, ma abbiamo appreso (ed è stata una piacevole scoperta) che in varie parti d’Italia, persone diverse, gruppi diversi, circoli ed ambienti diversi, di diversa estrazione politica, si sono posti questo stesso ordine di problemi. Dobbiamo tuttavia sgombrare il campo, a mio avviso, da alcune questioni preliminari, da alcuni quesiti pregiudiziali. Si è detto ad esempio: «Ma non basterebbe la semplice applicazione delle leggi? Non basterebbe la semplice applicazione del Codice Penale, per reprimere, nella fase iniziale, le manifestazioni aggressive del comunismo per la conquista del potere? Prima di tutto si deve osservare che la g.r. in sé e per sé, negli atti specifici nei quali essa si articola, e che spesso vengono affidati a particolari agenti di esecuzione, si estrinseca in atti che non sono direttamente perseguibili dal Codice Penale. Si tratta, cioè, come diceva uno studioso, uno studioso belga della g. r., di un delitto globale, che è difficilmente definibile e che quindi non è colpibile nella manifestazione con cui esso si presenta. È la somma, la globalità e soprattutto la continuità con la quale questi atti vengono compiuti, nel tessuto connettivo dello Stato, nel tessuto politico, nel tessuto costituzionale, economico e sociale, che configurano la g.r.
_Da qui la sensazione, quasi avvilente, di disarmo che una certa parte della classe dirigente politica contemporanea d’Italia, prova, indubbiamente, dinanzi alla situazione, dinanzi all’attivismo scatenato dei comunisti. Cioè la sensazione che gli strumenti giuridici, politici e costituzionali siano dati superati da questa nuova tecnica.
Quesito di ordine ancora più generale è quello sulla capacità obiettiva che possono avere o che non possono avere alcuni tipi di regimi politici nell’affrontare questa forma moderna di aggressione, di marcia verso il potere, di conquista. Indubbiamente, un conto era la lotta politica condotta nel diciannovesimo secolo, che ubbidiva a certe regole, che riguardava categorie molto ristrette di persone; un’altro è la lotta politica che si conduce oggi nelle grandi platee contemporanee, dove operano contemporaneamente decine di milioni di persone, le quali sono raggiunte quotidianamente, ora per ora, fino nell’intimità della casa, dallo sviluppo tecnologico contemporaneo e dallo sviluppo dei grandi mezzi di informazione”_cco quindi che, al di fuori del quadro strettamente penale, strettamente giuridico, nel quale sarebbe estremamente difficile situare il problema della repressione dell’attività sovversiva, al di fuori dello stesso quadro politico e costituzionale, che si trova ad essere superato dalla corsa dei tempi, si pone angoscioso e drammatico il problema che questo Convegno intende, appunto, sottolineare.
Ci troviamo di fronte ad una nuova tecnica per la conquista del potere. Qual’è, quali sono, in linea pratica, in linea concreta, le sue caratteristiche, le sue espressioni e manifestazioni principali, e quali sono i metodi con i quali a questa tecnica si può reagire? In linea teorica siamo tutti d’accordo; si chiami guerra sovversiva, guerra rivoluzionaria, guerra psicologica, noi ci troviamo di fronte ad un piano accuratamente elaborato, che si contraddistingue in pratica per due aspetti principali: il primo è che, con questa tecnica, il comunismo ha rinunciato all’attacco frontale condotto nei confronti dello Stato. I più anziani, fra di noi, presenti in questa sala, ricorderanno certo per esperienza diretta, i meno anziani lo sapranno per averlo letto, in quali forme si espresse, nell’altro dopoguerra il tentativo comunista per il potere: era la tecnica dell’assalto frontale; non c’era istituzione dello Stato che non venisse frontalmente aggredita, che non venisse, quasi ottusamente, presa d’assalto. Andavano a dar fastidio, andavano a sciogliere non solo le dimostrazioni patriottiche, ma perfino le manifestazioni religiose, le cerimonie più intime e più care alla psicologia collettiva; andavano a strappare dai petti dei combattenti le medaglie al valore, sputavano sulla bandiera, insultavano tutti coloro che osassero presentarsi in divisa in certi quartieri notoriamente sovversivi. Ovviamente, ci fu una reazione a tutto questo, e quello che successe lo sappiamo benissimo. In questo dopo guerra (non solo per la lezione che i comunisti ebbero allora, ma anche per una serie di altre considerazioni) hanno cambiato tattica. Oggi, la difficoltà di combat- il comunismo in Italia dipende quasi esclusivamente dal fatto che i comunisti non si vedono. Essi sono tanto onnipresenti, quanto invisibili. Voi potete andare nei quartieri più «rossi» di Roma; voi potete andare nelle zone più rosse e più sovversive della Toscana e dell’Emilia, dove i comunisti hanno già raggiunto da molto tempo e sotto molti aspetti hanno già superato la maggioranza assoluta (dal 60 al 70% di voti); voi potete andare nelle cosiddette “Stalingrado rosse”, che non sono soltanto quelle di Sesto S. Giovanni, ma sono anche certe zone agricole pugliesi, sono nel triangolo rosso molisano, e via dicendo (zone nelle quali i comunisti, notoriamente, controllano la situazione); ebbene non vedrete mai un distintivo comunista all’occhiello. Questo per significare, per sottolineare, quasi, che i comunisti intendono conquistare lo Stato, attraverso una lenta opera di saturazione interna.
Questo è il primo aspetto che assume, in Italia, la guerra sovversiva per la conquista del potere. Quindi, da questo punto di vista, noi non dobbiamo credere che si ripeterà in Italia, meccanicamente, la trasposizione degli schemi organizzativi, degli schemi attivistici che contrassegnarono il periodo che va dal 1943 al 1945. Anzitutto, perché allora c’era una guerra, e c’era una guerra civile, e c’erano particolari emotività scatenate dagli avvenimenti del 25 luglio, dell’8 settembre, e via dicendo; e poi perché i comunisti si sono resi conto che qualsiasi tattica che li portasse a combattere allo scoperto, alla luce del sole, facendo proclamare gli obiettivi che intendono raggiungere, non potrebbe non, provocare un processo di reazione contraria. Ed è questa la cosa che evidentemente essi temono di più.
Quindi, io non porrei il problema del pensare a come difendersi dalle conseguenze ultime della g. r., pensando ai comunisti che, chiusi nel segret6 del loro apparato, si domandano: «chi dovremo uccidere per primo col colpo alla nuca, il prefetto, il questore, il parroco o il vescovo? ». I comunisti, oggi, nell’Italia 1965, non sono affatto in questo ordine di idee, per quanto si sappia tutti che esiste un apparato pronto a scattare alla prima occasione, per quanto serpeggi nelle masse comuniste un certo estremismo massimalistico che già esplose, per esempio dopo l’attentato a Togliatti. In quell’occasione, infatti, le masse comuniste, per conto loro, scesero nelle piazze ed andarono molto al di là di quanto non volessero i loro dirigenti. Il che sta a -dimostrare che spesso i dirigenti comunisti non riescono a padroneggiare il cosiddetto « estremismo di base ». Ma, fermandoci al vèrtice, alla sua visuale politica, alla organizzazione e alla propaganda da esso imposte, noi dobbiamo prevedere che il P.C. in Italia tenterà molto difficilmente il colpo della conquista violenta del potere, e continuerà a lavorare cosi come ha fatto fino ad oggi, cercando di riuscire nei suoi intenti attraverso la lenta saturazione degli organi dello Stato. Di conseguenza, mentre una volta si doveva parlare in termini esclusivamente anti-comunisti, ora ci si deve porre il nuovo problema che deriva dalla crescente strumentazione che dell’apparato dello Stato Stanno facendo i social-comunisti, lasciando alle altre forze, il compito, l’onore e il rischio, quindi, di una eventuale ribellione contro i poteri costituiti. Dunque non meccanica trasposizione dei tentativi prece. denti ma lenta conquista dall’interno dell’apparato dello Stato. Oggi, per il PCI (io l’ho detto diverse volte e lo ripeto anche in questa sede) è più importante, è infinitamente più importante disporre del posto di capo servizio alla radio e alla televisione, là dove si manipolano i programmi, che disporre di cinquecento attivisti in piazza, perché i cinquecento attivisti in piazza ne possono mobilitare altri
cinquemila avversi, contrari e decisi a menare le mani. Inoltre cinquecento attivisti comunisti non si fanno vivi che in determinate
-occasioni, mentre lo sconosciuto signore che, nel chiuso di una stanza, ‘Sceglie un’opera teatrale invece di un’altra, mette in onda una certa commedia invece di un’altra, procede all’indottrinamento, al condizionamento psicologico, all’avvelenamento invisibile delle coscienze e delle volontà di centinaia di migliaia, di milioni di persone. Ecco la tecnica comunista per la conquista dello Stato. La quale tecnica, quindi, si contraddistingue per il tentativo di sfruttare per linee interne l’apparato dello Stato e, soprattutto, i suoi mezzi informativi, in attesa di poter conquistare ed utilizzare anche i mezzi repressivi dello Stato.
L’altra caratteristica della g. r. è la fredda, la scientifica, la razionale continuità alla quale ubbidisce l’azione comunista. Mentre nel campo anticomunista, in genere, si lotta soltanto nel periodo elettorale, i comunisti sono ogni giorno, ogni ora, presenti nel Paese essi lavorano sempre, perché essi sono, appunto, in guerra, mentre gli altri fanno, di tanto in tanto, delle azioni propagandistiche, che si I i esprimono, grosso modo, nella campagna elettorale, nell’affissione di I I manifesti, in una certa vita di partito, più o meno organizzata, generalmente discontinua. Al contrario, i comunisti, attraverso la loro massiccia organizzazione burocratica, sono in grado di mantenere permanentemente mobilitato un piccolo esercito, il quale, dalla mattina alla sera, senza alcuna interruzione, provvede all’inquadramento e allo ‘Sfruttamento di tutti gli argomenti propagandistici che la situazione offre l_ Quindi, conquista dall’interno delle strutture dello Stato, la estrema continuità dell’azione. Ecco i problemi dinnanzi ai quali si trovano oggi tutti coloro che in Italia vogliono affrontare seriamente, in maniera approfondita, il tema della g. r. Queste persone (noi, in altri. termini) devono evitare, a mio avviso, un grave pericolo di impostazione in materia, che a me è sembrato di notare un po’ in tutte le indagini condotte su questo argomento. Di solito, si tende a dlire che la g. r., come viene attuata in Italia, sia la trasposizione, -in termini appena appena adeguati, delle tecniche di g. r. che i comunisti hanno seguito e stanno seguendo per la conquista del potere nei Paesi afro-asiatici o, più in generale, nei Paesi sottosviluppati. A mio avviso, le citazioni di Mao Tzé Tung, le citazioni dei testi classici, in materia, debbono servire soltanto come riferimento culturale, informativo, perché la tecnica per la conquista del potere, in un , paese industrializzato, in un paese moderno, in un paese occidentale, l ubbidisce a regole e necessità diverse. Regole che io ho creduto appunto di riassumere prima nelle due considerazioni principali ovvero : I nella infiltrazione nei gangli dello Stato con il divieto, direi quasi assoluto, per i propri attivisti di ricorrere ad azioni di violenza, e nella continuità e nella capillarità dell’azione politica. Ecco quindi, che il fenomeno della guerra sovversiva pone alle nostre coscienze e alle nostre preoccupazioni una serie di problemi estremamente drammatici, ed estremamente urgenti, perché noi tutti sentiamo che l’apparato politico e costituzionale del quale le forze anti-comuniste si trovano a disporre non sembra molto adeguato alla lotta contro il comunismo. Questo spiega anche perché il comunismo in Italia stia guadagnando terreno, mentre le altre forze ne stanno, evidentemente, ogni giorno perdendo.
Quali sono, in concreto, le risposte che noi pensiamo di poter dare a questa tecnica? Anzitutto, la illustrazione (di cui questo convegno è soltanto un primo, ma efficacissimo passo) propagandistica dell’esistenza di queste! caratteristiche specifiche, attuali, moderne, dell’azione comunista per la conquista del potere. Non c’è nulla di peggio, per i comunisti, che presumono di poter lavorare ancora nell’ombra per sviluppare questo loro piano scientificamente ideato e scientificamente realizzato, non c’è nulla di peggio che l’illustrazione più vasta possibile del tipo particolare di aggressione che
essi pensano di poter effettuare in Italia. Quindi, anzitutto, non si pensi ‘che questo convegno esaurisca la sua importanza nel dar vita al documento conclusivo. Ha, invece, una sua importanza agli effetti pratici: mettere in luce certi temi, puntualizzare esattamente le tecniche usate dall’avversario, diffondere questa nuova impostazione, questo nuovo angolo visuale dal quale riguardare l’azione comunista quotidiana. E ciò è quanto di più utile sul piano propagandistico si possa fare. Rappresenta, direi anzi, una novità assoluta nel quadro piuttosto deprimente delle attività attuali dell’anticomunismo italiano.
Bisogna puntare sull’opinione pubblica al di fuori degli schemi di partito e dei riferimenti politici. Non bisogna continuare a considerare la lotta politica basata esclusivamente sugli schemi ottocenteschi dei partiti. Occorre considerare anche !’importanza che hanno le iniziative settoriali, le organizzazioni parallele, lo studio approfondito di queste nuove tecniche di indottrinamento e di condizionamento delle masse: ecco l’importanza del convegno, ecco l’importanza dei risultati ai quali mi sembra che esso indubbiamente sia pervenuto, se non altro per la messe di considerazioni e per l’abbondanza di documentazioni che esso ha messo a disposizione. Se un numero crescente
. di italiani sarà indotto a riguardare il comunismo, non secondo lo schema ormai non più valido e sorpassato di un partito che conquista o cerca di conquistare il potere attraverso il ricorso alle elezioni e lo sfruttamento, più o meno estremista, più o meno provocatorio delle sue organizzazioni sindacali, ma sarà indotto a riguardare il comunismo in Italia, come un male che contrasta la nostra civiltà di italiani, di europei, di occidentali; se sarà indotto a riguardare alle tecniche comuniste freddamente elaborate per la conquista del potere in un Paese moderno, in una situazione storico-politica completamente diversa da quelle che ci hanno precedute, noi avremo compiuto un’opera utilissima. Spetterà poi ad altri organi, in senso militare, in senso politico generale, trarre da tutto questo le conseguenze concrete, e far s1 che alla scoperta della guerra sovversiva e dalla g. r. segua l’elaborazione completa della tattica contro-rivoluzionaria e della difesa.